Gli ultimi 42 minuti…

photo by me

Nel novembre 1839 Maria Ann Smith ed il marito Thomas arrivarono in Australia dall’East Essex a bordo della Lady Nugent, andando a vivere nei pressi di Ryde, New South Wales. Maria Ann e Thomas avevano già avuto diversi figli e nella loro nuova casa lei venne conosciuta come Nonnina Smith, molto stimata dalla comunità. Maria Ann amava preparare torte di frutta fresca che ella stessa coltivava. E fu proprio nel suo compost che un giorno del 1868 vide esser spuntata una piantina nuova. Se ne prese cura e nel 1876, dopo la morte di Thomas, Maria Ann era morta nel 1870, il frutticoltore Edward Gallard acquistò parte della fattoria degli Smith sviluppando la piantina di Maria Ann, i cui frutti vennero chiamati in suo onore Granny Smith.
Io adoro le Granny Smith e adoro usarle per cucinare torte, da quelle tipiche italiane all’americana Apple Pie.
Evidentemente la Granny Smith piaceva anche ai Beatles dato che la scelsero come logo della loro Apple Corps Limited, fondata nel 1968 e che a fine anni ‘60 del secolo scorso vedeva la propria sede nel cosiddetto Apple Building, al 3 Savile Road.
E proprio sul tetto dell’Apple Corps il 30 gennaio 1969 i Beatles improvvisarono quella che poi sarebbe risultata la loro ultima performance pubblica. Insieme al tastierista Billy Preston suonarono nove riprese di cinque canzoni per un totale di quarantadue minuti, prima che la polizia entrasse nell’edificio interrompendo l’esibizione.

FotoPoesia #10

photo by me

He halted in the wind, and – what was that
Far in the maples, pale, but not a ghost
He stood there bringing March against his thought,
And yet too ready to believe the most.
‘Oh, that’s the Paradise-in-bloom,’ I said;
And truly it was fair enough for flowers
had we but in us to assume in march
Such white luxuriance of May for ours.
We stood a moment so in a strange world,
Myself as one his own pretense deceives;
And then I said the truth (and we moved on).
A young beech clinging to its last year’s leaves.


Robert Frost – A Boundless Moment




Robert Lee Frost moriva il 29 gennaio 1963 a quasi ottantanove anni, dopo una vita costellata di tragedie famigliari che mai influenzarono negativamente la dolcezza e la forza della sua produzione poetica. Vincitore di quattro Pulitzer, pubblicò la prima raccolta, A Boy’s Will, nel 1913 a Londra, grazie anche all’interessamento di Ezra Pound.

Reperti (quasi) archeologici

Sono trascorsi quasi trent’anni dal giorno in cui decisi di scostarmi dai miei soliti ascolti ed avventurarmi nell’acquisto della musicassetta (!!) di un gruppo sconosciuto, appartenente ad un genere non propriamente mio, di cui ero rimasta piacevolmente colpita da una canzone ascoltata per caso alla radio. Una canzone orecchiabile, allegra, che mi dava buonumore.
All’epoca, nella mia piccola città, c’era un negozietto di musica, il proprietario e gestore a volte dava l’impressione di sapere mentre altre… il dubbio era ben forte! Quella volta ebbi fortuna. Non riuscendo mai a beccare il momento in cui venivano detti titolo ed autore, riportai il ritornello su un foglietto e tentai la sorte. E vinsi! Insomma, ottenni ciò che cercavo. Tutta felice me ne tornai a casa ma dovetti attendere di essere sola, soprattutto dovetti nascondere bene il nuovo acquisto. E poi finalmente ebbi tempo ed opportunità per inserire la cassetta nel mangianastri, quanto mi sento vecchia ad usare questi termini ma sinceramente c’era un qualcosa che col digitale si è perso. La bellezza dell’imperfezione… Comunque, pigiai il tasto play e mi misi in ascolto.
La canzone che mi interessava, e che era stata causa di quell’acquisto, era la prima del lato B ma non potevo certo saltare di palo in frasca! Mi piacque molto l’ascolto, alcuni pezzi più di altri, ma infine decisi che fosse stata una buona spesa. Ero soddisfatta!
Quello rimase l’unico acquisto e l’unico interesse per quella band, non solo perché apparteneva ad un genere non mio, ma soprattutto ascoltando qualche pezzo degli album successivi, sempre grazie alla radio, li ritrovai anni luce dai miei gusti. Era stata solo quella canzone a colpirmi e la cassetta mi era piaciuta. Punto. Fine esperienza con il gruppo degli Spin Doctors, band newyorkese formatasi nella seconda metà degli anni ‘80 del secolo scorso; inizialmente sotto il nome Trucking Company che comprendeva il chitarrista canadese Eric Schenkman, l’armonicista John Popper ed il cantante Chris Barron, successivamente Popper lasciò ed arrivarono Aaron Comess alla batteria e Mark White al basso. Nella primavera 1989, con questa formazione, nascevano gli Spin Doctors.
A quanto pare sono ancora attivi, tra alti e bassi hanno pubblicato sei studio album e tre live album ed hanno rilasciato dodici singoli, sempre nel loro genere Alternative/Funk/Jam. La canzone che mi colpì era Two Princes che ad oggi rimane uno dei loro più grandi successi internazionali. Fu pubblicata come singolo nel 1993, grazie al successo ottenuto in radio, arrivando settima in classifica USA, prima in Islanda e Svezia, seconda in Canada e terza in Australia. Nella musicassetta era la prima traccia del lato B dello studio album di debutto, uscito il 20 agosto 1991, Pocket Full of Kryptonite; inizialmente vendette 60.000 copie ma diverse stazioni radio iniziarono a passare continuamente il singolo Little Miss Can’t Be Wrong a metà del 1992 e successivamente il già citato Two Princes. Gli ascolti ebbero successo e portarono l’album ai primissimi posti delle classifiche Billboard Heatseekers e Billboard 200. Pocket Full of Kryptonite è stato l’album più venduto degli Spin Doctors ed è stato certificato cinque volte disco di platino dalla RIAA.
Pocket Full of Kryptonite è una citazione dalla traccia di apertura, Jimmy Olsen’s Blues, nella quale il personaggio dei fumetti di Superman cerca di convincere Lois Lane a preferire lui al supereroe in calzamaglia. Il richiamo a Superman si trova anche nella immagine di copertina, una cabina telefonica.

Yeah
One, two princes kneel before you
That’s what I said now
Princes, princes who adore you
Just go ahead now
One has diamonds in his pockets
And that’s some bread now
This one said he wants to buy you rockets
Ain’t in his head now

This one, he got a princely racket
That’s what I said now
Got some big seal upon his jacket
Ain’t in his head now
You marry him, your father will condone you
How ‘bout that now?
You marry me, your father will disown you
He’ll eat his hat now

Marry him, or marry me
I’m the one that loves you, baby, can’t you see?
I ain’t got no future or family tree
But I know what a prince and lover ought to be
I know what a prince and lover ought to be


FotoPoesia #9

Foto Mia

I KNOW not how it falls on me,
This summer evening, hushed and lone;
Yet the faint wind comes soothingly
With something of an olden tone.
Forgive me if I’ve shunned so long
Your gentle greeting, earth and air!
But sorrow withers e’en the strong,
And who can fight against despair?


Emily Brontë

Costellata da tragedie, problemi di salute ma anche da un innato talento letterario, la vita di Emily Brontë ebbe termine il 19 dicembre 1848. Fin da bambina, assieme a sorelle e fratello, diede vita a luoghi immaginari dove, tramite scritti, facevano accadere le storie più disparate. Molte poesie appartengono al cosiddetto ciclo di Gondal a cui si dedicherà praticamente fino alla fine. Fu Charlotte, la terza dei sei figli di Maria (nata Branwell) e Patrick Brontë, a trovare alcune poesie della sorella ed insistere poi per curarne una pubblicazione, Poems by Currer, Ellis, and Acton Bell. Sempre Charlotte, rimasta ultima Brontë, felicemente sposata da poco e prima di morire nel marzo 1855 quasi certamente per iperemesi gravidica, si occupò di sistemare altri cicli di poesie delle sorelle. Alcuni taccuini di Emily sono rare testimonianze.
Nota soprattutto per Wuthering Heights, Emily fu anche una elegantissima poetessa nei cui scritti sapeva trasmettere tutta una serie di intense e vivide emozioni.

Ieri, centottantacinque anni fa…

Il brigantino classe Cherokee H.M.S. Beagle si trovava in viaggio da quasi quattro anni e da circa una settimana aveva lasciato il porto di Lima, in Perù.
Varato nel maggio 1820 sotto la Royal Navy e armato di dieci cannoni (divenuti successivamente sei), partecipò alla parata per i festeggiamenti dell’incoronazione di Giorgio IV, il re soprannominato First Gentleman per il suo abbigliamento ed il suo comportamento entrambi assai eccentrici. Dopo un periodo in acqua ma senza attività, il Beagle levò le ancore nel maggio del 1825 con il compito di fungere da supporto per la H.M.S. Adventure del capitano King, in un viaggio esplorativo dell’estrema America meridionale. Fu un viaggio molto duro, soprattutto per il capitano del Beagle, Pringle Stokes, che cadde in una delirante depressione finendo con il suicidarsi. Dopo alcune vicissitudini il nuovo comandante fu il capitano Robert FitzRoy, considerato poi un innovatore nel campo delle previsioni meteorologiche.
FitzRoy non perse tempo. Rientrato in Inghilterra fece apportare modifiche e migliorie al brigantino, introducendo un equipaggiamento notevole ed utile allo scopo esplorativo che si sarebbe ripetuto nel nuovo viaggio. Nel primo pomeriggio del 27 dicembre 1831 il Beagle salpò dal porto di Plymouth. Dopo quasi quattro anni, di cui più di tre trascorsi in una minuziosa esplorazione del Sudamerica, compresi le Falkland, la Patagonia e la Cordigliera delle Ande, il brigantino lasciò Lima ed il 15 Settembre 1835 calò le ancore nei pressi di San Cristóbal, la più orientale delle isole che formano l’arcipelago delle Galápagos. A bordo settantadue membri dell’equipaggio ed il giovanissimo naturalista Charles Darwin.

Nato nel febbraio 1809 a Shrewsbury, nelle West Midlands, Darwin aveva poco prima ricevuto lettere nelle quali lo consigliavano di accettare l’offerta di unirsi alla spedizione del Beagle. Decisivo presso il padre fu l’intervento dello zio, Josiah Wedgwood II, uomo di cultura e figlio di quel Josiah senior che fondò la famosa ditta di porcellane Wedgwood. Le osservazioni del giovane Darwin, all’epoca della partenza era ventiduenne, iniziarono nel gennaio 1832 presso le isole di Capo Verde.
L’entusiasmo di Darwin durante tutto il viaggio ben traspare dal saggio The Voyage of the Beagle, in italiano Viaggio di un naturalista intorno al mondo, originariamente pubblicato nel maggio del 1839 come terzo volume del più ampio The Narrative of the Voyages of H.M. Ships Adventure and Beagle. Fu il capitano FitzRoy a proporre a Darwin di partecipare alla stesura dell’ampio e dettagliato resoconto, per occuparsi della parte relativa alla storia naturale. Il volume scritto dal giovane Charles, intitolato Journal and Remarks, 1832–1835, fu così di impatto ed ebbe così successo da far decidere all’editore di ripubblicarlo ad agosto da solo con il titolo Journal of Researches into the Geology and Natural History of the various countries visited by H.M.S. Beagle. A quanto pare senza chiedere nulla al diretto interessato…
Nel 1845 uscì una nuova edizione, grazie all’interessamento dell’editore John Murray da cui Darwin fu pagato, nella quale iniziarono a vedersi modifiche, aggiunte e riflessioni, partendo dal titolo, Journal of Researches into the Natural History and Geology of the countries visited during the voyage of H.M.S. Beagle round the world, frutto di un continuo lavoro da parte del giovane naturalista che si basava non soltanto sui resoconti scritti ma in particolare dall’attento studio di tutto il materiale raccolto nei cinque anni di viaggio, durante il quale trascorse più di tre anni a terra. Nel 1905 la ripubblicazione, questa volta recante il titolo divenuto poi quello definitivo ossia The Voyage of The Beagle. Dalla morfologia del territorio agli usi e costumi delle varie popolazioni, soprattutto indigene, dalla biologia alla geologia, tutto il saggio è pregno dell’esuberante entusiasmo di Darwin; finissimo ed attento osservatore, non c’era nulla che non attirasse la sua curiosità ed in particolare nell’edizione del 1845 si possono già trovare dubbi e riferimenti sulla fissità delle specie e accenni e primi germogli di quella che sarà la sua teoria dell’evoluzione basata sulla discendenza e sulla selezione naturale. Durante gli anni della esplorazione, Darwin non si tirò indietro di fronte a nulla. Ogni esperienza veniva accolta con fervore e portata a termine con acutezza ed intelligenza. Scalò montagne, percorse a cavallo sperdute pianure, incontrò i più svariati personaggi, scendendo in un porto e dando appuntamento al Beagle in quello successivo. Con sé sul brigantino aveva copia dei volumi componenti il saggio Personal Narrative del prussiano Alexander von Humboldt, naturalista e geografo ed esploratore di enorme impatto sulle scienze ma attualmente un po’ dimenticato, di cui si può leggere la stupenda ed appassionata storia nel saggio L’ invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l’eroe perduto della scienza di Andrea Wulf.
Viaggio di un naturalista è un resoconto minuzioso, puntiglioso, estremamente ricco dove protagonista è l’infinita passione del giovanissimo naturalista che proprio grazie a molte osservazioni comparate effettuate alle isole Galápagos, getterà il seme di una delle più grandi rivoluzioni scientifiche. A tratti pecca forse un po’ di logorrea, ma poiché da Darwin non si torna indietro ciò gli è perdonato.

Me, myself and… Books #9

Disamina di un autore recentemente sopravvalutato

Era da tempo che gironzolavo attorno a questo titolo e questo autore, di norma quando mi accosto a titolo e autori gridati dal tam tam mediatico finisco (quasi) sempre per pentirmene. Ho altalenanti rapporti con la produzione definita moderna, col postmodernismo o contemporaneo poi… meglio lasciar perdere! Ma cosa c’entra un romanzo del 1965 col postmodernismo?

Quando morì, il 3 marzo 1994, John Edward Williams lasciò incompiuto il quinto romanzo, The Sleep of Reason, dopo averne pubblicati precedentemente quattro più due testi di poesie, The Broken Landscape: Poems (1949) e The Necessary Lie (1965), e curato edizione e introduzione di una antologia, English Renaissance Poetry: A Collection of Shorter Poems from Skelton to Jonson (1963).
Il primo romanzo, Nothing but the Night, venne pubblicato nel 1948 durante il periodo universitario, quando si iscrisse alla University of Denver dove poi conseguì un Bachelor of Arts (1949) e un Master of Arts (1950). Da notare che anche la raccolta di poesie The Broken Landscape risale a questo periodo. Nulla, solo la Notte, nella versione italiana, fu poi successivamente un po’ rinnegato dallo stesso autore e come tutti gli altri suoi romanzi passò in sordina riscuotendo una ben limitata accoglienza. Questo romanzo d’esordio è una palese scopiazzatura di personaggi e situazioni già note all’epoca, un protagonista straziato da una storia personale che lo mostra un po’ come una sorta di filosofeggiante antieroe dall’anima oscura. Confuso, vago, con momenti di patetismo inconsistente alternati a tentativi di lirismo pietosamente falliti a causa di una eccessività fastidiosa e improduttiva.
Nel 1960 pubblicò il secondo romanzo, Butcher’s Crossing, ambientato nel Kansas di frontiera del 1870. Cinque anni prima era ritornato a Denver dopo aver vissuto a Columbia, nel Missouri, dove si era iscritto all’omonima università per conseguire il dottorato in letteratura inglese. Il protagonista di questo romanzo di frontiera, il giovanissimo Will Andrews, lascia gli studi ad Harvard per trovare sé stesso nel lontano e selvaggio ovest. Protagonista e narrazione sono permeati dal trascendentalismo ispirato da Ralph Waldo Emerson, dove il dualismo uomo-natura può aiutare il primo a sconfiggere la corruzione della società (moderna) che corrode la di entrambi naturale bontà.
Mi è stato detto che questo libro l’ho letto cinque anni fa ma io non ne ho alcun ricordo!, nemmeno procedendo con la ‘seconda’ lettura ho avuto alcuna illuminazione. Fatto davvero più unico che raro… La solita prosa semplice, senza fronzoli, abbastanza scarna che in pochissime occasioni riesce tuttavia a dare anche buone descrizioni di accadimenti e ambiente. Il protagonista è un po’ scontato anche nella sua crescita, lo si segue senza troppe pretese. Gli altri personaggi sono assurdamente piatti e funzionali al protagonista, il che mi ha un po’ lasciata interdetta. Su GoodReads ho dato una stella a Nulla, solo la notte e due stelle a Butcher’s Crossing.
Il terzo romanzo arrivò cinque anni dopo, nel 1965, quando ormai era un professore di ruolo alla University of Denver. La frustrazione soprattutto lavorativa del protagonista, Stoner, è in parte autobiografica e recepita da Williams anche in svariati colleghi. Anche Stoner, come i precedenti tre romanzi, ricevette scarsa attenzione da parte di critica e pubblico. Tra l’altro l’autore stesso disse che era quasi certo della scarsa accoglienza che avrebbe ottenuto…
Di nuovo, ho ritrovato uno stile semplice e basilare all’osso, confuso, inadeguato, con costruzione di personaggi che non arrivano e totale incapacità di far pervenire l’ambientazione temporale. William Stoner, il protagonista, cresce in una fattoria ma mandato dal padre all’università, lascerà il percorso iniziale scegliendo l’amore per la letteratura. Un personaggio inetto per una storia inetta. Banale, sterile, a tratti veramente deludente. Un uomo passivo che mani in tasca si risveglia, più o meno, solo per i libri (quando Walker, il cattivo in comico odor di fiaba, si palesa per lordare il suo territorio). Una lettura che non mi ha lasciato nulla, una delle più sopravvalutate che abbia letto ultimamente. Su GoodReads ho assegnato una stella.
Al momento ho deciso di attendere un po’ prima di affrontare Augustus. Pubblicato nel 1972 dalla Viking Press, sette anni dopo Stoner, fu anche l’unico che ebbe un minimo di riscontro. In forma epistolare, il romanzo racconta la storia dell’imperatore romano Augusto, dalla giovinezza alla vecchiaia. Mescolando fatti storici con ricami inventati, Williams tratteggia una sorta di monologo di un Augusto quasi ‘costretto’ a certi comportamenti, a certe decisioni, per un bene superiore che va oltre uomini e periodo. Nel 1973, Augustus condivise il riconoscimento per la miglior fiction del National Book Awards con Chimera di John Barth.

Ad inizio articolo ho accennato al contemporaneo/postmoderno. Ebbene, parlando di Stoner e più in generale di John E. Williams, torno a riprendere un discorso iniziato per l’anniversario della morte di Aretha ed Elvis.
Nel mio pensiero a loro rivolto, ho riportato il termine cultura intensiva, accennando all’attuale sterile globalizzazione paragonabile al Nulla che divora Fantàsia. Stiamo assistendo, già a partire dagli anni ‘90 ma con preponderanza dal 2000, ad una inesorabile e miserevole targetizzazione portata avanti da aziende di vario genere, che siano governi, politica, merchandising… abbigliamento, cinema, televisione, musica, cibo, libri… Una cultura appiattita sul consumo.
Cultura Intensiva, appunto.
Parlando qui di libri e lettura, ciò che sta avvenendo è una scarnificazione di quelle che sono la ricchezza e la profondità della prosa, fino a giungere a elementi di una disarmante semplicità in senso negativo, una miseria di concetti, un impoverimento di linguaggio, storia, personaggi, svolgimento della narrazione. Leggendo autori Classici e precedenti gli anni ‘70/‘80 del Novecento del secolo scorso (definiti Moderni ossia dopo il 1945), nella maggior parte dei casi, anche con una struttura semplice, trame e personaggi trasmettevano un messaggio, potevano essere filosofiche lezioni di vita, spaccati di quella Storia da cui tutti discendiamo ma che non tutti abbiamo vissuto in prima persona. Personaggi con spessore, in negativo e in positivo. Una struttura corposa, studiata, ricca, acculturata. Al contrario, dagli anni ‘90 ma soprattutto dal 2000, la targetizzazione imperante ha portato ad un impoverimento, ad uno spolpare miseramente fino all’osso la struttura del romanzo, rendendolo anche globale nel senso fotocopia di quel già scritto e già visto che rende tutto una sorta di preoccupante e vuota clonazione. È ben risaputo il recente vizietto delle case editrici di creare sondaggi su cui basare sinossi da consegnare per lo sviluppo da mercificare a ghost-writers o autori stessi, all’unico scopo di pubblicare qualunque cosa per tenere alte le vendite ormai standardizzate. Ecco perché è sempre più frequente imbattersi in romanzi che sono già visti, che posseggono una struttura povera e con un linguaggio misero ed adeguato ai fenomeni di analfabetismo funzionale/di ritorno che stanno straziando la nostra Cultura e la nostra Società. Ed ecco che in questa ondata di ‘scarnificazione di quelle che sono la ricchezza e la profondità della prosa’ che porta al conseguente impoverimento della struttura e della storia, le opere di Williams rientrano perfettamente trovando finalmente il consenso non ottenuto quando era in vita.

Scrivere questo mio attento e minuzioso pensiero su Williams e sue opere, ha necessitato un accompagnamento dolce. Crumble di albicocche e mirtilli. Le albicocchine sono dell’alberello di amici dei miei genitori, quest’anno non ne ha fatte molte purtroppo… Mi piace abbinare frutta e spezie e qui ho mescolato albicocche e mirtilli con cannella, chiodi di garofano e cardamomo. Ed anche una spruzzatina di succo di limone. Le briciole le ho fatte con burro (io uso solo Beppino Occelli), farina integrale di farro, farina di grano saraceno, eritritolo (polialcol presente in alimenti fermentati) ed un pizzico delle stesse spezie usate con la frutta a tocchetti. In forno preriscaldato a 170º per un 12/15 minuti e quando il crumble si presenta ben dorato è pronto! È uno dei dolci che preferisco e lo faccio con frutta diversa e spesso sostituendo le farine con avena integrale e frutta secca sminuzzate un po’ grossolanamente. E non vedo l’ora che arrivi il mio amato autunno, dove il crumble sarà di mele e cannella accompagnato da una bella e calda tazza di tè, English Breakfast a colazione o Earl Grey nel pomeriggio. Sicuramente il crumble ha addolcito queste letture!

NowListening #8

Uno degli ascolti di oggi festeggia il 46º anniversario da quando scalò le classifiche Billboard. Il 14 Settembre 1974 al N°1 della Billboard Hot 100 si trovava I Shot the Sheriff. Scritta da Bob Marley e parte di Burnin’, sesto album della band jamaicana The Wailers. Dopo questo album il percussionista Bunny Wailer e il chitarrista e tastierista Peter Tosh lasciarono il gruppo, che divenne poi noto come Bob Marley & The Wailers. La canzone parla di un uomo che spara ad uno sceriffo, ma che poi viene accusato di averne ucciso il vice. Lo stesso Marley tempo dopo, in una intervista, commentò così:

“I want to say ‘I shot the police’ but the government would have made a fuss so I said ‘I shot the sheriff’ instead… but it’s the same idea: justice.”

Questa giustizia, disse successivamente l’allora compagna di Marley Esther Anderson, attrice scrittrice e documentarista, avrebbe avuto a che fare con le pillole anticoncezionali che assumeva all’epoca. Questa ‘cosa’ di voler seguire un controllo delle nascite infastidiva parecchio Marley, che scrisse così quella canzone sostituendo il medico che faceva le prescrizioni con uno sceriffo.

“Sheriff John Brown always hated me / For what, I don’t know / Every time I plant a seed / He said, ‘Kill it before it grow”

Ad arrivare in testa alla Billboard Hot 100 non fu però la versione originale di Bob Marley, ma quella un po’ più Soft Rock/Blues di Eric Clapton. L’artista ascoltò il pezzo del giamaicano grazie ad un membro della sua band che lo convinse a farne un singolo ed inserirla anche in un album. Il singolo uscì ad inizio luglio del 1974 per la RSO e come B-Side aveva Give Me Strenght. L’album, 461 Ocean Boulevard, uscito a fine dello stesso mese, arrivò al numero uno della US Billboard 200 e della Canadian Top Albums. Nel 2003 la versione di Clapton venne inserita nella Grammy Hall of Fame.

CineDomenica: Il biscotto della fortuna

The Fortune Cookie, titolo originale di Non per soldi… ma per denaro, esce nelle sale americane nell’ottobre 1966 e vede per la prima volta la coppia Jack Lemmon e Walter Matthau. Prodotto e diretto da Billy Wilder, con sceneggiatura co-scritta da Wilder e I.A.L. Diamond (insieme anche per titoli quali Some Like It Hot/A qualcuno piace caldo, The Apartment/L’Appartamento, Irma la Douce/Irma la dolce), ricevette quattro nomine per gli Academy Award di cui vinse quella per Best Supporting Actor grazie alla splendida interpretazione di Walter Matthau. E proprio a causa di un infarto che colpì quest’ultimo, la produzione dovette fermarsi per alcuni mesi dando modo all’attore di rimettersi. Tornato alle riprese, Matthau dovette indossare abiti che mascherassero almeno un poco la forte perdita di peso subita. Nonostante la produzione avesse inizialmente proposto altri nomi per l’accoppiata con Lemmon, Lemmon stesso mise il proprio impegno affinché la scelta ricadesse su Matthau. Ed il successo, l’alchimia fra di loro, fu tale che proseguì in altre nove pellicole, tra cui la fortunatissima The Odd Couple/La Strana Coppia.

Il cameraman Harry Hinkle rimane coinvolto in un piccolo incidente durante una partita dei Cleveland Browns, football team dell’omonima città. Le contusioni riportate sarebbero davvero minime se non fosse per il cognato di Harry, William H. ‘Whiplash Willie’ Gingrich, che subodora soldi a palate. Inizia così un tira e molla da black comedy, dove da un lato vediamo il semplice e di buon cuore Harry (Lemmon) combattere continuamente con il rimorso, soprattutto nei confronti del giocatore causa principale dell’incidente, e dall’altro l’astuto, caustico e calcolatore Will (Matthau) iniziare già a spendere soldi non ancora suoi, impegnato in una partita a scacchi con gli avvocati della compagnia d’assicurazioni. Inizialmente convinto dalla potenziale riconciliazione con la ex-moglie Sandy, sensuale bionda che insegue il successo, Harry si ritroverà infine troppo coinvolto dal sincero legame instauratosi con Luther ‘Boom Boom’ Jackson, nel frattempo preda di una vera crisi sportiva scatenata dai sensi di colpa nei confronti di colui che crede realmente di aver condannato su una sedia a rotelle.
Stupende le interpretazioni dei due attori. Lemmon sa rendere Hinkle un uomo semplice ma dalla forte morale, il quale riesce a prendere la giusta decisione nel momento necessario; Matthau perfetto imbroglione che gigioneggia con nonchalance tra un ringhio, una imposizione, un sotterfugio, il finto piagnucolare del raggiratore non proprio professionista, ma che alla fine sa arrendersi all’evidenza. O forse così pare…
Gli altri attori si mostrano buoni satelliti capaci di ruotare attorno ai due grandi pianeti, mettendone in risalto le capacità rendendo funzionali i personaggi nei modi e nei momenti giusti. Un po’ si ride, si sorride ma sopratutto si riflette, in questa pellicola che è uno classico godibile da vedere e rivedere in cui azzeccata è la musica e d’impatto la fotografia, eccezionali i dialoghi.

aMici Speciali…

foto mia

Lo so, lo so, c’è un pezzetto di gamba/tuta che rovina l’immagine o forse no, a me piace così, piace il fatto che al micionzolo piaccia spaparanzarsi vicino a me, farsi grattugiare e poi ronfolare… e mentre lui ronfola, cullato dal venticello in mezzo al prato, io studio macchie, striature, colori, pelo… si possono riconoscere dei pois sulla pancia, la M sulla fronte, ha due evidenti righe che segnano le guance e il sottomento bianco, il naso è rosa salmoncino e qui non si vede ma coda e zampe hanno anelli neri. Quindi dovrebbe essere mackerel tabby, detto anche Tigrè. Una delle tipologie di mantelli del Gatto Europeo. Ma è un Gatto Europeo? O è un Soriano?

Soriano è semplicemente uno dei termini con i quali indichiamo il gatto meticcio, tutti quei randagi che compongono colonie ad esempio e di cui non si sa bene la provenienza. Europeo è una razza, ufficialmente riconosciuta e come tutte le razze rispondente a determinate caratteristiche. Tommy, lo stronzetto di casa, è un Europeo. Il pazzerello qui sopra nella foto invece è parte della famigliola di cui mi occupo e che sta fuori perché Tommy in casa non vuole nessuno, pena la morte…
Quella dell’Europeo è una delle tante razze ufficialmente riconosciute esistenti, su alcuni siti si legge una sessantina e su altri un centinaio.
L’origine del gatto ha ancora molti punti da chiarire. I primi avvicinamenti uomo-gatto avvennero nella Mezzaluna Fertile, attorno ai 9.000/10.000 anni fa, quando i primi agricoltori stanziali diedero ai progenitori del gatto domestico la possibilità di caccia (i topi che si trovavano nei luoghi di accumulo scorte), ma anche altre fonti di cibo presenti nei primi insediamenti. A Cipro è stata rinvenuta una tomba al cui interno, acciambellato non molto distante da resti umani, si trovava un gatto. La tomba dovrebbe risalire a circa 8.000/8.500 anni fa, quindi molto prima dell’apparente domesticazione da parte degli antichi egizi.
Nel villaggio agricolo di Quanhucun nello Shaanxi, Cina, sono state ritrovate evidenti tracce di una chiara convivenza tra uomo, gatto e roditore risalenti a 5/5.500 anni fa; una dieta a base soprattutto di miglio, uno dei cereali maggiormente coltivati, per tutte e tre le specie ed in alcuni gatti, già non più appartenenti alla linea selvatica ma non ancora quella attuale domestica, quindi una via di mezzo, la dieta era stata di meno carne e più cereale a dimostrare che fosse l’uomo a nutrirlo, sicuramente per quell’aiuto iniziale nella caccia ai roditori divenuto col tempo un legame anche affettivo.
Alcune ricerche genetiche compiute su una vasta porzione di felini domestici ha dimostrato che i gruppi selvatici Felis silvestris silvestris (gatto selvatico europeo), F. s. lybica (gatto selvatico del Vicino Oriente), F. s. ornata (gatto selvatico dell’Asia centrale), F. s. cafra (gatto selvatico dell’Africa meridionale) e F. s. bieti (gatto del deserto cinese), rappresentano una sottospecie distintiva di Felis silvestris. In pratica da questi cinque felini selvatici, sottospecie di Felis silvestris, derivano le tantissime razze del moderno gatto domestico, Felis silvestris catus.

È nota l’importanza che la figura del gatto ricopriva nell’antico Egitto. Radersi le sopracciglia in segno di lutto per la perdita del gatto di casa era usanza comune, così come, potendo, farlo imbalsamare. Inutile riportare le varie divinità egizie inneggianti il piccolo felino, a partire dalla dea Bastet… L’uccisione volontaria di un gatto comportava pene assai severe! Myeou e Techau erano i termini usati (sempre dagli antichi egizi) per indicare gatto maschio e gatto femmina. In Grecia si passò dall’Ailouros (‘dalla coda mobile’) di Erodoto a Kàttos, Cattus poi in latino. Per i Romani era Felis, da cui deriva l’odierno felino. Il Cattus latino, da cui derivano la maggior parte dei termini moderni, è forse di origine nubiana, Kadis, o celto-germanica, Cat/Chazza. E proprio grazie anche ai Romani, il gatto arrivò un po’ ovunque giungendo al numero attuale di seicentocinquanta milioni… ?! Sarà una stima o una cifra precisa? Pur amandoli ammettiamolo, sono troppi. Ecco perché occorre una seria e scrupolosa campagna di sterilizzazione e di controllo nascite.