Rock a mezzanotte…

Il 9 Luglio 1955 in testa alla Billboard’s Pop Charts arrivò Rock Around The Clock, ci rimase otto settimane e fu l’inizio dell’era mainestream del Rock&Roll.

Il singolo venne registrato negli studi della Decca nell’aprile 1954 e fu co-scritto nel 1952 da Max C. Freedman (all’epoca cinquantanovenne) e da James E. Myers. Vivacchiò sotto le famose ceneri fin quando venne scelto come parte della colonna sonora di Blackboard Jungle, in italiano Il seme della violenza. Il film aveva come protagonisti Glenn Ford, nei panni dell’insegnante Richard Dadier, e Sydney Poitier in quelli dello studente ribelle Gregory W. Miller. Il film è stato tratto dall’omonimo romanzo di Evan Hunter, più conosciuto in Italia con lo pseudonimo di Ed McBain. Nel film la canzone venne inserita tre volte, per far meglio arrivare il messaggio che il rock era un po’ una musica pericolosa, selvaggia, da evitare. Ma la rock&roll revolution oltrepassò gli schermi cinematografici contagiando i giovani dell’epoca e Rock Around The Clock ne divenne la hit rappresentativa.


the movie
the book

Come spesso però accade, dietro ad un successo così imponente ci sono mille e più risvolti. La prima registrazione del pezzo di Freedman e Myers venne incisa nel marzo 1954 dalla band italoamericana Sonny Dae and His Knights. Passò inosservata, anche perché come gli stessi autori sostenevano era stata scritta pensando proprio a coloro che la portarono al successo: Bill Haley and His Comets. La registrazione definitiva si tenne nei Pythian Temple studios il 12 Aprile 1954. Vennero incise Thirteen Women (and Only One Man in Town) per il lato A e poi Rock Around The Clock per il lato B. Ci furono problemi, i tecnici successivamente dovettero combinare le versioni del pezzo incise in sala per quella ufficiale che andò sul disco, che fu anche l’esordio della band per la Decca. I musicisti presenti in sala incisione furono:

  • Bill Haley – vocals, rhythm guitar
  • Marshall Lytle – double bass
  • Franny Beecher – guitar
  • Billy Williamson – steel guitar
  • Johnny Grande – piano
  • Billy Gussak – drums (session musician)
  • Danny Cedrone – electric guitar
  • Joey Ambrose (aka Joey D’Ambrosio) – tenor saxophone

Ad oggi non si conoscono filmati né live performance di Cedrone con i Comets, con i quali però collaborò in studio non solo per Rock Around The Clock. E in quello studio di Pythian Temple, Cedrone improvvisò quell’assolo di chitarra elettrica che sarà marchio indelebile di tutto il pezzo. Ma Cedrone non conoscerà mai la fama di quella registrazione per cui venne pagato 21$. Muore il 17 Giugno 1954 per una caduta che gli causò rottura del collo, a soli trentatré anni.

Bill Haley and His Comets vennero sommersi dal successo planetario di Rock Around The Clock, a cui seguirono altri pezzi seppur non dello stesso impatto. Tra di questi la loro cover di Shake, Rattle and Roll di Big Joe Turner; Dim, Dim the Lights; Birth of the Boogie; Mambo Rock; See You Later, Alligator; Don’t Knock the Rock; Rock-a-Beatin’ Boogie; Rudy’s Rock. Il 7 Agosto 1955 furono la prima Rock&Roll band ad apparire al Ed Sullivan Show, apparizione che ripeterono il 28 aprile 1957, esibendosi con i pezzi Rudy’s Rock e Forty Cups of Coffee. Nel 1955 Ambrose e Lytle, insieme a Dick Richards, un altro membro non presente in studio il 12 Aprile 1954, per questioni di salario lasciarono la band formandone una per conto loro. Haley sostituì i membri persi e con la nuova formazione partecipò anche a diversi cameo in vari film. Nel 1956 apparvero in due dei primi Rock&Roll movie; Rock Around the Clock (tra i protagonisti figuravano i The Platters) e Don’t Knock the Rock (dove comparve Little Richard). Tra il 1956 ed il 1957 nomi quali Little Richards, Jerry Lee Lewis e Elvis Presley iniziarono ad attirare sempre più fama e consensi. Di ritorno da un proficuo tour tra Europa ed Australia, Bill Haley and His Comets iniziarono a percorrere, senza saperlo, quella discesa che li portò ad allontanarsi dall’onda mainstream del Rock&Roll che avevano contribuito così prepotentemente a creare. Nel 1959 lasciarono la Decca per la Warner Bros, giungendo poi a tentare di creare etichette per conto proprio. Arrivarono alla messicana Orfeón tra il 1961 e 1962; con il nome spagnolo di Bill Haley y sus Cometas ottennero dei successi in Messico ed America Latina con pezzi quali Twist Español e Florida Twist. Vivacchiarono fino al famoso ritorno di fiamma, partito dal periodo revival europeo che li riportò in patria per una serie di concerti. Al Felt Forum al Madison Square Garden di New York City, Haley ricevette una standing ovation di otto minuti e mezzo a seguito della sua esibizione. Altri concerti, altre partecipazioni a film, altri album. Nel 1976 morì Rudy Pompilli, sassofonista della band. Nel 1977 Bill Haley si ritirò nella sua casa in Messico, ma venne poi convinto a tornare per una serie di concerti. Nel novembre 1979 i Comets si esibirono per l’ultima volta in Europa al cospetto della regina Elisabetta II. Fu anche l’ultima volta in cui molti fan li ascoltarono esibirsi in Rock Around the Clock. Nel 1980 furono in Sud Africa, ma Haley iniziò ad avere problemi di salute. Tumore al cervello, fu la prognosi. Tornato a casa, in Texas, Bill Haley morì il 9 febbraio 1981, apparentemente per un attacco cardiaco durante il sonno. I Comets, accreditati poi come Bill Haley’s Original Comets, proseguirono con il tenere concerti e incidere album, in una sorta di continuo Amarcord. Ma questa è un’altra storia ed il 9 Luglio sta quasi per scadere…

A little bit of Country… #6

…of SAD Country News

Nato il 28 Ottobre 1936 a Wilmington, North Carolina, Charlie Edward Daniels è morto oggi, 6 Luglio 2020. Attivo a partire da metà anni ‘50, polistrumentista che sapeva egregiamente navigare tra Southern Rock, Country, Bluegrass, Blues, Rock, fu co-autore nel 1964 della ballad It Hurts Me portata al successo da Elvis Presley. Le sue collaborazioni furono moltissime; dai Lynyrd Skynyrd a Bob Dylan, da Leonard Cohen a Hank Williams jr, dalla Marshall Tucker Band a Johnny Cash. Trenta studio albums, otto live albums e poi LEI, la mitica, la unica: The Devil Went Down To Georgia. Il suo album d’esordio, l’omonimo Charlie Daniels di genere Southern Rock, vide la luce nel 1970 per la Capitol. Ricevette ottime critiche e fu l’inizio di una lunga e prolifica carriera. L’ultimo del 2017, una raccolta intitolata Memories, Memoirs and Miles – Songs of a Lifetime. Sposato con Hazel dal 1964, i due hanno avuto un figlio. Daniels è sopravvissuto a diversi problemi di salute, tra cui un tumore alla prostata nel 2001 ed un infarto nel 2010. È morto oggi, al Summit Medical Center in Nashville, Tennessee, in seguito ad un ictus emorragico.

A hot sunny afternoon on the couch…

Fuori fa caldo, troppo per i miei gusti. Il caldo mi soffoca in ogni senso. Questo però è il periodo nel quale riesco a vedere qualche film anche se, come ho detto in precedenza, sono di gusti un po’ difficili…

Armata di tè freddo e ventilatore, mi sono rinfrescata con Un giorno di pioggia a New York.

Pronto già nel 2018, a causa delle controversie tra Allen ed il movimento MeToo venne rimandato all’anno successivo; luglio 2019, rilasciato inizialmente in Polonia da cui poi, grazie a distributori internazionali, in molti altri paesi. Sinceramente di queste polemiche non mi interesso, cerco un film che possa piacermi e in caso trasmettermi qualcosa. Mi interessa il film, il messaggio del film non chi sta dietro alla cinepresa… E di norma i film di Woody Allen mi piacciono. L’arguta e fine ironia, la fotografia, la musica. Ed a proposito di musica, premo play, inizia la visione e mi accoglie la calda ed elegante voce di Bing Crosby.

I got lucky in the rain
One day when I had nothing to do for an hour
I walked around in a shower.
I had reason to complain
One moment I was sadly in need of a song
Next moment you came along.
Then the heavens smiled at me,
My heart said, “How lucky can you be!”
Things like that you can’t explain,
I only know that I met the love of my life
When I got lucky in the rain.

Adoro la pioggia. Quella fine, regolare, con il cielo bigio e basso e la nebbiolina che crea un velo sulle colline circostanti. Mi piace il Jazz, anche se sono una semplice e principiante ascoltatrice. Chissà, magari prima o poi mi ci metterò d’impegno. Sono alquanto allergica al natale e relative festività, ma apprezzo tantissimo White Christmas canzone e musical. E adoro la neve… Bing Crosby incise la sua versione nel 1942 per il film La taverna dell’allegria (Holiday Inn), in cui recitava assieme a Fred Astaire e Marjorie Reynolds. L’anno successivo vinse l’Oscar proprio con questa canzone. Canzone che viene considerata la best-selling single of all time, con più di cinquanta milioni di copie vendute. Quindi, dicevamo, parte la visione e subito ecco Bing Crosby con I got lucky in the rain.

Gatsby Welles, eccentrico figlio di agiati borghesi di Manhattan con una smodata passione per tutto ciò che ha charme vintage, si lascia alle spalle lo Yardley College per un weekend newyorkese. Accompagna la sua ragazza, Ashleigh, che deve recarsi nella città che non dorme mai per un’intervista ad un famoso regista. Gatsby vorrebbe unire l’utile al dilettevole, fare compagnia all’amata e mostrarle la nostalgica bellezza di New York, suo luogo natale, in quello che lui considera un giorno perfetto: un giorno di pioggia. Abilissimo giocatore d’azzardo, vince così facilmente d’avere sempre le tasche piene. Non gli importa spendere quei soldi, gli interessa usarli come mezzo per Vivere e per Godere della vita così come lui pensa debba essere vissuta. Allergico all’ipocrisia tipica della borghesia, si ritrova tuttavia nel suo elemento grazie a moltissime cose volute dalla madre. Figura molto parlata ma che compare giusto in un paio di occasioni, una molto importante per il protagonista. Gatsby ha mille qualità e le sfrutta così come sfrutta la città che tanto ama al fine di dare vita a sé stesso. Lui è protagonista sul palcoscenico newyorkese. Dall’altro lato abbiamo Ashleigh, molto provinciale, molto esponente di quella borghesia che invece Gatsby cerca di allontanare. Ashleigh non è protagonista e Manhattan la fagocita. Se in apparenza, in un qualunque giorno di sole, i due giovani possono sembrare una perfetta coppia, la pioggia newyorkese scioglie dubbi, spoglia dalla superficialità mostrando il reale contenuto. È il palcoscenico che fa la differenza ed essere in grado di muoversi su di esso ti fa capire chi sei e chi sono gli altri. Nell’irreale mondo alleniano, i nodi vengono al pettine. Fin dalle prime scene in cui i due compaiono assieme, ho percepito due persone singole in cerca di sé stesse che parlano di sé stessi all’altro ma NON CON l’altro. Due estranei in un rapporto. Un qualcosa che tristemente si vede sempre più spesso. E, come dicevo sopra, mentre Ashleigh nella sua semplicità comune alla massa viene inghiottita da New York, palcoscenico assai eterogeneo e difficile, Gatsby vi (ri)scopre il proprio elemento. E vi incontra qualcuno molto più simile a lui di quanto non sia la bionda e sorridente Ashleigh. Qualcuno che sa essere protagonista sul palcoscenico della città che non dorme mai e che non viene spogliata dalla pioggia, proprio come lui. E se nella calda e solare scena iniziale Gatsby e Ashleigh apparivano in sintonia, la grigia e fredda scena sulla carrozza di quasi fine film evidenzia la loro reale diversità.

– In the roaring traffic’s boom… In the silence of my lonely room…

– I know that. That’s from Shakespeare, right?

Nope baby, that’s NOT from Shakespeare.

Ashleigh non capisce, ma non importa. Gatsby SA, sa chi è, da dove viene, chissà dove andrà ma sa con chi potrebbe percorrerlo il viaggio non sempre confortevole.

– Time flies.

– Yes, unfortunately, it flies coach.

A Rainy Day in New York è il tipico film ambientato in un mondo poco reale, in cui cliché e finzione borghese vengono sempre mostrati come un qualcosa di presente, a volte utile, ma dal quale c’è chi riesce a sdoganarsi. Un qualcuno che sa cosa prendere da questo mondo per poter costruire sé stesso come persona senza tuttavia venirne schiacciato e inglobato. La genuinità dei sentimenti è in contrasto con l’apparenza di molte esistenze, anche se queste si incrociano molto più spesso di quanto si pensi. La fotografia è sempre deliziosa e impeccabile, perfetto corollario ad una colonna sonora che sa di pioggia e nostalgia vintage. I dialoghi di Allen brillanti e mai banali, proprio come la trama. Questo è uno dei tanti film di Woody Allen che ho davvero apprezzato e che sicuramente riguarderò. Infine, suggerisco questo delizioso articolo.

Me, myself and… Books #3

Audiolibri #2

Dopo aver cianciato del mio rapporto con i libri ed aver parlato di due audiolibri, eccomi nuovamente a scrivere di altri due (audiolibri). Il primo è di facile reperibilità per tutti; grazie al programma Ad Alta Voce di Rai Radio3, dove a puntate vengono letti titoli di narrativa sia italiani che stranieri. La voce dello speaker è accompagnata da brani musicali e i libri letti vengono il più delle volte appositamente ridotti. Il titolo in questione è Guida Galattica Per Gli Autostoppisti e lo potete trovare QUI.

«In molte delle civiltà meno formaliste dell’Orlo Esterno Est della Galassia, la Guida galattica per gli autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti alcune lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica Enciclopedia: Uno, costa un po’ meno; Due, ha stampate in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole “NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO”. […] E, nel caso in cui ci fosse un’inesattezza tra quanto riportato nella Guida e la Vita, ricordate che in realtà è la vita ad essere inesatta.»

The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy vide la luce nel 1978 sulle frequenze della BBC Radio come sceneggiato radiofonico in sette episodi. Altri cinque vennero trasmessi nel 1980 e dopodiché la Guida prese altre forme, quelle dei cinque romanzi di cui è composta la serie e quello della miniserie televisiva. Sulle frequenze di Ad Alta Voce viene letta dall’attore italiano Valerio Aprea. Mi sono imbattuta nella Guida anni fa, durante il periodo nel quale leggevo un po’ di tutto per capire quali fossero i miei gusti.

Arthur Dent si ritrova nello stesso giorno sfrattato da casa e dal pianeta, ma si salva grazie all’aiuto dell’amico Ford Prefect che lo coinvolgerà in un assurdo e alquanto improbabile viaggio ai confini dell’Universo. Con un nonsenso imperante, la Guida inizia con una fine e finisce con un inizio. Chi non conosce le battute sul 42, sul portarsi sempre appresso un asciugamano, sulla risposta alla domanda sulla vita, l’universo e tutto quanto? Fantascienza, fantasy e derivati non sono i miei generi e non sono neppure una esperta della Guida quindi la mia è solo una piccola e modesta opinione, eppure la Guida è un titolo che ho apprezzato e letto più volte (confesso mancarmi l’ultimo titolo, dovrò rimediare!). Divertente, può essere letto in più chiavi e si affronta con leggerezza e velocità. Le situazioni assurde, i personaggi strambi, le battute mai banali, i riferimenti onnipresenti, rendono la Guida una piccola chicca che può essere apprezzata sia dagli amanti del genere che non. Douglas Adams scrisse il primo capitolo della omonima serie nel 1979, adattando i primi quattro episodi dello sceneggiato radiofonico. L’ultimo capitolo, Praticamente Innocuo, nel 1992 otto anni dopo il penultimo, Addio e grazie per tutto il pesce, e nove prima dell’improvvisa morta causata da un attacco cardiaco.

Se il primo titolo di quest’articolo appartiene ad un genere non mio di cui rappresenta l’eccezione, il secondo titolo fa parte di un genere che apprezzo ma che ahimè mi ha delusa.

Cleopatra si trova in formato cartaceo, eBook e audiolibro. Alberto Angela sappiamo tutti chi è. Figlio di quel Piero che ha portato la divulgazione scientifica in televisione grazie a Quark, paleontologo, divulgatore anch’egli, giornalista, scrittore, conduttore di programmi sulle reti Rai. Al suo attivo ha una ventina di titoli e a mio avviso i suoi programmi migliori sono stati Passaggio a NordOvest e Ulisse – il piacere della scoperta. Questo Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità, edito da Harper Collins, ha visto la luce nell’ottobre 2018 ed io l’ho ascoltato grazie ad Audible ed alla voce del doppiatore italiano Giuliano Bonetto. Sul sito della casa editrice si può leggere quanto segue.

Il mondo di oggi non sarebbe lo stesso senza Cleopatra, una sovrana colta, intelligente e dotata di una straordinaria abilità sia sul tavolo delle trattative che nelle guerre. Una donna di potere incredibilmente moderna per il passato e allo stesso tempo capace di provare grandi passioni amorose. Ma chi era veramente l’ultima regina d’Egitto? Lei, infatti, è nell’immaginario di tutti, però la sua figura storica è ancora in parte poco conosciuta e non priva di aspetti enigmatici a causa dei pochi dati certi che la riguardano. Alberto Angela ha deciso di ricostruire la vita e le abilissime mosse sullo scacchiere internazionale, ma anche gli amori e le passioni della regina che in un certo senso ha conquistato Roma, rintracciando le fonti storiche e consultando gli studi moderni, e accompagnandoci per mano tra le caotiche strade della capitale del mondo antico, sulle banchine dell’esotico porto di Alessandria d’Egitto e sui sanguinosi campi di battaglia, alla scoperta di persone, storie, usi e costumi.

Con tale prefazione mi aspettavo di venire informata su Cleopatra, sulla sua storia, sulla sua salita al potere, sulle sue politiche di governo e poi anche sull’aspetto sentimentale con le sue storie con Cesare e Marco Antonio. Già i primi capitoli raccontano dell’ultimo giorno di Cesare e questo va benissimo. I suoi ultimi pensieri, i suoi ultimi gesti, i suoi ultimi dubbi, le sue ultime interazioni con la moglie… con una esasperante lentezza sappiamo tutto di Cesare e delle sue ultime ventiquattro ore. E poi ci sono delle parentesi su Cleopatra, ma sono poche. Ecco arrivare in scena Marco Antonio ed il focus si sposta su di lui. Cleopatra è un poco più presente ma sempre figura abbastanza marginale, non viene detto nulla di nuovo su di lei che non si sia già letto o visto. E molte, troppe, sono le parti romanzate. E poi le ripetizioni, le parti allungate e quelle anche un poco noiosette. La delusione è stata molta ed alla fine non ho saputo nulla di più su Cleopatra che già non sapessi anzi, ho letto articoli su riviste non divulgative molto più interessanti di queste trecento pagine. Il titolo di un libro è importante, ne racchiude il perché. E questo di Alberto Angela annuncia Cleopatra ma ti racconta di tutt’altro.

Country Pills #1

In un articolo precedente ho descritto George Strait quale icona del Neotraditionalist Country. Molto di più, Strait è stato uno di quei nomi che per primi ed in modo più preponderante hanno riportato il genere alle vere radici allontanandolo da quell’impronta sempre più Pop che stava assumendo a partire dagli anni ’80. Ma quali sono le radici della Country Music?

Con la rubrica Country Pills, pillole di Country Music, vorrei impiegare non troppe righe per parlare di aneddoti e storia di questo genere musicale. Le radici della Country Music si possono collocare a partire dagli anni a cavallo tra i decenni ‘10 e ‘20 del secolo scorso in quell’area denominata Southern Appalachian che comprende stati quali Kentucky, Tennessee, Virginia, Maryland, West Virginia e North Carolina e che poi, col tempo, sono andate ampliandosi a tutta l’area degli Southern States. Nata dall’unione di musica proveniente da più parti del globo, si potrebbe affermare che il Southern States è stato il crogiolo nel quale si sono fusi generi diversi provenienti dall’Inghilterra, dall’Irlanda, dall’Africa, dalla Francia, dall’Italia. Il violino irlandese, le ballate inglesi, i canti ed il banjo africani, l’armonica europea, sono fra i principali ingredienti che hanno dato vita a quella che poi è stata battezzata Country Music. Già a partire dalla prima metà degli anni ‘20 ci furono i primi tentativi di registrazioni, ma è tra il 30 Giugno ed il 1º Luglio 1922 che vede la luce quello che è ampiamente riconosciuto come il primo album Country. In questi due giorni, il violinista Eck Robertson, accompagnato solo il 30 giugno da un altro violinista, Henry C. Gilliland, registra per la Victor Talking Machine Company di New York diversi duetti ed altri pezzi in singolo.

Il 1º Settembre venne pubblicato il disco contenente da un lato l’assolo di Eck Robertson Sallie Gooden e dall’altro lato il duetto con Gilliland, Arkansaw Traveller. Altri due punti sono fondamentali nella storia della Country Music: nel 1924, Vernon Dalhart incide Wreck of the Old ’97 che diviene la prima Country hit a livello nazionale; nel 1927 la Victor Records mette sotto contratto Jimmie Rodgers e la The Carter Family. E la Storia ha inizio…

…continua…

A little bit of Country… #6

Il 29 Giugno 1968 in vetta alla Billboard Hot Country Songs trovavamo D-I-V-O-R-C-E di Tammy Wynette. Da sette settimane in classifica, l’ha scalata fino a salirne sul podio dove rimarrà per tre settimane. Registrata nel marzo 1968 e uscita due mesi dopo, venne scritta da Bobby Braddock (autore natio della Florida, classe 1940, membro della Country Music Hall of Fame e della Nashville Songwriters Hall of Fame) e Curly Putnam (1930-2016 originario dell’Alabama, membro della Nashville Songwriters Hall of Fame, spesso coautore assieme a Braddock, tra i suoi successi Green, Green Grass of Home portata al successo da Porter Wagoner). La donna a cui Tammy da voce parla del suo imminente divorzio, usando il trucchetto adottato dagli adulti quando in presenza dei figli piccoli, ossia parlando facendo lo spelling dei termini più forti o che non si vuole far capire.

Our little boy is four years old and quite a little man
So we spell out the words we don’t want him to understand
Like T-O-Y or maybe S-U-R P-R-I-S-E
But the words we’re hiding from him now
Tear the heart right out of me.Our D-I-V-O-R-C-E; becomes final today
Me and little J-O-E will be goin’ away
I love you both and this will be pure H-E double L for me
Oh, I wish that we could stop this D-I-V-O-R-C-E.

L’interpretazione impeccabile ed emozionante di Tammy è dovuta sicuramente alla sua voce particolare e all’aver portato in questo pezzo sentimenti ed emozioni ricollegabili alla sua tumultuosa vita. Nata Virginia Wynette Pugh il 5 maggio 1942 nel Mississippi, è stata una delle voci femminili più influenti nella Country Music, partendo dal suo singolo di maggior successo, Stand by your man, alla ventina di N°1 nella Billboard Country Chart, agli oltre trenta milioni di dischi venduti, ai temi di sofferenza e solitudine e passione che vengono affrontati nella maggior parte del suo repertorio. Cinque matrimoni (l’ultimo, con il cantautore George Richey, probabilmente violento con anche un tentato rapimento a celare abusi), quattro figlie (tra cui Tina, affetta da meningite spinale), numerosi problemi di salute che inclusero varie operazioni chirurgiche (nel 1986 dovette sottoporsi alla rimozione di una parte dello stomaco) e dipendenza dagli antidolorifici. Il 1969 può essere considerato uno dei suoi anni migliori; pubblicò l’album Greatest Hits Vol. 1 che divenne il primo per una cantante donna certificato Oro dalla Recording Industry Association of America; entrò al Grand Ole Opry; sposò il collega e icona della Country Music George Jones, con il quale, anche dopo il divorzio avvenuto nel 1975, collaborò per varie hit e album (i due ebbero una figlia, Tamala Georgette). Tammy morì a cinquantacinque anni, nel sonno, a causa di un coagulo di sangue polmonare, il 6 aprile 1998.

Se le formiche si mettono d’accordo…

Formica, dal latino formīca/formīcŭla, dal greco mýrmēnx, il mitologico popolo greco dei Mirmidoni. Leggenda narra che Eaco, re dell’isola di Egina, chiese aiuto e grazia a Zeus, di cui era uno dei molti figli illegittimi, affinché tramutasse in uomini le formiche per poter così ripopolare l’isola decimata da una pestilenza. Quella delle formicidae è una vastissima Famiglia dell’Ordine degli imenotteri, parte della Superfamiglia delle Vespoidea; suddivisa in venti Sottofamiglie, sedicimila Specie e quattrocentosettantadue Generi. Appartiene al Sottordine degli Apocrita, con torace e addome ben separati.

Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante. – Proverbio del Burkina Faso

Si può sostenere che siano le formiche gli animali più aggressivi e bellicosi: esse superano di gran lunga gli esseri umani quanto a cattiveria organizzata. Al confronto la nostra specie è gentile e mite. Il programma di politica estera delle formiche può essere riassunto così: aggressione ininterrotta, conquista territoriale e genocidio fino all’annientamento delle colonie limitrofe. – Edward O. Wilson

Se le formiche possedessero armi nucleari probabilmente distruggerebbero il mondo nel giro di qualche settimana. – Edward O. Wilson

Con la testa fra le nuvole…

CoseDaSapere #2

Cielo a pecorelle, acqua a catinelle!

Ogni volta che alzo gli occhi e vedo delle nuvole ritorno bambina, a quando mia nonna cantilenava questo proverbio che, quasi sempre, poi si avverava. Nei proverbi in effetti c’è un po’ di quella saggezza dei Vecchi, derivante semplicemente dalle Esperienze Cumulative della Società, che sia grande o piccola, nella quale si vive. Ed è proprio così che i detti popolari hanno avuto origine; frasi brevi o comunque concise, che strizzano l’occhio all’ironia e che hanno una certa cadenza musicale per suonare piacevoli all’orecchio e che il più delle volte contengono rime, assonanze di parole. Trucchetti perfetti affinché il detto passi di bocca in bocca e rimanga nel tempo. Saggezza Popolare!

Cielo a pecorelle, in tedesco schäfchenwolken, in francese ciel moutonné; in inglese mackerel sky, termine derivante dallo sgombro poiché le striature delle nubi ricordano le squame; in spagnolo cielo aborregado, piastrellato di fiocchi si potrebbe tradurre… più o meno…

Per i non addetti ai lavori è facile confondere altocumuli e cirrocumuli. I primi si trovano ad una altitudine che varia tra i 2.500 ed i 6.000 metri, i secondi dai 5.000 ai 13.000 metri. I cirrocumuli, Cc cirrocumulus, sono nubi alte, bianche, senza ombreggiature e di aspetto più piccolo rispetto agli altocumuli, Ac altocumulus, che, ovviamente, mostrano un aspetto tipo grandi fiocchi allineati, più scuri e con ombreggiature (ma va?!). È proprio la presenza di altocumuli, che si formano quando una massa d’aria calda e umida sale, che può indicare l’avvicinarsi di un probabile temporale. Gli altocumuli si suddividono in diverse Specie (Ac. Stratiformis, Ac. Lenticularis, Ac. Floccus, ecc) e Varietà (Ac. Opacus, Ac. Perlucidus, Ac. Translucidus, per fare un esempio, sono così chiamate poiché indicano la permeabilità nei confronti di luce solare e lunare; Ac Opacus sono nubi di norma così opache da celare il sole o la luna). La nomenclatura di specie e varietà in cui vengono suddivise le nubi è figlia di Luke Howard (1772-1864), chimico e meteorologo londinese considerato il padre della Nefologia, la branca della meteorologia che studia le nuvole.

In meteorologia una nuvola (nel linguaggio scientifico chiamata più comunemente nube) è un’idrometeora costituita da minute particelle di vapore d’acqua condensato e/o cristalli di ghiaccio, sospesi nell’atmosfera grazie a correnti ascensionali o in stato di galleggiamento e solitamente non a contatto con il suolo.

Idrometèora. Che termine affascinante! Da idro e meteora; idro, dal greco hýdōr acqua; meteora, dal greco metéōros, sollevato/sospeso da terra. Nefologìa; dal greco néphos, nuvola e dal greco logìa, studio/espressione/dottrina. Luke Howard, dopo aver studiato presso una scuola Quacchera nello Oxfordshire iniziò la professione di farmacista; prima in apprendistato, poi con un collega ed infine, nella prima metà degli anni ‘50 del 1800, diede vita alla Howards&Sons. Molto prima, nel 1802, presentò al club filosofico Askesian Society il saggio ‘Essay on the Modifications of Clouds’ (pubblicato poi l’anno successivo) dove applicava la classificazione di Linneo alla diversificazione delle nubi. Da questo saggio uscirono le definizioni Cirrus, Cumulus, Stratus, Nimbus… adottate poi dai meteorologi. ‘Essay On the Modifications of Clouds’ fu successivamente inserito nel più corposo ‘The Climate of London’, dove discuteva delle osservazioni sul clima londinese basandosi sulle registrazioni da lui stesso effettuate a partire dal 1806. Ci sarebbero così tante cose da dire sulla vita di Howard, ma non credo sia il caso di dilungarsi troppo! Voglio però scriverne ancora tre.

1. Sul suo Essay On the Modifications of Clouds ci sono disegni dettagliati delle nubi; queste furono disegnate da Howard stesso, mentre i paesaggi sono del pittore Edward Kennion. Tuttavia durante il processo per la pubblicazione i disegni delle nuvole fatti da Howard subirono purtroppo qualche modifica.

2. Nello stesso anno in cui Howard presentava la sua classificazione delle nubi, in Francia, completamente indipendente, faceva altrettanto un tizio di nome Jean-Baptiste Lamarck… 🤔🤷🏽‍♀️ … tuttavia ebbero molto più successo e popolarità i nominativi di Howard, forse per l’uso del latino o forse per i bei disegni d’accompagnamento che aiutavano molto nella comprensione o forse perché Lamarck pubblicò solo in francese e solo in una poco conosciuta rivista accademica… poor Lamarck!

3. Nel 1821 divenne membro della Royal Society. Un anno più tardi, nel 1822, iniziò una corrispondenza con un altro tizio che gli scrisse per approfondire le tematiche nuvolesche ma anche per saper qualcosa del loro padre. Gentilmente, Howard inviò uno schizzo autobiografico ed il tizio ricambiò con un breve poemetto dal titolo Howard’s Ehrengedächtniss. Il tizio si chiamava Johann Wolfgang von Goethe.

Se state googolando e vi viene voglia di nubi, andate sul sito dell’International Cloud Atlas, nel menù troverete informazioni ed immagini ed anche comparazioni. Così, la prossima volta che alzerete il naso verso il cielo, saprete cosa state osservando!

tutte le foto sono mie

A little bit of Country… #5

Altro giro altra corsa!

Siamo di nuovo alla Billboard Hot Country Songs. Sul trono troviamo lui, The King of Country come in molti lo appellano, George Strait. Ho già accennato al fatto che Strait è stato uno dei nomi più importanti di quell’onda che ha riportato la Country Music alle sue radici, dopo la svolta sempre più Pop che stava prendendo negli anni ‘80. Il 23 Giugno 1990 al N°1 c’è Love Without End, Amen. Nove settimane in classifica e la terza consecutiva al primo posto, ci resterà per altre due. Scritta dal cantautore texano Aaron Barker, è stata il singolo di punta dell’album Livin’ It Up uscito il 15 Maggio 1990. Un pezzo mid-tempo nel quale di padre in figlio viene tramandato il valore dell’amore genitoriale che è incondizionato (ci sarebbe tutta una lunghissima parentesi da aprire, ma vabbè…). Aaron Barker, autori di molti pezzi per vari artisti ed anch’egli cantante, ha scritto il testo partendo da un avvenimento personale. Diventato genitore a soli diciassette anni, ha vissuto un momento problematico con il figlio che ha avuto come conseguenza numerosi dubbi sul suo modo di essere padre e sul come meglio approcciarsi ad un figlio che sta crescendo, che sta diventando adulto. Essere genitori è un qualcosa di profondamente intenso, una responsabilità senza eguali. E tutti questi pensieri Barker li ha tradotti in questa canzone di successo, con cui egli stesso si esibisce. E che nel 2002 è divenuta anche un libro.

I got sent home from school one day with a shiner on my eye
Fightin’ was against the rules and it didn’t matter why
When dad got home I told that story just like I’d rehearsed
Then stood there on those tremblin’ knees and waitin’ for the worstAnd he saidLet me tell you a secret about a father’s love
A secret that my daddy said was just between us
He said daddies don’t just love their children every now and then
It’s a love without end, amen
It’s a love without end, amen