Lady Day

Alle 3:10 del 17 Luglio 1959, in una camera piantonata da poliziotti del Metropolitan Hospital dell’East Harlem, New York City, a causa di edema polmonare e di insufficienza cardiaca causati dalla cirrosi epatica diagnosticatale ad inizio anno, moriva all’età di quarantaquattro anni Eleanora Fagan, meglio conosciuta come Billie Holiday.

Nata dalla relazione tra Sadie Fagan ed il musicista Clarence Holiday, entrambi troppo giovani, lui sedici e lei forse di più forse di meno (ci sono ancora discordanze sull’età, tredici o sedici o diciotto, ma anche sulla effettiva paternità), Eleanora ebbe una infanzia tribolata. La madre, causa lavoro, la lasciava per lunghi periodi con la sorellastra e la suocera di quest’ultima. Saltava spesso la scuola ed iniziò fin da bambina ad avere problemi con le autorità finendo già a nove anni in riformatorio.
Crescendo le cose non andarono meglio. Subì un tentativo di stupro, finì nuovamente in riformatorio, fece la sguattera pulendo le stanze e facendo commissioni per un bordello, dopo un periodo di rinnovata lontananza seguì la madre ad Harlem finendo, come lei, a fare la prostituta. Dopo una retata della polizia entrambe furono di nuovo dietro le sbarre.
Questa volta però decise di cercare di non finire nuovamente nei guai presentandosi per il ruolo di ballerina ma ovviamente, non sapendo ballare, non fu presa trovando però lavoro come cantante. E fu proprio esibendosi che venne notata dal produttore John Hammond, nel 1933 al Covan’s un club sulla West 132nd Street. Hammond, insieme a Benny Goodman, le fece incidere i primi due pezzi: Your Mother’s Son-in-Law e Riffin’ the Scotch, quest’ultimo vendette cinquemila copie.

Her singing almost changed my music tastes and my musical life, because she was the first girl singer I’d come across who actually sang like an improvising jazz genius – John Hammond

Nel 1935, Billie partecipò al cortometraggio musicale di Duke Ellington, Symphony in Black: A Rhapsody of Negro Life, nel ruolo di donna abusata dall’amante. Nello stesso anno, grazie ad Hammond, ebbe un contratto con l’etichetta Brunswick e col pianista Teddy Wilson. Successivamente passò alla Vocalion, iniziando collaborazioni con artisti quali Artie Shaw, Count Basie, Lester Young. Fu proprio quest’ultimo a darle il soprannome Lady Day. Fu in competizione canora con Ella Fitzgerald, partecipando alla serata al Savoy Ballroom; gli sfidanti furono Billie che al tempo cantava con la band di Count Basie e la Fitzgerald che cantava con il gruppo di Chick Webb.

Count Basie - Billie Holiday 1951

Count Basie – Billie Holiday 1951

 

 

Gli anni seguenti le portarono successi, altre importanti collaborazioni, tour persino europei, ma anche discriminazioni, delusioni, relazioni sofferte, matrimoni falliti, abuso di alcol e droghe. Dopo averla aiutata ad aprire un ristorante, con parte dei suoi ricavati derivanti dall’ormai avviata carriera, ebbe degli alterchi con la madre Sadie. Da uno di questi nacque il pezzo di successo God Bless The Child. Nonostante i loro problemi, la morte di Sadie fu un duro colpo per Billie. Nel 1947 finì di nuovo in carcere per possesso di stupefacenti. Uscì l’anno successivo per buona condotta ed il manager organizzò un comeback concert alla Carnegie Hall. Fu un enorme successo. Le mandarono delle gardenie bianche, suo simbolo che portava sempre fra i capelli e tra i pezzi eseguiti ci fu Strange Fruit, controverso successo del 1939. Nel 1949 venne arrestata nuovamente per possesso di droghe, questa volta a San Francisco. Per la sua condotta le venne revocata la New York City Cabaret Card, in poche parole venivano ridotti i locali in cui potersi esibire, i tempi e i modi di esibizione ed ovviamente ne risentivano i guadagni. Era un modo per ‘bacchettare’ gli artisti ritenuti di ‘pessimo carattere’. L’abuso di alcol e droghe incise molto sulle sue performance, seppur queste proseguissero.
Nel 1956 uscì l’autobiografia Lady Sings the Blues; William Dufty del New York Post fu il ghostwriter della biografia, raccolse numerose conversazioni avute con Billie nell’appartamento suo e della moglie Maely, amica intima della cantante, scrivendo così la storia di Billie raccontata proprio attraverso i suoi ricordi. Assieme al libro, uscì l’omonimo LP che conteneva quattro nuove tracce (Lady Sings the Blues, Too Marvelous for Words, Willow Weep for Me, I Thought About You) e otto nuove registrazioni dei suoi più grandi successi.
Manager ed amici e collaboratori cercarono più volte di convincerla a ricoverarsi, la sua salute andava sempre peggiorando e gli abusi di alcol e droghe non avevano fine. Il 31 maggio 1959 fu ricoverata al Metropolitan Hospital per il trattamento di malattie epatiche e cardiache di cui soffriva da tempo. E da tempo era sotto controllo da parte del Federal Bureau of Narcotics. Nonostante fosse su un letto d’ospedale, Billie venne arrestata nuovamente per uso e possesso di sostanze stupefacenti. Mentre la sua condizione andava peggiorando, poliziotti stazionarono dentro e fuori la camera lasciandola finalmente sola soltanto poco prima del decesso. Il rito funebre cattolico si tenne il 21 luglio presso la Chiesa di St. Paul the Apostle a Manhattan. Venne poi sepolta nel cimitero di Saint Raymond nel Bronx.

 

Live al The Newport Jazz Festival – 1957
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5 pensieri su “Lady Day

  1. Non sapevo bulla della sua vita. Davvero travagliata.

    “[she] sang like an improvising jazz genius”
    Probabilmente non è che cantasse “come se” stesse improvvisando: improvvisava davvero.
    🙂

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