FotoPoesia #28 – Equinozio d’Autunno, 23 Settembre 2022 ore 3:03 italiane.

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Fall, leaves, fall;
die, flowers, away…
Lengthen day and shorten day;
Every leaf speaks bliss to me
Fluttering from the autumn tree.
I shall smile when wreaths of snow
Blossom where the rose should grow;
I shall sing when night’s decay
Ushers in a drearier day.

Cadete, foglie, cadete;
e voi, fiori, svanite…
Allungati notte, giorno sii breve;
Ogni foglia mi parla di felicità
Volando via dall’albero d’autunno.
E sorriderò quando fiocchi di neve
Sbocceranno dov’era la rosa;
Canterò quando il declino della notte
Annuncerà un giorno ancor più buio.


Emily Brontë

Emily Jane Brontë nasce nel luglio del 1818, in una cittadina dello Yorkshire. Quinta dei sei figli di Patrick e Maria Brontë, prima di lei Maria (1814), Elizabeth (1815), Charlotte (1816) e Branwell (1817) e dopo Anne (1820). Maria ed Elizabeth morirono nel 1825, a pochissima distanza l’una dall’altra. Nel 1821, a causa di un tumore, era morta la madre e le sue veci furono assunte dalla zia Elizabeth. I quattro fratelli sopravvissuti strinsero un forte ed intenso legame, che li vide costruire un mondo immaginario con tanto di nome e personaggi e storie sempre più complesse ed articolate. Scrissero anche poesie e le tre sorelle, nel 1846, pubblicarono Poems by Currer, Ellis, and Acton Bell, usando degli pseudonimi. Tutte e tre scrissero romanzi, divenuti col tempo parte della letteratura classica vittoriana inglese. Emily pubblicò Cime Tempestose nel 1847 usando il suo pseudonimo di Ellis Bell; inizialmente il romanzo non ottenne successi ed anzi, molte furono le critiche pur dopo la nuova pubblicazione messa in atto da Charlotte nel 1850, ossia due anni dopo la prematura morte di Emily. Ma a Cime Tempestose occorsero diversi anni per iniziare ad essere rivalutato ed apprezzato. Sempre Charlotte, si occupò di far pubblicare le poesie che aveva scoperto aver scritto Emily durante tutta la vita. La poetica della quintogenita di casa Brontë è intensa, vivida, struggente, al contrario del suo carattere schivo e tendente al solitario.

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Il cimento dell’armonia e dell’inventione è una raccolta per violino e archi scritta tra il 1723 e il 1725 da Antonio Vivaldi; i concerti piu conosciuti sono La primavera, L’estate, L’autunno e L’inverno, ossia Le Quattro Stagioni. Come per il Solstizio d’Inverno e d’Estate e l’Equinozio di Primavera, anche l’Equinozio d’Autunno è accompagnato da un sonetto.


Celebra il Vilanel con balli e Canti
Del felice raccolto il bel piacere
E del liquor di Bacco accesi tanti
Finiscono col Sonno il lor godere.
Fa’ ch’ ogn’ uno tralasci e balli e canti
L’aria che temperata dà piacere,
E la Staggion ch’ invita tanti e tanti
D’ un dolcissimo sonno al bel godere.
I cacciator alla nov’alba à caccia
Con corni, Schioppi, e cani escono fuore
Fugge la belva, e Seguono la traccia;
Già Sbigottita, e lassa al gran rumore
De’ Schioppi e cani, ferita minaccia
Languida di fuggire, mà oppressa muore.

Imperatore degli U.S.A.

Il 17 Settembre 1859 nell’edizione serale del San Francisco Evening Bulletin appare una lettera assai particolare.

At the peremptory request and desire of a large majority of the citizens of these United States, I, Joshua Norton, formerly of Algoa Bay, Cape of Good Hope, and now for the last 9 years and 10 months past of San Francisco, California, declare and proclaim myself Emperor of these United States; and in virtue of the authority thereby in me vested, do hereby order and direct the representatives of the different States of the Union to assemble in Musical Hall, of this city, on the 1st day of February next, then and there to make such alterations in the existing laws of the Union as may ameliorate the evils under which the country is laboring, and thereby cause confidence to exist, both at home and abroad, in our stability and integrity.
– NORTON I., Emperor of the United States.

«A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentanti dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità.
– Norton I, imperatore degli Stati Uniti»

Al Bulletin la pubblicazione viene fatta soprattutto con intento satirico, invece la pensa diversamente la popolazione. Norton I gira per le strade in una bella uniforme blu con tanto di bastone; parla con la gente, ascolta i loro problemi, dispensa consigli, controlla i cantieri soprattutto giù al porto. Inizia a stampare cambiali e pagherò che usa in negozi e ristoranti ed alcuni di questi li accettano pure. Scrive e firma vari decreti imperiali, tra cui lo scioglimento del Congresso, il licenziamento di Lincoln e del suo successore, l’abolizione della repubblica in favore della monarchia e l’abolizione del partito Repubblicano e Democratico. Scrive lettere anche alla Regina Vittoria, auspicando un loro matrimonio al fine di stringere i rapporti tra le rispettive nazioni. Nel 1867 una guardia privata lo pone in arresto con l’intenzione di farlo ricoverare presso una struttura sanitaria; un gran numero di cittadini si risente del fatto, arrivando a lamentarsi pesantemente. Il capo della polizia fa così rilasciare Norton I, il quale concede il magnanimo perdono. Da quel momento, i poliziotti che incrociano l’imperatore gli rivolgono un regale saluto. Il regno di Norton I dura 21 anni, durante i quali c’è anche un abbozzo di nominarsi Protettore del Messico quando Napoleone III lo invade nel 1862; nomina che viene revocata ben presto dallo stesso interessato. Ovviamente numerose sono le leggende che nascono attorno a questo eccentrico personaggio, tra cui quella che sarebbe un illegittimo figlio proprio di Napoleone III. L’8 Gennaio 1880, nei pressi della Old Saint Mary’s Cathedral, Norton I collassa sul marciapiede. Un poliziotto accorre, chiama una carrozza ma questa non giunge in tempo, poiché l’imperatore muore. Due giorni dopo, il San Francisco Chronicle titola ‘Le Roi Est Mort’.

Ma chi era, Norton I?
Joshua Abraham Norton nacque nel febbraio 1818 da una coppia di giovani inglesi contadini e mercanti di origini ebraiche. Alla tenerissima età di due anni, Norton, assieme ai genitori e moltissimi altri, fu a bordo della La Belle Alliance per raggiungere il Sud Africa durante le colonizzazioni del 1820. Della giovinezza poco è conosciuto, se non che lascia Cape Town probabilmente attorno al 1845 con in mano un buon lascito paterno. Nel 1849 giunge a San Francisco, entrando poi nel mercato immobiliare ed in quello dello smercio delle materie prime e la sua abilità lo portò, in pochi anni, a farsi un nome ed una buona posizione divenendo un cittadino prospero e conosciuto. Nel dicembre 1852, a seguito di un divieto di esportazione di riso della Cina, credette di fare il grande colpo: pensando che soltanto una nave giungesse dal Perù col prezioso cereale ne comprò l’intero carico con l’intento di ricavare una fortuna rivendendo il riso il cui prezzo era salito alle stelle. Purtroppo quella nave non era, ovviamente, da sola ed il piano di Norton crollò miseramente. Tentò vie giudiziarie, ma nel 1854 la Corte Suprema della California si pronunciò contro e due anni dopo dovette dichiarare fallimento. Dal 1856 al 1859 c’è qualche traccia, appare in una giuria e vive in una pensione in condizioni assai disagiate. Chi lo definiva eccentrico, chi disturbato, chi sempre più depresso e confuso in seguito al fallimento. Inizia a sentirsi scontento circa le strutture economiche, legali e politiche statunitensi e deciso ad iniziare un movimento atto a risanare queste ingiuste inadeguatezze, scrisse il Manifesto che inviò al San Francisco Evening Bulletin.
Norton morì in povertà ed il suo funerale venne pagato grazie ad un fondo istituito da una associazione, fondo a cui in molti aderirono. E moltissimi furono i curiosi che andarono a rendergli omaggio lungo il percorso funebre, seppur poi alla cerimonia al cimitero le persone in presenza furono un numero ben inferiore. Nel 1934 venne spostato in una tomba presso il Woodlawn Memorial Park Cemetery di Colma, California.

Reali Connessioni…

Fredericton è il capoluogo del New Brunswick, Nouveau-Brunswick in francese, provincia del cosiddetto Canada francese. Il nome della città, che al 2021 contava 63.116 abitanti (108.610 l’area metropolitana), deriva dal principe Federico Augusto di Hannover, Duca di York e di Albany, figlio di Giorgio III. Quest’ultimo, Re del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, con 59 anni e 96 giorni, è il monarca con il terzo regno più lungo di tutta la storia britannica. E ne fu anche il primo, poiché il Regno venne istituito con un atto nel 1800. Sotto il regno di Giorgio III ci furono le guerre napoleoniche, la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti e l’inizio della rivoluzione industriale. E sempre Giorgio III è il protagonista del film The Madness of King George di Nicholas Hytner del 1994, con Nigel Hawthorne nel ruolo del Re ed Helen Mirren in quelli della Regina Carlotta. Giorgio, a quanto pare, sarebbe stato affetto da porfiria, un insieme di patologie per lo più ereditarie causate da accumulo di porfirine che attaccano il sistema nervoso (nel 2005 alcuni esami sui capelli hanno riscontrato una alta concentrazione di arsenico, portando così il dubbio che la pazzia possa derivare da intossicazione da arsenico).
Da buon padre (o forse no…) nominò il figlio Federico (secondo di ben quindici!) a rango di Colonnello dell’esercito britannico. E da buon (…) figlio, Federico venne inviato nelle Fiandre nel 1793 riportando una colossale sconfitta (perse in tre battaglie nel giro di un anno). Sei anni più tardi, nominato Comandante in capo delle Forze armate, Federico arrivò nei Paesi Bassi per unirsi al corpo d’armata russo; fu sconfitto dal generale Guillaume Marie Anne Brune nella battaglia di Castricum firmando la Convenzione di Alkmaar.
Rimpatriato, dietro una scrivania promosse riforme che, strano a dirsi, portarono enormi miglioramenti nell’esercito e vittorie contro Napoleone I. Dovette dimettersi nel 1809 a causa di uno scandalo legato alla sua amante, venendo poi tuttavia reintrodotto quando, in seguito a varie indagini, si scoprì esser stato vittima di un tradimento perpetuato dal suo accusatore e dall’amante stessa. Federico morì nel gennaio 1827 e fu sepolto nella St George’s Chapel del Castello di Windsor. Nello stesso luogo, presso la Cappella Commemorativa di Re Giorgio VI, il 19 settembre verrà sepolta Elisabetta II.

St. George’s Chapel at Windsor Castle

Nei pressi del St. James’s Park, a Londra, tra Regent Street ed il viale denominato The Mall, nell’aprile 1834 venne eretta la colonna monumento alla figura di Federico. A commissionare il monumento, l’intero corpo dell’esercito che mise insieme, membro dopo membro, la paga di un giorno per ordinarne la costruzione.

Duke of York Column

I territori dove attualmente sorge Fredericton, capoluogo del New Brunswick, erano abitati dalle tribù dei the Mi’kmaq e Maliseet, appartenenti al popolo delle First Nations, i nativi canadesi. I primi insediamenti dei coloni europei cominciarono nel 1692 con la costruzione di Fort Nashwaak. Nel 1783 nacque l’insediamento di Ste. Anne’s Point, fondata dai cosiddetti Loyalists (United Empire Loyalists), americani rimasti leali alla corona britannica. Ste. Anne’s Point divenne Frederick’s Town e nel 1785 cambiò definitivamente nome in Fredericton.

Fredericton

Al 411 University Avenue di Fredericton sorge il Lady Beaverbrook Rink, impianto sportivo dedicato principalmente ad hockey, pattinaggio artistico, ringette e pattinaggio di velocità. Nel maggio 1959 Johnny Cash si esibì proprio al Lady Beaverbrook Rink, durante un tour per promuovere il suo album d’esordio, Johnny Cash and His Hot and Blue Guitar!

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Ma non fu l’unica volta in cui Cash si ritrovò a Fredericton. Infatti, nel 1976 fu di nuovo al Lady Beaverbrook dove, nel backstage, incontrò l’allora principe ed oggi King Charles III.

Il confirmation bias, pregiudizio di conferma, è l’atteggiamento insito nella nostra specie a cercare e trovare conferme in ciò che crediamo di sapere, in nostre opinioni, giungendo così ad avvalorare (o cercare di farlo) convinzioni preesistenti. In questo inganno del cervello cadde anche Johnny Cash. Durante una intervista al Larry King Show, nel 2002, Cash parla di un sogno che gli ha ispirato il testo di una canzone. Nel sogno si ritrova all’interno di Buckingham Palace ed ha un incontro con Queen Elizabeth II.

“There she sat on the floor and she looked up at me and said, ‘Johnny Cash, you’re like a thorn tree in a whirlwind’. I woke up and thought, what could a dream like this mean? I forgot about it for two or three years, but it kept haunting me. I kept thinking about how vivid it was. I thought maybe it was biblical.”

Johnny Cash at Larry King Show

Johnny Cash è stato un uomo con una fortissima fede religiosa, tanto da divenire ministro. Ed il suo bias di conferma lo ha portato a trovare nella Bibbia il significato di quello strano sogno. Precisamente, il riferimento che Cash crede di aver trovato è all’interno del Libro di Giobbe e del Libro dell’Apocalisse. Il testo che questo sogno gli ispira diviene The Man Comes Around, scritta diverso tempo prima della pubblicazione avvenuta nel maggio 2002 e dal sound che mescola Gospel ed Alternative Country. La canzone si trova nell’album American IV: The Man Comes Around, parte di una serie ed ultimo pubblicato (novembre 2002) quando era in vita.

Hear the trumpets hear the pipers
One hundred million angels singin’
Multitudes are marchin’ to the big kettledrum
Voices callin’, voices cryin’
Some are born and some are dyin’
It’s alpha and omega’s kingdom come
And the whirlwind is in the thorn tree
The virgins are all trimming their wicks
The whirlwind is in the thorn trees
It’s hard for thee to kick against the prick
In measured hundredweight and penny pound
When the man comes around

The Man Comes Around

12 Settembre

Il 12 Settembre 2003 all’incirca alle 2 di notte, presso il Baptist Hospital di Nashville (dal 2013 conosciuto come Saint Thomas – Midtown Hospital), Tennessee, moriva Johnny Cash. Causa della morte, complicazioni legate al diabete di cui soffriva da tempo. La diagnosi finale della sua patologia avvenne dopo svariati errori medici, sicuramente dovuti all’ampia sintomatologia che accusava. Capire che male lo affliggesse, fu un percorso altrettanto travagliato come lo fu la sua stessa vita.
Vita di cui parlerò nel giorno del suo compleanno, il 26 febbraio…

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Johnny Cash iniziò il suo percorso ufficiale nel mondo della musica nel 1954, quando, dopo essersi trasferito a Memphis, Tennessee, riuscì ad ottenere un contratto discografico con la Sun Records di Sam Phillips. Il primo singolo fu Cry! Cry! Cry!, uscito nel giugno 1955 e seguito, a dicembre, da So Doggone Lonesome. Ma è nel maggio 1956 che finalmente ottiene il primo posto nella classifica Country di Billboard, con quella che diverrà una delle sue signature songs: I Walk The Line. Nel 1957 esce l’album di esordio, Johnny Cash with His Hot and Blue Guitar!, che contiene un’altra canzone iconica: Folsom Prison Blues. Johnny apriva ogni concerto con il solito saluto, Hello, I’m Johnny Cash, seguito proprio da Folsom Prison Blues. Ad accompagnare Johnny, già prima della Sun Records, il chitarrista Luther Perkins ed il bassista Marshall Grant, conosciuti come The Tennessee Two (la storia della band è un po’ più complicata). I tre daranno subito conto del loro inconfondibile sound, accompagnato dalla voce basso-baritonale di Johnny. Nonostante il cantante abbia subito un declino di notorietà a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, una ripresa consistente la vedrà nell’ultimo periodo della sua vita grazie alla collaborazione con Rick Rubin che lo produrrà in American Recordings, dove Johnny sarà in cabina di registrazione accompagnato solo dalla chitarra. Con oltre 90 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, Johnny Cash, il cui stile abbracciava Country, Rock and Roll, Blues, Folk e Gospel, è uno dei musicisti più venduti di tutti i tempi.

“I wear the black for the poor and the beaten down, livin’ in the hopeless, hungry side of town, I wear it for the prisoner who has long paid for his crime, but is there because he’s a victim of the times.”

Johnny Cash

EP & The B

Ci sono incontri di cui poco si conosce e che rimarranno sempre avvolti in una famelica curiosità, oltre che nella popolare nebbia del mistero tranne che per i partecipanti. Come quello che avvenne il 27 agosto 1965 al 565 di Perugia Way a Bel Air. Il Colonnello Tom Parker e Brian Epstein organizzarono l’incontro, che avvenne nella serata di quello che era un venerdì. In testa alle classifiche USA e UK si trovava I Got You Babe di Sonny & Cher, mentre in Italia c’era Petula Clark con Ciao Ciao. Erano da poco nati il regista Sam Mendes e l’attrice Marlee Matlin ed era morta la scrittrice Shirley Jackson. Dopo venti mesi aveva avuto termine il secondo processo di Auschwitz, dove vennero condannate diciassette persone e presenziarono 358 testimoni. Il mondo girava ignaro di quell’incontro di cui poco si sa, non ci sono testimonianze video né immagini tranne POCHISSIME e non professionali. I Beatles, a Los Angeles per dei concerti durante la fortunata tournée statunitense, giunsero alla villa di Elvis attorno alle ventuno e la lasciarono tra le 2:30 e 3:30 della notte. Dopo un ovvio, e forse un po’ voluto, imbarazzo iniziale, Elvis prese il basso e iniziò ad intonare un pezzo di Charlie Rich. Così ebbe inizio una jam session tra The King of Rock ‘N’ Roll di Tupelo Mississippi ed i Fab Four di Liverpool.

“If you’re going to sit here all night staring at me I’m going to bed.”

Elvis to Beatles

Elvis was the thing, whatever people say, he was it. I was not competing against Elvis, rock happened to be the media I was born into – it was the one, that’s all.

John Lennon

Nothing affected me until I heard Elvis. Without Elvis, there would be no Beatles.

John Lennon

There was an advert for ‘Heartbreak Hotel’. Elvis looked so great: ‘That’s him, that’s him – the Messiah has arrived!’ Then when we heard the song, there was the proof. That was followed by his first album, which I still love the best of all his records. It was so fantastic we played it endlessly and tried to learn it all. Everything we did was based on that album.

Paul McCartney

Di tuoni e TV…

Il cielo borbotta, sempre più grigio e ombroso, forse scocciato pure lui da lunghissimi mesi di abbacinante giallo-blu. Ogni tanto una folata di venticello che scende giù dalle cime montane porta un poco di fresco, ma anche odore di pioggia. In alto i temporali si stanno già scatenando, quaggiù, in valle, qualche goccia fa fumare strade e campi asciutti e paglierini.
Nei giorni scorsi la pioggia, quella vera, è arrivata anche qui portando finalmente un po’ di refrigerio. La sera si sta meglio e al giorno le temperature non vanno oltre i 32/33º C. Forse il mostruoso, soffocante ed esasperante caldo africano ci sta salutando?
Lo spero…
Nel frattempo approfitto di questo nuvoloso pomeriggio per accendere il forno, dopo lunghe settimane di inutilizzo. Frullo, unisco, mescolo, spolverizzo, aggiungo… inforno. E mentre il dolce trascorre i canonici quaranta/quarantacinque minuti a 180º nel forno, termino la visione dell’ultima delle sei puntate che compongono la docuserie Una Squadra.

È la terza volta che la guardo ed ogni volta la trovo perfettamente confezionata. Andata in onda per la prima volta a maggio, sul canale Sky Documentaries e ora disponibile anche on demand e in streaming su NOW, composta da sei episodi da quarantacinque minuti ciascuno, la serie documentario racconta il prima e il dopo della squadra di tennis che nel 1976 vinse la Coppa Davis. Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli e la controversa figura di Nicola Pietrangeli, raccontano quel periodo con ironia, professionalità, nostalgia ed anche quel retrogusto dolce amaro che solo il vissuto della vita sa far conoscere. Non sono una esperta di tennis, mi piace guardarlo soprattutto alcuni eventi come Wimbledon e Roland Garros; lo trovo uno sport affascinante poiché è fisico ma senza l’intelligenza di un gioco mentale adeguato finirebbe con l’essere solo un tirarsi palline addosso.
Una Squadra ha ottenuto, giustamente, un enorme successo. Cinque personaggi forti, sicuri, comunque rispettosi, che raccontano il loro tennis inscenando una sorta di gag alla Sandra e Raimondo. Ma non è solo tennis, non è solo uno sport. Poiché nella vita tutto si intreccia, ecco che nella scena si inseriscono vicende sociopolitiche anche di livello internazionale, come l’apartheid ed il regime fascista di Pinochet. E proprio in Cile, nell’episodio sesto, viene raccontato l’incredibile lavoro del diplomatico Tomaso De Vergottini.

«Barattando col regime due prigionieri politici di rilievo come Victor Canteros e Ines Cornejo, con l’arrivo della nazionale a Santiago. La Russia, ad esempio, si era rifiutata per protesta contro le torture e le sparizioni di massa, di disputare una gara di qualificazione al Mondiale del’74 in Cile. In quella circostanza andò in scena la commedia della Fifa, con i cileni che segnarono un gol per validare l’incontro senza avversari e qualificarsi. L’azione di De Vergottini fu, forse, l’opera più importante della nostra diplomazia».

🔗 https://www.larena.it/argomenti/sport/bertolucci-rivive-la-coppa-davis-eravamo-veramente-una-squadra-1.9476971

Una Squadra racconta un episodio del tennis italiano all’interno della Storia comune che riguarda tutti noi. E lo fa con leggerezza ma rendendo giustizia ai personaggi principali, così come a tutto il corollario di storie e situazioni che in quegli anni hanno caratterizzato l’orizzonte sociopolitico. Una Squadra è una docuserie per tutti, non soltanto per gli appassionati di tennis proprio per come viene narrata, con un garbo ed una ironia che catturano riuscendo però a farci sapere qualcosa di un tempo non così lontano.

Medievalis

Oggi, in quel di Pontremoli, cittadina di antiche origini adagiata su colli sotto l’arco appenninico, ha termine il programma di Medievalis.

Pontremoli
Campanone, Duomo, Castello
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Medievalis, ha il suo cuore nella rievocazione storica della concessione del diploma di Libero Comune alla Comunità di Pontremoli avvenuta nel 1226 da parte dell’Imperatore Federico II, che definì il borgo “clavis et ianua”(chiave e porta) delle comunicazioni tra la Lombardia e la Toscana.

🔗 https://visitlunigiana.it/events/medievalis-pontremoli-2022/

Al mattino, attorno alle 9:30, s’apre il mercato con banchi particolari. Quest’anno è stato il primo dopo la chiusura dovuta alla pandemia COVID ed anche il numero dei banchi ne ha un po’ risentito, essendoci stata presenza un poco minore rispetto agli anni passati.

Nel pomeriggio poi iniziano varie manifestazioni come gli sbandieratori, le rievocazioni di episodi storici, dimostrazioni con rapaci, musica e danza ma anche presentazioni di libri quasi sempre di carattere locale. Di Medievalis ne hanno parlato anche al TGRegionale.

Ovviamente, inutile dirlo, ci sono anche molte postazioni dove poter mangiare, anche con menù che richiamano, pur scherzosamente, antiche libagioni…
Io ormai vado solo al mattino, appena apre il mercato, quando l’affluenza non è ancora pesante. Non sono mai stata un tipo da feste, ma negli ultimi anni con la fibromialgia in peggioramento tendo a partecipare ancora meno. La confusione mi causa stress ed affaticamento. Per non parlare di un netto peggioramento del comportamento delle persone in generale ed in questi frangenti dei turisti! Dopo un bel giretto, un piccolo bottino ed un caffè, me ne sono tornata nella tranquillità della mia casetta.

Il bottino come sempre è composto da sapori e profumi; saponi artigianali, profumatori, incensi e spezie. Di queste ho fatto una bella scorta! Sarei stata tutto il giorno a sniffare alla bancarella delle spezie!

Tra i peperoncini ho preso il Wiri Wiri, piccole sferette dal sentore caldo e fruttato che raggiungono 100.000/300.000 sulla Scala di Scoville a seconda del luogo di raccolta e coltivazione e del periodo. Il Wiri Wiri è originario della foresta pluviale della Guyana, di cui è parte della cucina tipica in molte ricette tra cui salse, zuppe, stufati. E, a quel che ricordo, è bannato in alcuni stati come gli USA poiché pare perfetto anche per il traffico di droga.
Non vedo l’ora di trovare qualche ricetta e provarlo… il peperoncino!

16 Agosto

Come ogni anno anche per me oggi è Elvis Day. Oggi, quarantacinque anni fa, anche allora un martedì, nella sua amata Graceland, Elvis moriva a causa di un infarto indotto da varie e gravi problematiche. Di norma ascolto qualche pezzo o album e poi guardo un film o un documentario. Oggi ho finalmente guardato Elvis di Baz Luhrmann.

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Non sono brava come Raffa nel recensire film, esprimo solo un parere personale su ciò che la visione mi ha trasmesso. E guardare il film di Luhrmann è stato come vivere una esperienza onirica, un caleidoscopio sfarzoso e abbacinante tramite il quale vediamo Elvis attraverso occhi e parole della controversa, mai chiara, soffocante ed onnipresente figura del Colonnello Tom Parker, nome d’arte dell’immigrato clandestino Andreas Van Kuijs, originario dei Paesi Bassi. Ovviamente, essendo questo un film e non un documentario biografico, porta in sé elementi romanzati, non propriamente precisi, ma adattati a creare un racconto emozionante, che dia ad Elvis quell’alone da supereroe da lui stesso menzionato. Un supereroe che si ritrova a combattere contro numerosi nemici, avendo al suo fianco un amico/nemico, nel perenne tentativo di raggiungere quei sogni infantili ed ingenui che tutti facciamo, ma che raramente, molto raramente, riusciamo a realizzare. Ma in caso si avverino, il prezzo da pagare è alto, molto alto, a volte letale.
Elvis di Luhrmann è un lungo racconto luccicante, roboante, frenetico, tra la biopic romanzata ed il musical accennato, che seduce e abbàcina gli spettatori, ma in primis lo stesso Elvis.
La regia inconfondibile e circense di Luhrmann è accompagnata splendidamente da un giovane Austin Butler che mostra un appassionato impegno nel portare la sua versione di Elvis sullo schermo ed una altrettanto mostruosa capacità camaleontica di un Tom Hanks quasi irriconoscibile sotto il pesante trucco, forse non molto realistico ma perfetto per l’incarnazione del villain anteposto al supereroe.
L’Elvis di Luhrmann è un giovane uomo all’inseguimento di un sogno, profondamente legato alla madre, forse troppo ingenuo e illuso e forse anche disilluso negli ultimi anni. Elvis Aaron Presley è nel profondo afflitto da solitudine e fragilità. Forse dovute alla morte alla nascita del gemello Jesse Garon e alle apprensioni ed alla prematura perdita di una madre dedita all’ansia, all’inadeguatezza, all’alcool (dopo Graceland), forse a quell’essere più utile che realmente voluto da chi lo circondava intimamente, forse incapace di esprimere sé stesso se non sul palcoscenico. Una fragilità ed una solitudine che non gli permetteranno mai di liberarsi dal laccio con cui il Colonnello Parker ha saputo tenerlo non solo legato ai suoi indirizzi, ma ad un terreno che gli ha concesso solo l’illusione, l’abbozzo, di quello spiccare il volo e librarsi lontano a cui tanto agognava. L’Elvis di Luhrmann sarà forse incompleto, non preciso, romanzato, cangiante, sfarzoso, eccessivo, ma resta un omaggio sfavillante ad un mito. Una icona che in molti, moltissimi, continuano ad amare anche dopo quarantacinque anni dalla sua morte. Morte avvenuta all’età di quarantadue anni. Elvis RESTA Elvis, il Mito, The King of Rock & Roll, nonostante sia più tempo che siamo senza di lui di quanto lui sia stato con noi.