EP & The B

Ci sono incontri di cui poco si conosce e che rimarranno sempre avvolti in una famelica curiosità, oltre che nella popolare nebbia del mistero tranne che per i partecipanti. Come quello che avvenne il 27 agosto 1965 al 565 di Perugia Way a Bel Air. Il Colonnello Tom Parker e Brian Epstein organizzarono l’incontro, che avvenne nella serata di quello che era un venerdì. In testa alle classifiche USA e UK si trovava I Got You Babe di Sonny & Cher, mentre in Italia c’era Petula Clark con Ciao Ciao. Erano da poco nati il regista Sam Mendes e l’attrice Marlee Matlin ed era morta la scrittrice Shirley Jackson. Dopo venti mesi aveva avuto termine il secondo processo di Auschwitz, dove vennero condannate diciassette persone e presenziarono 358 testimoni. Il mondo girava ignaro di quell’incontro di cui poco si sa, non ci sono testimonianze video né immagini tranne POCHISSIME e non professionali. I Beatles, a Los Angeles per dei concerti durante la fortunata tournée statunitense, giunsero alla villa di Elvis attorno alle ventuno e la lasciarono tra le 2:30 e 3:30 della notte. Dopo un ovvio, e forse un po’ voluto, imbarazzo iniziale, Elvis prese il basso e iniziò ad intonare un pezzo di Charlie Rich. Così ebbe inizio una jam session tra The King of Rock ‘N’ Roll di Tupelo Mississippi ed i Fab Four di Liverpool.

“If you’re going to sit here all night staring at me I’m going to bed.”

Elvis to Beatles

Elvis was the thing, whatever people say, he was it. I was not competing against Elvis, rock happened to be the media I was born into – it was the one, that’s all.

John Lennon

Nothing affected me until I heard Elvis. Without Elvis, there would be no Beatles.

John Lennon

There was an advert for ‘Heartbreak Hotel’. Elvis looked so great: ‘That’s him, that’s him – the Messiah has arrived!’ Then when we heard the song, there was the proof. That was followed by his first album, which I still love the best of all his records. It was so fantastic we played it endlessly and tried to learn it all. Everything we did was based on that album.

Paul McCartney

16 Agosto

Come ogni anno anche per me oggi è Elvis Day. Oggi, quarantacinque anni fa, anche allora un martedì, nella sua amata Graceland, Elvis moriva a causa di un infarto indotto da varie e gravi problematiche. Di norma ascolto qualche pezzo o album e poi guardo un film o un documentario. Oggi ho finalmente guardato Elvis di Baz Luhrmann.

immagine presa da Google

Non sono brava come Raffa nel recensire film, esprimo solo un parere personale su ciò che la visione mi ha trasmesso. E guardare il film di Luhrmann è stato come vivere una esperienza onirica, un caleidoscopio sfarzoso e abbacinante tramite il quale vediamo Elvis attraverso occhi e parole della controversa, mai chiara, soffocante ed onnipresente figura del Colonnello Tom Parker, nome d’arte dell’immigrato clandestino Andreas Van Kuijs, originario dei Paesi Bassi. Ovviamente, essendo questo un film e non un documentario biografico, porta in sé elementi romanzati, non propriamente precisi, ma adattati a creare un racconto emozionante, che dia ad Elvis quell’alone da supereroe da lui stesso menzionato. Un supereroe che si ritrova a combattere contro numerosi nemici, avendo al suo fianco un amico/nemico, nel perenne tentativo di raggiungere quei sogni infantili ed ingenui che tutti facciamo, ma che raramente, molto raramente, riusciamo a realizzare. Ma in caso si avverino, il prezzo da pagare è alto, molto alto, a volte letale.
Elvis di Luhrmann è un lungo racconto luccicante, roboante, frenetico, tra la biopic romanzata ed il musical accennato, che seduce e abbàcina gli spettatori, ma in primis lo stesso Elvis.
La regia inconfondibile e circense di Luhrmann è accompagnata splendidamente da un giovane Austin Butler che mostra un appassionato impegno nel portare la sua versione di Elvis sullo schermo ed una altrettanto mostruosa capacità camaleontica di un Tom Hanks quasi irriconoscibile sotto il pesante trucco, forse non molto realistico ma perfetto per l’incarnazione del villain anteposto al supereroe.
L’Elvis di Luhrmann è un giovane uomo all’inseguimento di un sogno, profondamente legato alla madre, forse troppo ingenuo e illuso e forse anche disilluso negli ultimi anni. Elvis Aaron Presley è nel profondo afflitto da solitudine e fragilità. Forse dovute alla morte alla nascita del gemello Jesse Garon e alle apprensioni ed alla prematura perdita di una madre dedita all’ansia, all’inadeguatezza, all’alcool (dopo Graceland), forse a quell’essere più utile che realmente voluto da chi lo circondava intimamente, forse incapace di esprimere sé stesso se non sul palcoscenico. Una fragilità ed una solitudine che non gli permetteranno mai di liberarsi dal laccio con cui il Colonnello Parker ha saputo tenerlo non solo legato ai suoi indirizzi, ma ad un terreno che gli ha concesso solo l’illusione, l’abbozzo, di quello spiccare il volo e librarsi lontano a cui tanto agognava. L’Elvis di Luhrmann sarà forse incompleto, non preciso, romanzato, cangiante, sfarzoso, eccessivo, ma resta un omaggio sfavillante ad un mito. Una icona che in molti, moltissimi, continuano ad amare anche dopo quarantacinque anni dalla sua morte. Morte avvenuta all’età di quarantadue anni. Elvis RESTA Elvis, il Mito, The King of Rock & Roll, nonostante sia più tempo che siamo senza di lui di quanto lui sia stato con noi.

Elvis di John Carpenter

Avevo pensato di riguardare il documentario Elvis The Searcher, poi, complice un annuvolamento con venticello abbastanza fresco, causa dell’abbassarsi delle temperature, almeno di qualche grado, mi sono ritrovata a piazzarmi sulla terrazza ed a scorrere i titoli dei vari film di e con Elvis, decidendo infine per questa prima collaborazione tra l’attore ed il regista e l’ultimo lavoro televisivo del primo, il quale spiccherà poi il volo verso il grande schermo. Non sono brava né informata quanto Raffaella, quindi la mia è una semplice opinione.

L’attore in questione è Kurt Russell, il regista John Carpenter.
Elvis, in italiano Elvis, il Re del Rock, inizialmente era stato ideato come solo prodotto per la televisione ma, dato il successo riscontrato, ne venne fatta una versione per i cinema europei. In televisione andò in onda nel febbraio 1979 sulla ABC, la stessa sera in cui NBC dava replica di Qualcuno volò sul nido del cuculo e CBS di Via col vento. Elvis, ad audience, batté entrambi ottenendo un buon successo di pubblico e critica. Regia, come già detto, di Carpenter, corpo e prestanza di Kurt Russell, voce del cantante Country Ronnie McDowell.
La carriera artistica di Russell iniziò con una brevissima comparsa in It Happened at the World’s Fair (in italiano, Bionde, rosse, brune…), dove aveva il ruolo del ragazzino pagato dal pilota Mike affinché gli desse un calcio (per far intenerire così la bella figliola di turno); il pilota era interpretato da Elvis Presley. John Carpenter inoltre, è anche il nome del protagonista dell’ultimo film di Elvis, inedito in Italia. L’attore che interpreta il padre di Elvis, è Bing Russell ossia il padre di Kurt. L’attrice che veste i panni di Priscilla, Season Hubley, e Kurt Russell, si conobbero e innamorarono girando il film. Sposati dal 1979 al 1983, ebbero un figlio. Dopo, Kurt incontrò Goldie Hawn.
Apprezzato per trucco e costumi ed anche per la fisicità dimostrata da Russell, Elvis ricevette però critiche per la sceneggiatura.
Sinceramente, ho sempre provato sensazioni altalenanti per questo film. Sì, Russell è bravo con mosse, gesti, con quella innata sensualità che proveniva dal cantante. Bravo anche nelle scene con l’attrice Shelley Winters che interpreta l’amata madre Gladys; allo spettatore arriva, non così profondamente in realtà, il forte legame che univa i due e la cui perdita, quando lei morì, fu concausa dello stato depressivo che accompagnò Elvis fin nella tomba. Ma qualcosa cede un po’, guardando il film sento un sapore come di soap opera, di prodotto edulcorato, di ricordo addolcito in modo un tantino forzato. Ma questo non è soltanto un pensiero mio, ma proprio ciò che spinse produttori e regista a confezionare Elvis in questo modo. Elvis morì il 16 agosto 1977 ed il mese precedente aveva registrato uno speciale che la CBS mandò poi in onda poco dopo la sua morte. Ciò che gli spettatori videro fu un Elvis irriconoscibile; devastato da patologie e abusi, sudaticcio, pallido, incapace quasi di esibirsi se non con grande sforzo. Oggi online si trovano video e bootleg, ma gran parte del materiale nella sua interezza non venne più trasmesso. In effetti, la CBS mandò in onda un crudele omaggio, affondando un ricordo caro a tutti i fan di The King. Elvis era un uomo distrutto dalla depressione, dagli abusi, dal diabete. Un uomo distrutto dalla depressione. E la gente, si sa, gode del dolore altrui soprattutto se l’altro è famoso, vale, ha qualcosa che lei (la gente) non ha. Così, per riportare pace e amore tra Elvis ed il suo pubblico, ecco che venne attuato questo progetto ammorbidito, per ricordare la sofferenza del giovane Elvis, i suoi inizi, il suo essere un outsider fin da giovane, il tenero legame con la madre, l’amore per Priscilla, il sentirsi incompleto, incompreso, soffocato dal suo stesso successo. Il suo essere semplicemente Uomo come tutti gli altri. Il film termina con il ritorno sul palcoscenico del cantante, molti anni prima del definitivo inizio del suo tracollo. Una semplice dichiarazione d’amore, firmata da un regista che ha sempre confessato l’affetto per il cantante.
Elvis, è un film bonario, una lettera dolceamara, un ricordo affettuoso di un qualcuno amato che non è più con noi. Elvis Presley è morto il 16 agosto 1977, ma Elvis Presley continua a vivere.

16 Agosto

Metafora tra il gioco di carte e la vita che il giocatore, in apatica indifferenza, lascia scorrere mentre l’unico interesse resta il gioco (solitario). Scritta da Neil Sedaka nel 1972, mettendo insieme il suo recente divorzio e l’ispirazione proveniente da Roberta Flack e Chopin, Solitaire ha avuto numerose versioni di cui probabilmente la più famosa è quella dei The Carpenters (nonostante non piacesse granché a nessuno dei due fratelli).

Al solito, oggi, per me, Elvis Day. Penso riguarderò il documentario Elvis Presley: The Searcher.

L’ultimo album…

Il 19 luglio 1977, un martedì di quarantaquattro anni fa, la RCA pubblicava Moody Blue, ventiquattresimo e ultimo studio album di Elvis Presley.

Certificato disco d’oro dalla RIIA pochi mesi dopo, successivamente, ad inizio anni ‘90, doppio disco di platino, Moody Blue ottenne un enorme successo arrivando in testa alla Billboard Top Country Albums e nei primi tre posti della Billboard 200. Stanco e con sempre più problemi di salute, Elvis, che aveva in precedenza scelto dei brani da registrare insieme al produttore Felton Jarvis (produttore anche di nomi quali Carl Perkins, Skeeter Davis, Willie Nelson, Fats Domino e che morì a quarantasei anni nel gennaio 1981 in conseguenza ad un ictus), non si presentò in studio portando Jarvis a decidere di mettere insieme alcuni pezzi provenienti dal concerto in Michigan dell’aprile precedente, altri usciti come singoli e registrazioni fatte da Elvis nello studio di Graceland nel 1976. Tra i brani, una versione di Unchained Melody dove Elvis suona il piano (registrazione del concerto in Michigan); Moody Blue che era uscito come singolo a fine novembre 1976 (registrato a febbraio a Graceland) raggiungendo il primo posto della Billboard Hot Country Singles nel febbraio 1977 (l’ultimo numero 1) ed anche una sua versione di If You Love Me, Let Me Know di Olivia Newton-John. Per abbinare titolo e vinile, la RCA decise di stampare quest’ultimo in colore blu, cosa assai rara all’epoca tanto da far credere a molti che quella decisione fosse per una sorta di tributo/collezione. Successivamente, Moody Blue venne ristampato nel classico nero e poi di nuovo in blu come commemorazione dopo il decesso. Elvis venne trovato morto a Graceland il 16 agosto, nemmeno un mese dopo l’uscita dell’album.


PS: perché non funzionano più i video YT su WordPress?!

NowListening #9

Il 9 Luglio 1954 (alcuni dicono forse il 6 o 7…), al 706 Union Avenue a Memphis, Tennessee, all’interno dello Sun Studio, aperto da Sam Phillips nel gennaio 1950 con il nome Memphis Recording Service nello stesso edificio dell’etichetta discografica Sun Records, come B-Side di That’s All Right Mama, Elvis Presley assieme a Scotty Moore e Bill Black, rispettivamente chitarra e basso, registrò una versione di Blue Moon of Kentucky.

Purtroppo non riesco ad inserire nessuno dei video trovati, cliccate quindi QUI e buon ascolto!

La versione di Elvis non rispecchia l’originale lento valzer risultando più rockabilly, più veloce. Scritta nel 1945 da Bill Monroe, considerato il padre del Bluegrass, Blue Moon of Kentucky venne eseguita per la prima volta nell’agosto del 1945 al Grand Ole Opry, ormai noto e famoso appuntamento musicale settimanale da Nashville fondato nel novembre 1925. Registrata l’anno successivo a Chicago per Columbia Records, con chitarra e voce Lester Flatt e Earl Scruggs al banjo ad accompagnare Bill Monroe, venne pubblicata nel 1947 riscuotendo fin da subito un grande successo che la portò a vestire diverse versioni tra cui, appunto, quella rockeggiante di Elvis Presley. E nel 2002 l’originale di Bill Monroe venne scelta dalla Library of Congress per essere inserita nel National Recording Registry.

Blue moon of kentucky keep on shining
Shine on the one that’s gone and proved untrue
Blue moon of kentucky keep on shining
Shine on the one that’s gone and left me blue
It was on a moonlight night
The stars were shining bright
When they whispered from on high
Your love has said good-bye
Blue moon of kentucky keep on shining
Shine on the one that’s gone and said good-bye…