It’s a Bird… It’s a Plane… It’s…

A fox.
È una volpe o meglio, erano volpi e vari altri aninali selvatici tra cui lepri e gatti. In inglese fox tossing mentre fuchsprellen nei paesi di lingua tedesca, il gioco, che andava molto di moda nel Seicento e Settecento nelle nobili corti , consisteva letteralmente nel lanciare questi animali il più in alto possibile. Logicamente, il risultato era orripilante. Oltre al pericolo di attacchi causati dalla giusta difesa, la morìa dei poveri animali usati per puro divertissement aristocratico era altissima. Il gioco era formato da coppie; i due membri dovevano restare ad una distanza di sei, sette metri e reggere ognuno l’estremità di una sorta di panno rimbalzante, detta Prellgarn o Prelltuch, al centro della quale veniva sistemato l’animale che sarebbe poi stato lanciato. In alcune occasioni tutto e tutti venivano mascherati; gli uomini, ad esempio, da guerrieri famosi e mitici eroi come i centauri, mentre le donne da dee e ninfe. Ovviamente anche gli animali usati venivano decorati in modo assai carnevalesco. Vinceva la coppia che lanciava la bestiola più in alto. Tutto finiva in sontuosi banchetti, ma non per i poveri animali sopravvissuti ai lanci: nel 1672, ad esempio, Leopoldo I d’Asburgo, alla fine di una gara, partecipò con criticato entusiasmo all’abbattimento a bastonate delle suddette bestiole non decedute nei lanci.

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FotoPoesia #20

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Strano, vagare nella nebbia!
È solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.
Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.
Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.
Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro
ognuno è solo.


Hermann Hesse – Nella Nebbia

Scrittore, poeta, filosofo, pittore, premio Nobel nel 1946, Hermann Hesse nasce nel 1877 in quello che oggi è il Land di Baden-Württemberg. Cresciuto in una situazione ambientale e personale difficile, tenta anche il suicidio, trova apparentemente conforto nel suo interesse per temi quali spiritualismo, vegetarianesimo, filosofia orientale ed affronta entrambe le guerre mondiali restando sempre fedele alla sua morale, al rifiuto di far abbracciare arte e politica e, soprattutto, al suo essere pacifista a modo suo. Colpito più volte da depressioni ed esaurimenti, prova a cercare rimedio e nuova linfa presso sanatori, case di cura e persino un pellegrinaggio in terre orientali. Tre matrimoni, due divorzi, tre figli, varie raccolte di poesie ed altrettanti racconti, una trentina di romanzi, saggi, biografie, la produzione artistica di Hesse è vasta, profonda, acculturata. I protagonisti delle sue storie affrontano un percorso di vita travagliato quanto lo fu il suo, alla perenne ricerca di Conoscenza, di Serenità Interiore, di un significato della vita stessa che però, spesso, rifugge il proprio inseguitore. Hesse muore dopo lunga malattia, nell’agosto 1962 nella sua residenza di Montagnola, nel Canton Ticino.

Equinozio d’Autunno – 22 Settembre 2021 ore 20:21

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For summer has o’er-brimm’d their clammy cells.

Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reap’d furrow sound asleep,
Drows’d with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers:
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.

Where are the songs of spring? Ay, where are they?
Think not of them, thou hast thy music too,
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble-plains with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breat whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.



Tempo di nebbie e d’ubertà matura,
Dell’almo sole amico prediletto;
Tu che, seco, la vite ti dai cura
Di far felice d’uve, intorno al tetto,
E di pomi i muscosi alberi adorni,
Gonfi la zucca, e alle nocciuòle un sapido
Gheriglio infondi, e i frutti empi di nettare,
E ancor fai gemme, ultimi fior per l’api,
Ond’esse credon che coi caldi giorni
Sopra la terra Estate ognor soggiorni,
Per cui trabocca ogni umida celletta.

Chi non ti ha visto tra le tue ricchezze?
Talor chi cerca scopre te: sei colco
Su un’aia, pigro, ventilanti brezze
Fra i tuoi crini asolando; o presso un solco
Mezzo-mietuto, mentre il tuo falcetto
Lascia di tagliar l’erba e i fiori attorti,
T’infondono i papaveri il sopore;
O, attraversando un rivo, il capo eretto,
Come spigolatrice, a volte porti;
O, ad un torchio di sidro, gli occhi assorti
Tu fissi al gemitio per ore ed ore.

Dove son, dove i cantici di Maggio?
Non pensarvi, hai tu pur tua melodia:
Quando, affocando il dì che muor, d’un raggio
Roseo le stoppie opaca nube stria,
Un coro di zanzare si querela
Tra i salci fluviali, in basso o in suso
Spinte, secondo il vento cada o aneli,
E dai borri gli agnelli adulti belano,
Cantano i grilli, ed un gorgheggio effuso
Fa il pettirosso da un giardino chiuso,
Rondini a stormi stridono pei cieli.


John Keats – To autumn/All’autunno

Considerato uno dei maggiori rappresentanti del Romanticismo, John Keats nacque a Londra nell’ottobre 1795 e morì giovanissimo a venticinque anni. Rimasto orfano da bambino, studiò medicina trovando però un malcontento da cui venne liberato soltanto quando lasciò gli sudi per dedicarsi completamente alla sua grande passione: la poesia. Tra il 1818 e 1819 pubblicò la maggior parte delle sue opere, pregnanti di sensuale bellezza che sapeva cogliere in ogni aspetto del quotidiano, del vissuto. Seppe stringere grandi ed importanti amicizie che lo accompagnarono nel suo artistico percorso; da Percy Bysshe Shelley al pittore Benjamin Haydon, da Horace Smith (co-fondatore della Smith&Wesson) a William Hazlitt (scrittore, filosofo e saggista). Nel febbraio 1821 morì di tubercolosi, nell’appartamento a Piazza di Spagna in cui risiedeva da alcuni mesi.

Le Quattro Stagioni fanno parte della raccolta di concerti intitolata Il cimento dell’armonia e dell’inventione, scritta da Antonio Vivaldi tra il 1724 ed il 1725. Il concerto numero 3, detto L’Autunno, si accentra sulla figura del dio Bacco, e le scene legate ai tre movimenti vedono la vendemmia, la festa del dopo raccolto e la caccia. Ogni stagione è accompagnata da sonetti.


Celebra il Vilanel con balli e Canti Del felice raccolto il bel piacere E del liquor di Bacco accesi tanti Finiscono col Sonno il lor godere.

Fa’ ch’ ogn’ uno tralasci e balli e canti L’aria che temperata dà piacere, E la Staggion ch’ invita tanti e tanti D’ un dolcissimo sonno al bel godere.

I cacciator alla nov’alba à caccia Con corni, Schioppi, e cani escono fuore Fugge la belva, e Seguono la traccia; Già Sbigottita, e lassa al gran rumore De’ Schioppi e cani, ferita minaccia Languida di fuggire, mà oppressa muore.

FotoPoesia #19

The flower that smiles to-day
To-morrow dies;
All that we wish to stay
Tempts and then flies.
What is this world’s delight?
Lightning that mocks the night,
Brief even as bright.

Virtue, how frail it is!
Friendship how rare!
Love, how it sells poor bliss
For proud despair!
But we, though soon they fall,
Survive their joy, and all
Which ours we call.

Whilst skies are blue and bright,
Whilst flowers are gay,
Whilst eyes that change ere night
Make glad the day;
Whilst yet the calm hours creep,
Dream thou—and from thy sleep
Then wake to weep.



Il fiore che oggi sorride
domani morirà
ciò che desideriamo
durevole ci tenta e va
via. Che cosa e’ la gioia
del mondo? Un lampo che irride
alla notte, breve come la propria luce.
La virtù come e’ fragile
l’amicizia come e’ rara
l’amore ci da’ una povera
felicità in cambio di orgoglio
e pena. Ma noi, benché cadano
subito, alla loro gioia sopravviviamo
e a tutto quello che diciamo nostro.
Mentre i cieli sono azzurri e
di luce, mentre i fiori sono lieti
mentre gli occhi che prima
di sera cambieranno fanno sereno
il giorno, mentre ancora camminano
calme le ore, sogna tu, e dal tuo
sonno svegliati poi, per piangere.



Percy Bysshe Shelley – The Flower That Smiles Today/Mutevolezza

Ode scritta da Shelley e facente parte della raccolta Alastor; or, The Spirit of Solitude: And Other Poems, composta tra settembre e dicembre 1815 e pubblicata l’anno successivo. Il filo conduttore della raccolta sarebbe il viaggio fisico e metafisico che il Poeta compie alla ricerca della Verità, tra luoghi tangibili e visioni oniriche.

Il fiore ritratto dovrebbe essere un esemplare di Lathyrus Tuberosus, cicerchia tuberosa. Appartenente alla specie Lathyrus ed a sua volta alla famiglia delle Fabaceae o Leguminosæ (la stessa di pisello, tamarindo, lenticchia), un tempo veniva usato nella produzione di profumi ed il tubero nell’alimentazione (cosa oggi ostacolata dalla bassa resa anche se il fiore è comunque oggetto di studi, ricerche e ibridazioni per coltivazione). Ricco di nutrienti, tra i quali asparagina ed alte dosi di calcio e vitamina C, fiorisce tra luglio ed agosto e viene usato anche per il suo aspetto e per il buon profumo.

FotoPoesia #18

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I hear a voice low in the sunset woods;
Listen, it says: “Decay, decay, decay!”
I hear it in the murmuring of the floods,
And the wind sighs it as it flies away.
Autumn is come; seest thou not in the skies,
The stormy light of his fierce lurid eyes?
Autumn is come; his brazen feet have trod,
Withering and scorching, o’er the mossy sod.
The fainting year sees her fresh flowery wreath
Shrivel in his hot grasp; his burning breath
Dries the sweet water-springs that in the shade
Wandering along, delicious music made.
A flood of glory hangs upon the world,
Summer’s bright wings shining ere they are furled.


Fanny Kemble – I Hear a Voice Low in the Sunset Woods

Frances Anne Kemble, detta Fanny, nacque nel novembre 1809 in una famiglia che di teatro viveva (ma non solo, infatti la sorella Adelaide fu una famosissima cantante lirica). Lei stessa fu attrice, oltre che scrittrice di memorie, poesie, opere di viaggio e teatrali. Non solo parte di una grande famiglia di attori e cantanti, ma anche allieva delle migliori scuole e dei migliori insegnanti dell’epoca. Fanny respirava teatro e cultura a 360º. All’età di vent’anni compie il debutto ufficiale al Covent Garden Theatre, nei panni di Giulietta nel dramma di William Shakespeare.
In tour teatrale negli Stati Uniti, conobbe, e sposò poi, Pierce Mease Butler discendente di possessori di piantagioni di cotone nel sud. Quando Fanny, con le figlie avute nel frattempo, poté recarsi in Georgia, dove il marito aveva i possedimenti, rimase scioccata dalla schiavitù e dalle orrende condizioni a cui gli schiavi erano costretti. Prese appunti per tutto il periodo, ma poté pubblicare il suo Journal of a Residence on a Georgian Plantation in 1838–1839 soltanto dopo il divorzio, l’inizio della guerra civile e la maggiore età delle figlie (che l’ex-marito, pure incallito fedifrago, durante il problematico matrimonio usava come minaccia per scoraggiarla). Di nuovo libera, riprese a recitare in teatro con numerose esibizioni su testi shakespeariani. Viaggiò e scrisse memorie di viaggio. Tradusse testi di altre lingue come Alexandre Dumas e fu cara amica di Henry James, il quale ricevette da lei lo spunto e le idee per Washington Square. Finì il suo percorso terreno nel gennaio 1893 a Londra.

D’amore e more…

Come ogni giorno la quotidianità prevede una bella camminata, in estate vado al mattino e quando il caldo incombe esco prestissimo. In questi ultimi tre, quattro giorni, le temperature minime si sono un poco abbassate permettendomi di uscire presto ma non troppo e, soprattutto, attardarmi a raccogliere qualche mora.

In alcuni punti molte stanno finendo di maturare ed in altri il frutto è bello grosso. Fino ad alcuni anni fa c’erano alcune zone, lungo fiume, dove si trovavano ampi rovi, eliminati poi dalla ditta che ha comprato i terreni per costruirvi allevamenti di pesci.
Ho tantissimi ricordi di quella parte del fiume, legati alle lunghe passeggiate che facevo in compagnia del mio Pastore Tedesco…

La mora è il frutto della pianta arbustiva detta Rubus fruticosus, specie appartenente al genere Rubus (allo stesso genere appartiene ad esempio Rubus idaeus, ossia il lampone), e varietà affini. Rubus è uno dei tanti generi della sottofamiglia delle Rosoideae; altri generi sono l’alchemilla, la fragraria (a cui dobbiamo il falso frutto fragola) e la ROSA. Le Rosoideae a loro volta sono parte della famiglia delle Rosaceae, che comprendono circa cinquemila specie di erbe, alberi e arbusti, usati dall’uomo su larga scala sia per scopi alimentari che industriali e medicinali. Nella grande famiglia delle Rosaceae troviamo prugno, barba di capra, ciliegie, eccetera. Il rovo da more è una pianta mellìfera, dei suoi fiori ne vanno ghiotte le api, i cui frutti (appunto la mòra) si distinguono dai lamponi anche per il piccolo particolare del talamo detto anche ricettacolo: staccando il frutto dalla pianta, nel lampone resta su di essa mentre sulla mora sul frutto.

Nei giorni scorsi ne ho raccolte un bel po’, non quante ai tempi delle passeggiate col cane, ma abbastanza per farne una piccola crostata.

Senza saccarosio, la frolla con farina di avena (metà integrale), burro di qualità (faccio un uso oculato di olio e burro e quando non ne trovo di locali mi rivolgo a marchi selezionati, per il burro ad esempio compro esclusivamente Beppino Occelli) e uova da allevamento a terra (di nuovo, contadini locali). Crema con le solite uova, eritritolo, un poco di farina di mandorle, latte (uno dei pochi casi nei quali uso quello Intero e, ancora, di alta qualità quindi non certo Granarolo e compagnia cantante…). Maritozzo (il mio, non quello di pasticceria…) ha talmente apprezzato che la crostata ha avuto vita breve…
Io l’ho apprezzata accompagnata da una tazza di Darjeeling derivante dal raccolto In-Between, ossia tra aprile e maggio, la cui aromaticità è mediamente fruttata e corposa.
Una manciata di more le ho gustate questa mattina a colazione, insieme ad una fetta di ananas grigliato (più che altro spadellato…), un pancake integrale e l’ascolto odierno del libro in lettura Year of Wonder: Classical Music for Every Day di Clemency Burton-Hill.

La pastella del pancake la preparo la sera, prima di andare a dormire. In un vasetto mescolo bene 25 g di farina di avena integrale, 25 g di farina di grano saraceno, 15 g di eritritolo, 1 albume, 30/40 g di latte vaccino magro o bevanda vegetale senza zucchero (ad esempio questa volta ho usato bevanda d’avena) ed un pizzico di lievito di birra fresco. Chiudo col coperchio e lascio in fondo al frigo fino al mattino, quando riprendo il vasetto e lo apro qualche minuto prima di buttare la pastella nella padellina antiaderente senza grassi aggiunti per la cottura. Con questa quantità vengono un paio di bei pancake, quando sono sola dimezzo, ovviamente, le dosi.

Il pezzo scelto oggi, sabato 4 settembre, dall’autrice Burton-Hill, è il famoso quartetto vocale Bella figlia dell’amore; intonato nel terzo atto dai personaggi del Duca di Mantova (tenore), Maddalena (contralto), Gilda (soprano) e Rigoletto (baritono), è un intreccio di voci e situazioni affascinante e intricato. Maddalena, presso la locanda del fratello Sparafucile, seduce il Duca che di certo non si tira indietro e, al contempo, Gilda viene redarguita dal padre a proposito del suo ostinato amore per un uomo che di certo non lo merita.

FotoPoesia #17

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Les choses qui chantent dans la tête
Alors que la mémoire est absente,
Êcoutez, c’est notre sang qui chante…
Ô musique lontaine et discrète!
Êcoutez! c’est notre sang qui pleure
Alors que notre âme s’est enfuie,
D’une voix jusqu’alors inouïe
Et qui va se taire tout à l’heure.
Frère du sang de la vigne rose,
Frère du vin de la veine noire,
Ô vin, ô sang, c’est l’apothéose!
Chantez, pleurez! Chassez la mémoire
Et chassez l’âme, et jusqu’aux ténèbres
Magnétisez nos pauvres vertèbres.



Tutto quello che canta nella testa
quando la memoria s’allontana
ascoltate, è il sangue che fa festa…
O musica discreta e lontana!
Ascoltate! Il sangue piange, è lui,
non appena l’anima è fuggita,
con voce sin allora inaudita
e che ben presto ritornerà muta.
Fratello al sangue della vigna rosa,
fratello al vino della vena nera,
o vino, o sangue, oh apoteosi!
Canto e pianto! Scacciate la memoria
e l’anima, e all’orlo delle tenebre
magnetizzate le povere vertebre.


Vendanges/Vendemmia – Paul Verlaine

Incluso da sé stesso nel cerchio dei cosiddetti poète maudit, nell’opera con lo stesso nome, Les poètes maudit, datata 1883 e dedicata anche ad Arthur Rimbaud, Stéphane Mallarmé, Auguste Villiers de L’Isle-Adam, Tristan Corbière, Marcellino Desbordes-Valmore, Paul Verlaine (1844-1896) nasce in una famiglia della piccola borghesia e dopo gli zoppicanti studi, che non porterà comunque a termine, inizia a frequentare i café letterari e pubblicare poesie. Attivo nel periodo della Comune di Parigi, parteciperà a riviste e gruppi libertari e filosofici tra cui il famoso movimento parnassiano, per il quale l’arte non deve avere scopi sociali né politici ma soltanto portare e mostrare Bellezza (il nome deriva dal monte Parnasso o Parnàso, situato in Grecia e consacrato al dio Apollo ed alle sue Muse//Apollo era la divinità della poesia, della musica, della profezia e della scienza che illumina l’intelletto) ed il movimento decadentista. Quest’ultimo deriva dal termine décadence, riportato dallo stesso Verlaine nella poesia Langueur/Languore, dove l’autore descrive l’inaridimento esistenziale che lo aveva investito conducendolo all’avversione verso l’epoca a lui contemporanea.
Tra il 1871 ed il 1873 vive vagabondando con l’amico e amante Arthur Rimbaud, la storia tra i due si concluderà in malo modo e Verlaine verrà portato in Belgio per scontare la pena di due anni per il reato di sodomia. Uscito di prigione, vive alti e bassi con riprese di pubblicazione delle sue liriche sempre appassionate ed apprezzate. Divorzia definitivamente dalla moglie, che aveva abbandonato a suo tempo per seguire Rimbaud, inizia poi a frequentare sempre più assiduamente prostituite contraendo malattie veneree. Verlaine cade nell’alcolismo sempre più nero, tentando di strangolare la madre, fatto per cui finirà di nuovo in carcere. Dopo aver scritto liriche dal contenuto mistico, nel periodo della prima prigionia, in quest’ultima fase produce opere erotiche sia a sfondo omosessuale che eterosessuale. Verlaine infine si ammala di polmonite e la sua già precaria condizione di salute lo porta alla morte l’8 gennaio 1896. Viene seppellito presso il cimetière des Batignolles a Parigi.

Je suis l’Empire à la fin de la décadence,
Qui regarde passer les grands Barbares blancs
En composant des acrostiches indolents
D’un style d’or où la langueur du soleil danse.
L’âme seulette a mal au coeur d’un ennui dense.
Là-bas on dit qu’il est de longs combats sanglants.
O n’y pouvoir, étant si faible aux voeux si lents,
O n’y vouloir fleurir un peu cette existence!
O n’y vouloir, ô n’y pouvoir mourir un peu!
Ah ! tout est bu! Bathylle, as-tu fini de rire?
Ah ! tout est bu, tout est mangé! Plus rien à dire!
Seul, un poème un peu niais qu’on jette au feu,
Seul, un esclave un peu coureur qui vous néglige,
Seul, un ennui d’on ne sait quoi qui vous afflige!


Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.
Soletta l’anima soffre di noia densa al cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
o non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!
O non potervi, o non volervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!
Solo, un poema un po’ fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po’ frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d’un non so che attaccato all’anima.


Langueur/Languore – Paul Verlaine

Il vino in foto è un blend Merlot e Sangiovese vinificato rosé. Leggermente fruttato, piacevolmente rotondo, è prodotto dalla giovane azienda toscana Castagnini di Carrara. Qui, ossia sempre in questa foto e per il pranzo, stupendamente abbinato alla parmigiana di melanzane consumata presso l’enoteca e osteria La Luna Brilla di Mulazzo.

Me, myself and… Books #15

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Uno dei titoli in lettura in questi giorni è Italiani per forza. Le leggende contro l’unità d’Italia che è ora di sfatare. Pubblicato nel marzo di quest’anno (per festeggiare i centosessant’anni dell’unità) da Solferino, disponibile sia in versione eBook che cartacea, è frutto della penna di Dino Messina. Giornalista del Corriere della Sera, Messina si è impegnato per più di un anno (diciotto mesi, a detta sua…), in ricerche molto approfondite al fine di cercare chiarezza su molti punti storici che a causa dei social (sempre loro…) sono divenuti perno di disinformazione e fake (termine moderno per indicare le sempre esistite notizie fasulle, che circolano in mezzo a noi dalla notte dei tempi…). Partendo dal mettere in chiaro che, nella maggioranza, il Sud desiderava una indipendenza che ha trovato ampia partecipazione alla conquista del Nord, quindi nessuna imposizione. Il Regno borbonico stava implodendo, flagellato da diverse problematiche ed un governante che rifiutava un ammodernamento necessario e giusto. La partecipazione di briganti e camorristi ed i casi Pontelandolfo e Fenestrelle vengono chiariti punto per punto, riportando dati chiari con testimonianze che Messina è andato personalmente a cercare, spiegando al lettore tutti i dove, i come ed i perché e aggiungendo una corposa bibliografia. L’intenso impegno e lavoro giornalistico sono evidenti pagina dopo pagina, fatte, queste, in uno stile scorrevole, che arriva facilmente al cuore della questione ma che, al contempo, sa informare in modo esaustivo.
Italiani per forza, è sicuramente un titolo da leggere in questo centosessantesimo compleanno. Un titolo che può fungere da porta verso un approfondimento ulteriore, più tecnico e più settoriale poiché i campi in gioco sono stati moltissimi ed il tumultuoso periodo pre, durante e dopo le vicende garibaldine è talmente vasto che non può ridursi ad un unico volume, seppur scritto con fluente capacità. Con Italiani per forza, il giornalista Dino Messina porta il lettore a capire quale sia il giusto metodo d’indagine per ottenere quella verità che è ben testimoniata e che, al contrario delle fake news, sottolinea quanto sia stato fatto per una unità di cui purtroppo si sta perdendo il senso.

Dino Messina era presente sabato nel tardo pomeriggio, alla Festa del Libro di Montereggio. Borgo medievale abbarbicato su un versante montano, circondato da castagneti e torrenti, le cui prime testimonianze si possono ritrovare in documenti datati tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, Montereggio vede fissi una cinquantina scarsi di abitanti e due chiese principali, una dedicata a Sant’Apollinare. È a Montereggio, uno dei tanti borghi da cui partivano i librai viandanti, che nel 1952 nacque il Premio Bancarella. A luglio, in questo piccolo e delizioso borgo, si è tenuto il festival del fumetto denominato Nuvole a Montereggio.