16 Agosto

Come ogni anno anche per me oggi è Elvis Day. Oggi, quarantacinque anni fa, anche allora un martedì, nella sua amata Graceland, Elvis moriva a causa di un infarto indotto da varie e gravi problematiche. Di norma ascolto qualche pezzo o album e poi guardo un film o un documentario. Oggi ho finalmente guardato Elvis di Baz Luhrmann.

immagine presa da Google

Non sono brava come Raffa nel recensire film, esprimo solo un parere personale su ciò che la visione mi ha trasmesso. E guardare il film di Luhrmann è stato come vivere una esperienza onirica, un caleidoscopio sfarzoso e abbacinante tramite il quale vediamo Elvis attraverso occhi e parole della controversa, mai chiara, soffocante ed onnipresente figura del Colonnello Tom Parker, nome d’arte dell’immigrato clandestino Andreas Van Kuijs, originario dei Paesi Bassi. Ovviamente, essendo questo un film e non un documentario biografico, porta in sé elementi romanzati, non propriamente precisi, ma adattati a creare un racconto emozionante, che dia ad Elvis quell’alone da supereroe da lui stesso menzionato. Un supereroe che si ritrova a combattere contro numerosi nemici, avendo al suo fianco un amico/nemico, nel perenne tentativo di raggiungere quei sogni infantili ed ingenui che tutti facciamo, ma che raramente, molto raramente, riusciamo a realizzare. Ma in caso si avverino, il prezzo da pagare è alto, molto alto, a volte letale.
Elvis di Luhrmann è un lungo racconto luccicante, roboante, frenetico, tra la biopic romanzata ed il musical accennato, che seduce e abbàcina gli spettatori, ma in primis lo stesso Elvis.
La regia inconfondibile e circense di Luhrmann è accompagnata splendidamente da un giovane Austin Butler che mostra un appassionato impegno nel portare la sua versione di Elvis sullo schermo ed una altrettanto mostruosa capacità camaleontica di un Tom Hanks quasi irriconoscibile sotto il pesante trucco, forse non molto realistico ma perfetto per l’incarnazione del villain anteposto al supereroe.
L’Elvis di Luhrmann è un giovane uomo all’inseguimento di un sogno, profondamente legato alla madre, forse troppo ingenuo e illuso e forse anche disilluso negli ultimi anni. Elvis Aaron Presley è nel profondo afflitto da solitudine e fragilità. Forse dovute alla morte alla nascita del gemello Jesse Garon e alle apprensioni ed alla prematura perdita di una madre dedita all’ansia, all’inadeguatezza, all’alcool (dopo Graceland), forse a quell’essere più utile che realmente voluto da chi lo circondava intimamente, forse incapace di esprimere sé stesso se non sul palcoscenico. Una fragilità ed una solitudine che non gli permetteranno mai di liberarsi dal laccio con cui il Colonnello Parker ha saputo tenerlo non solo legato ai suoi indirizzi, ma ad un terreno che gli ha concesso solo l’illusione, l’abbozzo, di quello spiccare il volo e librarsi lontano a cui tanto agognava. L’Elvis di Luhrmann sarà forse incompleto, non preciso, romanzato, cangiante, sfarzoso, eccessivo, ma resta un omaggio sfavillante ad un mito. Una icona che in molti, moltissimi, continuano ad amare anche dopo quarantacinque anni dalla sua morte. Morte avvenuta all’età di quarantadue anni. Elvis RESTA Elvis, il Mito, The King of Rock & Roll, nonostante sia più tempo che siamo senza di lui di quanto lui sia stato con noi.

Meglio tardi… o forse no?

Una delle accoppiate che preferisco è quella di libro + film o serie. Va da sé che nel 99% dei casi il libro è nettamente superiore, tuttavia sono capitate occasioni in cui la versione cinematografica o televisiva era più che apprezzabile. Questo articolo (WordPress stesso li chiama articoli, a me proprio non piace definirli tali… e vabbè…) non tratta né dell’uno né dell’altro caso, dato che il collegamento tra libro e film è solo nel soggetto narrato e non nelle intenzioni dei relativi autori. Ed è anche un po’ datato, poiché libro e film risalgono al 2018, ben quattro anni fa. Meglio tardi che mai…
Partiamo dal libriccino.
Edito da Giulio Perrone per la collana che ne ha visti molti altri di simili titoli (nella città X con l’autore Y), questo A Parigi con Colette vuol essere una sorta di guida nella città di colei che ne è stata regina indiscussa; l’autore, il giovane e capace Angelo Molica Franco, prende per mano il lettore e facendolo piroettare tra angoli noti, famosi café, personaggi illustri, momenti che hanno fatto la storia della Ville Lumière, tinteggia la vita della iconica e leggendaria trasformista che fu anima e cuore di una città che pareva esser stata realizzata affinché Colette potesse Essere. Fin dai primi passi del suo ingresso a Parigi e fino all’ultimo respiro, Colette, al secolo Sidonie-Gabrielle Colette, tramutò sé stessa reiventandosi e riuscendo sempre lei che, donna libera da ogni termine, affamata di vita e trasgressione, non apprezzava le suffragette della sua epoca e amava uomini e donne in egual misura. Colette, mito parigino e francese, seconda donna ad ottenere i funerali di stato, icona della Belle Époque, fuori dai suoi confini conosciuta forse molto meno di ciò che meriterebbe. Il libriccino in questione, poco più di centodieci pagine, si legge scorrevolmente, è fonte di molte informazioni, lascia trasparire una vera conoscenza dell’autore non solo di Colette ma soprattutto di quello che fu il suo habitat, ma a me personalmente ha lasciato una sensazione di non perfettamente centrato. Forse la brevità del testo? Un argomento così ricco e profondo tagliato via in poco spazio? Non lo so… tuttavia, se non lo avete ancora letto e riuscite a recuperarlo beh, ve ne consiglio la lettura.

Lettura che ho affrontato in compagnia di una bella fetta del latte in piedi qui fotografato assieme al libriccino. Il latte in piedi è una delle ricette tramandate dalla nonna materna; di provenienza contadina e quindi povera, può essere definito un dolce al cucchiaio parente di crème caramel e simili ed è composto semplicemente da uova, zucchero e latte. Io lo preparo come faceva mia nonna, frullando pian piano uova e zucchero, portando a bollore il latte con vaniglia (o vanillina) e scorza di limone (o arancia) e, una volta intiepidito, aggiungendolo a filo al composto di uova. Ad onor del vero non uso saccarosio ma eritritolo, quindi non potendo preparare il caramello nello stampo in cui poi dovrà cuocere il budino, sostituisco il caramello con un scaglie di cioccolato fondente al momento di servire. La cottura del latte in piedi avviene rigorosamente a bagnomaria, in modo da preservare la giusta umidità del dolce (170º per una cinquantina di minuti circa); va lasciato intiepidire bene prima di sformarlo sul piatto e farlo riposare in frigo prima di consumarlo.
Bon appétit, come avrebbe detto Colette…

Dopo la piccola parentesi culinaria, un piccolo sfizio ci sta sempre bene, termino questo articolo (…) tornando a Colette.
A Parigi con Colette uscì in libreria ad inizio 2018. Sul finire dello stesso anno nelle sale cinematografiche, per la regia di Wash Westmoreland e con Keira Knightley e Dominic West nei panni di Colette e del dispotico marito Henry Gauthier-Villars, uscì Colette, dramma biografico avente l’intenzione di raccontare alle nuove generazioni le vicende di una delle più controverse, famose, eccentriche figure francesi. A mio avviso tentativo fallito. La storia raccontata è tagliata, mal interpretata, pessimamente filtrata attraverso cliché e stereotipi dei più qualunquisti. La Colette di Keira Knightley appare semplicemente come una donna snob soffocata da un marito padrone che, alla fine, riesce a vivere la storia d’amore con la sua amante rivendicando il possesso intellettuale dei libri della serie Claudine, che Villars aveva spacciato per propri. Bon. Fine. Il termine semplicemente calza a pennello, perché questa pare una delle migliaia di storielle riprese da filmetti e romanzetti ormai tutti uguali e tutti ugualmente insulsi. La storia di Colette è più profonda, più estrema, più contorta, più articolata rispetto a quella cosetta monotona presentata da Westmoreland. I co-protagonisti sono affascinanti e complessi tanto quanto la stessa Colette, la quale non lotta di certo per qualche scena di sesso saffico… La camaleontica Colette fu scrittrice, giornalista, autrice e attrice teatrale, imprenditrice (aprirà anche dei saloni di bellezza); Grand’Ufficiale della Legion d’onore, stimata da nomi quali Proust e Ravel (che ne musicò un’opera), Capote, Anatole France, volle una giovanissima Audrey Hepburn come interprete della versione teatrale del suo romanzo Gigi (Vincente Minnelli, alcuni anni più tardi, ne fece una versione cinematografica con protagonista Leslie Caron). Ma già queste parole non descrivono minimamente la complessità di una donna che non avrebbe mai voluto accostare il proprio nome a quelle suffragette moderne intrise di benaltristico qualunquismo. Colette era amorale e libertaria, divoratrice di vita, instancabile reinventrice di sé stessa, complessa e controversa, tutto il contrario del noioso stereotipo interpretato da Keira Knightley e portato sugli schermi da Westmoreland. Do un buon voto per i costumi e la fotografia, ma resto sdegnata da questo ennesimo scempio moderno della vita di icone che non sono state evidentemente comprese…

CineDomenica: Il biscotto della fortuna

The Fortune Cookie, titolo originale di Non per soldi… ma per denaro, esce nelle sale americane nell’ottobre 1966 e vede per la prima volta la coppia Jack Lemmon e Walter Matthau. Prodotto e diretto da Billy Wilder, con sceneggiatura co-scritta da Wilder e I.A.L. Diamond (insieme anche per titoli quali Some Like It Hot/A qualcuno piace caldo, The Apartment/L’Appartamento, Irma la Douce/Irma la dolce), ricevette quattro nomine per gli Academy Award di cui vinse quella per Best Supporting Actor grazie alla splendida interpretazione di Walter Matthau. E proprio a causa di un infarto che colpì quest’ultimo, la produzione dovette fermarsi per alcuni mesi dando modo all’attore di rimettersi. Tornato alle riprese, Matthau dovette indossare abiti che mascherassero almeno un poco la forte perdita di peso subita. Nonostante la produzione avesse inizialmente proposto altri nomi per l’accoppiata con Lemmon, Lemmon stesso mise il proprio impegno affinché la scelta ricadesse su Matthau. Ed il successo, l’alchimia fra di loro, fu tale che proseguì in altre nove pellicole, tra cui la fortunatissima The Odd Couple/La Strana Coppia.

Il cameraman Harry Hinkle rimane coinvolto in un piccolo incidente durante una partita dei Cleveland Browns, football team dell’omonima città. Le contusioni riportate sarebbero davvero minime se non fosse per il cognato di Harry, William H. ‘Whiplash Willie’ Gingrich, che subodora soldi a palate. Inizia così un tira e molla da black comedy, dove da un lato vediamo il semplice e di buon cuore Harry (Lemmon) combattere continuamente con il rimorso, soprattutto nei confronti del giocatore causa principale dell’incidente, e dall’altro l’astuto, caustico e calcolatore Will (Matthau) iniziare già a spendere soldi non ancora suoi, impegnato in una partita a scacchi con gli avvocati della compagnia d’assicurazioni. Inizialmente convinto dalla potenziale riconciliazione con la ex-moglie Sandy, sensuale bionda che insegue il successo, Harry si ritroverà infine troppo coinvolto dal sincero legame instauratosi con Luther ‘Boom Boom’ Jackson, nel frattempo preda di una vera crisi sportiva scatenata dai sensi di colpa nei confronti di colui che crede realmente di aver condannato su una sedia a rotelle.
Stupende le interpretazioni dei due attori. Lemmon sa rendere Hinkle un uomo semplice ma dalla forte morale, il quale riesce a prendere la giusta decisione nel momento necessario; Matthau perfetto imbroglione che gigioneggia con nonchalance tra un ringhio, una imposizione, un sotterfugio, il finto piagnucolare del raggiratore non proprio professionista, ma che alla fine sa arrendersi all’evidenza. O forse così pare…
Gli altri attori si mostrano buoni satelliti capaci di ruotare attorno ai due grandi pianeti, mettendone in risalto le capacità rendendo funzionali i personaggi nei modi e nei momenti giusti. Un po’ si ride, si sorride ma sopratutto si riflette, in questa pellicola che è uno classico godibile da vedere e rivedere in cui azzeccata è la musica e d’impatto la fotografia, eccezionali i dialoghi.

Cine-Domenica (ancora)

Quando la sua primogenita, Betty Sue, nacque nel novembre 1948, Loretta Lynn aveva soltanto sedici anni ed era sposata da gennaio dello stesso anno con Oliver Lynn, soprannominato Doolittle o Doo. Conosciutisi soltanto un mese prima, resteranno insieme, tra diversità e problemi, fino alla morte di lui avvenuta nell’agosto 1996 a causa di complicazioni cardiache probabilmente dovute al diabete di cui soffriva.

Nel 1980 uscì il film Coal Miner’s Daughter, in italiano La ragazza di Nashville, protagonisti Sissy Spacek nei panni di Loretta e Tommy Lee Jones in quelli di Doolittle. La Spacek vinse l’Academy Award. Ispirato dall’omonima biografia edita nel 1976 e co-scritta dalla stessa Lynn assieme a George Vecsey, saggista e editorialista soprattutto sportivo, il film racconta con episodi un po’ romanzati la storia della giovane Lynn, figlia di un minatore del Kentucky, dall’incontro con Doolittle fino ai giorni di pieno ed affermato successo, passando per gli inizi rocamboleschi dove la coppia viaggiava per gli States promuovendo Honky Tonk Girl, prima canzone ad essere stata non solo incisa ma anche scritta da Loretta, ed ancor prima quando proprio Doolittle, innamorato della voce della moglie, le regalò una chitarra per l’anniversario di matrimonio dicendole che doveva imparare a suonarla. E fu proprio lui a spingerla, sostenerla, aiutarla, spronarla, lungo quei primi passi che la portarono ad essere una delle voci femminili più importanti e incisive nella storia della Country Music.

Il film, fatto con garbo e che porta momenti profondi ma anche divertenti, è stato ben accolto da critica e pubblico finendo settimo nella classifica degli incassi del 1980. Gli attori hanno saputo dare giustizia a personaggi particolari, ricchi di quelle sfumature che li rendono unici ed importanti. La voce nelle canzoni è proprio quella della Spacek. Nel 2019 è stato selezionato per la conservazione nel National Film Registry dalla Library of Congress come culturalmente, storicamente o esteticamente significativo.

Cine-Domenica

Con le sue familiari atmosfere Jazz dal sapore retrò, Woody Allen, regia soggetto e sceneggiatura, ci porta nella New York del 1940. C.W. Briggs, interpretato dallo stesso Allen, assicuratore investigativo, si ritrova soggetto involontario del piano diabolico del mago ipnotizzatore Voltan. Durante una cena per festeggiare un collega, Briggs e la collega Betty Ann Fitzgerald (una sprintosa Helen Hunt), vengono ipnotizzati e le parole chiavi sfruttate da Voltan come mezzo per usarli come ladri a comando. La solita verve, i dialoghi brillanti, la frizzante ironia e quella giusta dose di causticità, rendono questa commedia godibile e leggera, perfetta per trascorrere un’ora mezza in divertita spensieratezza. Fotografia e musica sempre curatissime, uno dei marchi di fabbrica della produzione alleniana. The Curse of the Jade Scorpion è uscito nelle sale nell’estate del 2001, vendette molto poco ai botteghini statunitensi, si sa che Allen, come spesso accade, non è profeta in patria. E lo scontento della critica è stato in parte anche sottoscritto dallo stesso regista, soprattutto per quel che riguarda l’aver dovuto interpretare Briggs dopo che Jack Nicholson e Tom Hanks avevano rifiutato. Sinceramente è un film che ho visto con molto piacere, mi ha fatto ridere ed ha saputo intrattenermi con la solita elegante ironia che ritrovo sempre in Woody Allen.

– Una volta che ti pompano 200 volt nel corpo, hai la tendenza a passare il resto della vita in un posacenere.

A hot sunny afternoon on the couch…

Fuori fa caldo, troppo per i miei gusti. Il caldo mi soffoca in ogni senso. Questo però è il periodo nel quale riesco a vedere qualche film anche se, come ho detto in precedenza, sono di gusti un po’ difficili…

Armata di tè freddo e ventilatore, mi sono rinfrescata con Un giorno di pioggia a New York.

Pronto già nel 2018, a causa delle controversie tra Allen ed il movimento MeToo venne rimandato all’anno successivo; luglio 2019, rilasciato inizialmente in Polonia da cui poi, grazie a distributori internazionali, in molti altri paesi. Sinceramente di queste polemiche non mi interesso, cerco un film che possa piacermi e in caso trasmettermi qualcosa. Mi interessa il film, il messaggio del film non chi sta dietro alla cinepresa… E di norma i film di Woody Allen mi piacciono. L’arguta e fine ironia, la fotografia, la musica. Ed a proposito di musica, premo play, inizia la visione e mi accoglie la calda ed elegante voce di Bing Crosby.

I got lucky in the rain
One day when I had nothing to do for an hour
I walked around in a shower.
I had reason to complain
One moment I was sadly in need of a song
Next moment you came along.
Then the heavens smiled at me,
My heart said, “How lucky can you be!”
Things like that you can’t explain,
I only know that I met the love of my life
When I got lucky in the rain.

Adoro la pioggia. Quella fine, regolare, con il cielo bigio e basso e la nebbiolina che crea un velo sulle colline circostanti. Mi piace il Jazz, anche se sono una semplice e principiante ascoltatrice. Chissà, magari prima o poi mi ci metterò d’impegno. Sono alquanto allergica al natale e relative festività, ma apprezzo tantissimo White Christmas canzone e musical. E adoro la neve… Bing Crosby incise la sua versione nel 1942 per il film La taverna dell’allegria (Holiday Inn), in cui recitava assieme a Fred Astaire e Marjorie Reynolds. L’anno successivo vinse l’Oscar proprio con questa canzone. Canzone che viene considerata la best-selling single of all time, con più di cinquanta milioni di copie vendute. Quindi, dicevamo, parte la visione e subito ecco Bing Crosby con I got lucky in the rain.

Gatsby Welles, eccentrico figlio di agiati borghesi di Manhattan con una smodata passione per tutto ciò che ha charme vintage, si lascia alle spalle lo Yardley College per un weekend newyorkese. Accompagna la sua ragazza, Ashleigh, che deve recarsi nella città che non dorme mai per un’intervista ad un famoso regista. Gatsby vorrebbe unire l’utile al dilettevole, fare compagnia all’amata e mostrarle la nostalgica bellezza di New York, suo luogo natale, in quello che lui considera un giorno perfetto: un giorno di pioggia. Abilissimo giocatore d’azzardo, vince così facilmente d’avere sempre le tasche piene. Non gli importa spendere quei soldi, gli interessa usarli come mezzo per Vivere e per Godere della vita così come lui pensa debba essere vissuta. Allergico all’ipocrisia tipica della borghesia, si ritrova tuttavia nel suo elemento grazie a moltissime cose volute dalla madre. Figura molto parlata ma che compare giusto in un paio di occasioni, una molto importante per il protagonista. Gatsby ha mille qualità e le sfrutta così come sfrutta la città che tanto ama al fine di dare vita a sé stesso. Lui è protagonista sul palcoscenico newyorkese. Dall’altro lato abbiamo Ashleigh, molto provinciale, molto esponente di quella borghesia che invece Gatsby cerca di allontanare. Ashleigh non è protagonista e Manhattan la fagocita. Se in apparenza, in un qualunque giorno di sole, i due giovani possono sembrare una perfetta coppia, la pioggia newyorkese scioglie dubbi, spoglia dalla superficialità mostrando il reale contenuto. È il palcoscenico che fa la differenza ed essere in grado di muoversi su di esso ti fa capire chi sei e chi sono gli altri. Nell’irreale mondo alleniano, i nodi vengono al pettine. Fin dalle prime scene in cui i due compaiono assieme, ho percepito due persone singole in cerca di sé stesse che parlano di sé stessi all’altro ma NON CON l’altro. Due estranei in un rapporto. Un qualcosa che tristemente si vede sempre più spesso. E, come dicevo sopra, mentre Ashleigh nella sua semplicità comune alla massa viene inghiottita da New York, palcoscenico assai eterogeneo e difficile, Gatsby vi (ri)scopre il proprio elemento. E vi incontra qualcuno molto più simile a lui di quanto non sia la bionda e sorridente Ashleigh. Qualcuno che sa essere protagonista sul palcoscenico della città che non dorme mai e che non viene spogliata dalla pioggia, proprio come lui. E se nella calda e solare scena iniziale Gatsby e Ashleigh apparivano in sintonia, la grigia e fredda scena sulla carrozza di quasi fine film evidenzia la loro reale diversità.

– In the roaring traffic’s boom… In the silence of my lonely room…

– I know that. That’s from Shakespeare, right?

Nope baby, that’s NOT from Shakespeare.

Ashleigh non capisce, ma non importa. Gatsby SA, sa chi è, da dove viene, chissà dove andrà ma sa con chi potrebbe percorrerlo il viaggio non sempre confortevole.

– Time flies.

– Yes, unfortunately, it flies coach.

A Rainy Day in New York è il tipico film ambientato in un mondo poco reale, in cui cliché e finzione borghese vengono sempre mostrati come un qualcosa di presente, a volte utile, ma dal quale c’è chi riesce a sdoganarsi. Un qualcuno che sa cosa prendere da questo mondo per poter costruire sé stesso come persona senza tuttavia venirne schiacciato e inglobato. La genuinità dei sentimenti è in contrasto con l’apparenza di molte esistenze, anche se queste si incrociano molto più spesso di quanto si pensi. La fotografia è sempre deliziosa e impeccabile, perfetto corollario ad una colonna sonora che sa di pioggia e nostalgia vintage. I dialoghi di Allen brillanti e mai banali, proprio come la trama. Questo è uno dei tanti film di Woody Allen che ho davvero apprezzato e che sicuramente riguarderò. Infine, suggerisco questo delizioso articolo.

What if alla Q…

Molti film io li vedo dopo, od anche mai. Un tempo ne guardavo di più, tanto da dirmi appassionata. Ma lo ero anche di serie TV, poi qualcosa è successo e questo qualcosa è legato al mio essere noiosamente selettiva. La quasi totalità dei film e delle serie televisive, telefilm come li chiamavo da ragazzina, non mi dicono nulla ed anzi, spesso mi irritano. Ogni tanto però trovo qualcosa che mi piace, o comunque mi incuriosisce al punto da voler provare. A volte va bene a volte no.

Oggi, in ritardo di circa un anno (in USA è stato distribuito a luglio 2019, in Italia a settembre), ho detto ok alla visione di C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Due Oscar, tre Golden Globe, un BAFTA, tre Critics’ Choice Awards, uno Screen Actors Guild Award, altri premi ed una miriade di altre candidature. Ben accolto da critica e pubblico, è stato il film di Tarantino che più ha incassato durante il primo giorno di programmazione. Una carrellata di attori noti che hanno fatto anche parti brevissime pur di esserci. Solita ricca regia tarantiniana, fotografia splendida, costumi e dettagli curatissimi, un humour leggero e mai eccessivo, colori così vivaci da accecare e perfetti per sottolineare il contrasto con l’aria malinconica ed amara che si respira per tutta la visione, in particolare nell’ultima parte. Eppure… non so, qualcosa non mi convince. Percepisco note stonate. Forse molti dialoghi, che nonostante l’ironia non sempre mi sono parsi sensati ne contestualizzati. Forse la forzatura di quel finale che sa di aspra rivalsa da parte di un ragazzetto che non riesce a fare i conti con la cruda e crudele realtà. Di preciso non so, ma più di un discreto/quasi buono non riesco a dare. Di Caprio non mi è spiaciuto, Brad Pitt mi ha scioccata per tutto il tempo: sicuro di non essere il figlio illegittimo di Robert Redford? Comunque, ha fatto scivolare via la serata abbastanza piacevolmente. Non nella mia top ten, ma nemmeno così male.