Meglio tardi… o forse no?

Una delle accoppiate che preferisco è quella di libro + film o serie. Va da sé che nel 99% dei casi il libro è nettamente superiore, tuttavia sono capitate occasioni in cui la versione cinematografica o televisiva era più che apprezzabile. Questo articolo (WordPress stesso li chiama articoli, a me proprio non piace definirli tali… e vabbè…) non tratta né dell’uno né dell’altro caso, dato che il collegamento tra libro e film è solo nel soggetto narrato e non nelle intenzioni dei relativi autori. Ed è anche un po’ datato, poiché libro e film risalgono al 2018, ben quattro anni fa. Meglio tardi che mai…
Partiamo dal libriccino.
Edito da Giulio Perrone per la collana che ne ha visti molti altri di simili titoli (nella città X con l’autore Y), questo A Parigi con Colette vuol essere una sorta di guida nella città di colei che ne è stata regina indiscussa; l’autore, il giovane e capace Angelo Molica Franco, prende per mano il lettore e facendolo piroettare tra angoli noti, famosi café, personaggi illustri, momenti che hanno fatto la storia della Ville Lumière, tinteggia la vita della iconica e leggendaria trasformista che fu anima e cuore di una città che pareva esser stata realizzata affinché Colette potesse Essere. Fin dai primi passi del suo ingresso a Parigi e fino all’ultimo respiro, Colette, al secolo Sidonie-Gabrielle Colette, tramutò sé stessa reiventandosi e riuscendo sempre lei che, donna libera da ogni termine, affamata di vita e trasgressione, non apprezzava le suffragette della sua epoca e amava uomini e donne in egual misura. Colette, mito parigino e francese, seconda donna ad ottenere i funerali di stato, icona della Belle Époque, fuori dai suoi confini conosciuta forse molto meno di ciò che meriterebbe. Il libriccino in questione, poco più di centodieci pagine, si legge scorrevolmente, è fonte di molte informazioni, lascia trasparire una vera conoscenza dell’autore non solo di Colette ma soprattutto di quello che fu il suo habitat, ma a me personalmente ha lasciato una sensazione di non perfettamente centrato. Forse la brevità del testo? Un argomento così ricco e profondo tagliato via in poco spazio? Non lo so… tuttavia, se non lo avete ancora letto e riuscite a recuperarlo beh, ve ne consiglio la lettura.

Lettura che ho affrontato in compagnia di una bella fetta del latte in piedi qui fotografato assieme al libriccino. Il latte in piedi è una delle ricette tramandate dalla nonna materna; di provenienza contadina e quindi povera, può essere definito un dolce al cucchiaio parente di crème caramel e simili ed è composto semplicemente da uova, zucchero e latte. Io lo preparo come faceva mia nonna, frullando pian piano uova e zucchero, portando a bollore il latte con vaniglia (o vanillina) e scorza di limone (o arancia) e, una volta intiepidito, aggiungendolo a filo al composto di uova. Ad onor del vero non uso saccarosio ma eritritolo, quindi non potendo preparare il caramello nello stampo in cui poi dovrà cuocere il budino, sostituisco il caramello con un scaglie di cioccolato fondente al momento di servire. La cottura del latte in piedi avviene rigorosamente a bagnomaria, in modo da preservare la giusta umidità del dolce (170º per una cinquantina di minuti circa); va lasciato intiepidire bene prima di sformarlo sul piatto e farlo riposare in frigo prima di consumarlo.
Bon appétit, come avrebbe detto Colette…

Dopo la piccola parentesi culinaria, un piccolo sfizio ci sta sempre bene, termino questo articolo (…) tornando a Colette.
A Parigi con Colette uscì in libreria ad inizio 2018. Sul finire dello stesso anno nelle sale cinematografiche, per la regia di Wash Westmoreland e con Keira Knightley e Dominic West nei panni di Colette e del dispotico marito Henry Gauthier-Villars, uscì Colette, dramma biografico avente l’intenzione di raccontare alle nuove generazioni le vicende di una delle più controverse, famose, eccentriche figure francesi. A mio avviso tentativo fallito. La storia raccontata è tagliata, mal interpretata, pessimamente filtrata attraverso cliché e stereotipi dei più qualunquisti. La Colette di Keira Knightley appare semplicemente come una donna snob soffocata da un marito padrone che, alla fine, riesce a vivere la storia d’amore con la sua amante rivendicando il possesso intellettuale dei libri della serie Claudine, che Villars aveva spacciato per propri. Bon. Fine. Il termine semplicemente calza a pennello, perché questa pare una delle migliaia di storielle riprese da filmetti e romanzetti ormai tutti uguali e tutti ugualmente insulsi. La storia di Colette è più profonda, più estrema, più contorta, più articolata rispetto a quella cosetta monotona presentata da Westmoreland. I co-protagonisti sono affascinanti e complessi tanto quanto la stessa Colette, la quale non lotta di certo per qualche scena di sesso saffico… La camaleontica Colette fu scrittrice, giornalista, autrice e attrice teatrale, imprenditrice (aprirà anche dei saloni di bellezza); Grand’Ufficiale della Legion d’onore, stimata da nomi quali Proust e Ravel (che ne musicò un’opera), Capote, Anatole France, volle una giovanissima Audrey Hepburn come interprete della versione teatrale del suo romanzo Gigi (Vincente Minnelli, alcuni anni più tardi, ne fece una versione cinematografica con protagonista Leslie Caron). Ma già queste parole non descrivono minimamente la complessità di una donna che non avrebbe mai voluto accostare il proprio nome a quelle suffragette moderne intrise di benaltristico qualunquismo. Colette era amorale e libertaria, divoratrice di vita, instancabile reinventrice di sé stessa, complessa e controversa, tutto il contrario del noioso stereotipo interpretato da Keira Knightley e portato sugli schermi da Westmoreland. Do un buon voto per i costumi e la fotografia, ma resto sdegnata da questo ennesimo scempio moderno della vita di icone che non sono state evidentemente comprese…