FotoPoesia #28 – Equinozio d’Autunno, 23 Settembre 2022 ore 3:03 italiane.

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Fall, leaves, fall;
die, flowers, away…
Lengthen day and shorten day;
Every leaf speaks bliss to me
Fluttering from the autumn tree.
I shall smile when wreaths of snow
Blossom where the rose should grow;
I shall sing when night’s decay
Ushers in a drearier day.

Cadete, foglie, cadete;
e voi, fiori, svanite…
Allungati notte, giorno sii breve;
Ogni foglia mi parla di felicità
Volando via dall’albero d’autunno.
E sorriderò quando fiocchi di neve
Sbocceranno dov’era la rosa;
Canterò quando il declino della notte
Annuncerà un giorno ancor più buio.


Emily Brontë

Emily Jane Brontë nasce nel luglio del 1818, in una cittadina dello Yorkshire. Quinta dei sei figli di Patrick e Maria Brontë, prima di lei Maria (1814), Elizabeth (1815), Charlotte (1816) e Branwell (1817) e dopo Anne (1820). Maria ed Elizabeth morirono nel 1825, a pochissima distanza l’una dall’altra. Nel 1821, a causa di un tumore, era morta la madre e le sue veci furono assunte dalla zia Elizabeth. I quattro fratelli sopravvissuti strinsero un forte ed intenso legame, che li vide costruire un mondo immaginario con tanto di nome e personaggi e storie sempre più complesse ed articolate. Scrissero anche poesie e le tre sorelle, nel 1846, pubblicarono Poems by Currer, Ellis, and Acton Bell, usando degli pseudonimi. Tutte e tre scrissero romanzi, divenuti col tempo parte della letteratura classica vittoriana inglese. Emily pubblicò Cime Tempestose nel 1847 usando il suo pseudonimo di Ellis Bell; inizialmente il romanzo non ottenne successi ed anzi, molte furono le critiche pur dopo la nuova pubblicazione messa in atto da Charlotte nel 1850, ossia due anni dopo la prematura morte di Emily. Ma a Cime Tempestose occorsero diversi anni per iniziare ad essere rivalutato ed apprezzato. Sempre Charlotte, si occupò di far pubblicare le poesie che aveva scoperto aver scritto Emily durante tutta la vita. La poetica della quintogenita di casa Brontë è intensa, vivida, struggente, al contrario del suo carattere schivo e tendente al solitario.

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Il cimento dell’armonia e dell’inventione è una raccolta per violino e archi scritta tra il 1723 e il 1725 da Antonio Vivaldi; i concerti piu conosciuti sono La primavera, L’estate, L’autunno e L’inverno, ossia Le Quattro Stagioni. Come per il Solstizio d’Inverno e d’Estate e l’Equinozio di Primavera, anche l’Equinozio d’Autunno è accompagnato da un sonetto.


Celebra il Vilanel con balli e Canti
Del felice raccolto il bel piacere
E del liquor di Bacco accesi tanti
Finiscono col Sonno il lor godere.
Fa’ ch’ ogn’ uno tralasci e balli e canti
L’aria che temperata dà piacere,
E la Staggion ch’ invita tanti e tanti
D’ un dolcissimo sonno al bel godere.
I cacciator alla nov’alba à caccia
Con corni, Schioppi, e cani escono fuore
Fugge la belva, e Seguono la traccia;
Già Sbigottita, e lassa al gran rumore
De’ Schioppi e cani, ferita minaccia
Languida di fuggire, mà oppressa muore.

Medievalis

Oggi, in quel di Pontremoli, cittadina di antiche origini adagiata su colli sotto l’arco appenninico, ha termine il programma di Medievalis.

Pontremoli
Campanone, Duomo, Castello
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Medievalis, ha il suo cuore nella rievocazione storica della concessione del diploma di Libero Comune alla Comunità di Pontremoli avvenuta nel 1226 da parte dell’Imperatore Federico II, che definì il borgo “clavis et ianua”(chiave e porta) delle comunicazioni tra la Lombardia e la Toscana.

🔗 https://visitlunigiana.it/events/medievalis-pontremoli-2022/

Al mattino, attorno alle 9:30, s’apre il mercato con banchi particolari. Quest’anno è stato il primo dopo la chiusura dovuta alla pandemia COVID ed anche il numero dei banchi ne ha un po’ risentito, essendoci stata presenza un poco minore rispetto agli anni passati.

Nel pomeriggio poi iniziano varie manifestazioni come gli sbandieratori, le rievocazioni di episodi storici, dimostrazioni con rapaci, musica e danza ma anche presentazioni di libri quasi sempre di carattere locale. Di Medievalis ne hanno parlato anche al TGRegionale.

Ovviamente, inutile dirlo, ci sono anche molte postazioni dove poter mangiare, anche con menù che richiamano, pur scherzosamente, antiche libagioni…
Io ormai vado solo al mattino, appena apre il mercato, quando l’affluenza non è ancora pesante. Non sono mai stata un tipo da feste, ma negli ultimi anni con la fibromialgia in peggioramento tendo a partecipare ancora meno. La confusione mi causa stress ed affaticamento. Per non parlare di un netto peggioramento del comportamento delle persone in generale ed in questi frangenti dei turisti! Dopo un bel giretto, un piccolo bottino ed un caffè, me ne sono tornata nella tranquillità della mia casetta.

Il bottino come sempre è composto da sapori e profumi; saponi artigianali, profumatori, incensi e spezie. Di queste ho fatto una bella scorta! Sarei stata tutto il giorno a sniffare alla bancarella delle spezie!

Tra i peperoncini ho preso il Wiri Wiri, piccole sferette dal sentore caldo e fruttato che raggiungono 100.000/300.000 sulla Scala di Scoville a seconda del luogo di raccolta e coltivazione e del periodo. Il Wiri Wiri è originario della foresta pluviale della Guyana, di cui è parte della cucina tipica in molte ricette tra cui salse, zuppe, stufati. E, a quel che ricordo, è bannato in alcuni stati come gli USA poiché pare perfetto anche per il traffico di droga.
Non vedo l’ora di trovare qualche ricetta e provarlo… il peperoncino!

Di limoni e attimi di pace…

Ovunque io vada, qualunque sia la durata del mio stare fuori casa, il Kindle è sempre con me. A seconda dell’ispirazione del momento riprendo una delle letture in corso oppure sfoglio pigramente qualche poesia. In questi giorni tocca a Rimbaud, Una Stagione all’Inferno.
Dopo una bella passeggiata tra faggeto e laghi, al fresco ventilato di 21/22º C di Cerreto Laghi, località situata sull’Appennino Reggiano (sezione del Tosco-Emiliano), decidiamo una sosta in un bar. Un tè caldo ed una poesia, pausa perfetta. Quindi chiedo un tè. Di norma portano una piccola selezione di bustine, affinché tu decida quale gusto scegliere. Invece mi ritrovo una tazza contenente poca acqua, una fetta di limone ed una unica bustina di tè, tra l’altro insapore. Orrore! Limone nel tè! Il mio cervello rischia un corto circuito. Afferro il cucchiaino cercando di prelevare svelta l’intrusa fettina, borbottando, un po’ troppo a voce alta, solo i barbari mettono il limone nel tè! I barbari!

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La fortuna di vivere circondata dagli Appennini mi permette gitarelle come questa. In circa un’ora o poco più d’auto, spazio dal versante ligure a quello parmense o reggiano. La zona che prediligo è quella più a nord, ma al Cerreto vengo spesso. L’anno scorso ho preso anche dei freschissimi mirtilli. Camminare nel bosco, osservare le lievi increspature della superficie lacustre agitarsi debolmente sotto il soffio della frizzante brezza, ascoltare i suoni degli animali, respirare gli odori del sottobosco, sono momenti preziosi che riportano pace e armonia.

Seduta sulle rive del lago, all’ombra dei faggi, ho osservato per un po’ due piccoli storni; il primo di anatrelle che, mostrando buffamente il piumato bianco derrière, buttavano la parte anteriore sott’acqua in cerca di prede; il secondo, piccoli uccelli non ben identificati, roteava dando alternanza ai singoli in un armonico tuffarsi nel lago sicuramente a caccia di cibo. Purtroppo l’unico video che sono riuscita a fare è risultato molto sfocato, ma in quei frangenti non ho pensato a ritentare, mi sono semplicemente goduta la visione. Proprio come quando stavo prendendo l’ultima foto qua sopra, quella che ritrae le Alpi Apuane. Lo strìdere inconfondibile dei rapaci mi ha fatta alzare lo sguardo e poco dopo eccolo là, un magnifico falco che si librava leggiadro e potente sfruttando le correnti. Attimi preziosi congelati nel tempo e nella memoria. Momenti che allontanano le brutture del mondo, proprio come quelli trascorsi in compagnia di un libro.

FotoPoesia #26

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I think that I shall never see
A poem lovely as a tree.
A tree whose hungry mouth is prest
Against the earth’s sweet flowing breast;
A tree that looks at God all day,
And lifts her leafy arms to pray;
A tree that may in Summer wear
A nest of robins in her hair;
Upon whose bosom snow has lain;
Who intimately lives with rain.
Poems are made by fools like me,
But only God can make a tree.


Non credo che vedrò mai
una poesia bella come un albero.
Un albero la cui bocca bramosa sia attaccata
al dolce seno fluente di madre Terra.
Un albero rivolto a Dio per tutto il giorno,
che innalza al cielo le sue frondose braccia
in segno di preghiera.
Un albero che in estate può indossare
un nido di pettirossi tra i capelli.
Sopra il cui cuore la neve si stende leggera,
che vive intimamente con le piogge.
Le poesie sono scritte dagli sciocchi come me,
ma solo Dio può creare un albero.

Traduzione di filastrocche.it


Trees – Joyce Kilmer

Alfred Joyce Kilmer nasce nel dicembre 1886 a New Brunswick, New Jersey. Quarto e ultimo figlio di Frederick Barnett Kilmer, medico e chimico impiegato dalla Johnson and Johnson Company e inventore del borotalco per bambini, e la scrittrice e compositrice Annie Ellen Kilburn. Il periodo scolastico è costellato di ottimi risultati che lo portano prima in quella che oggi è la Rutgers University e poi alla Columbia University. Qui, diviene editore del giornale del campus e membro attivo di un gruppo letterario e di uno di dibattito. Nel maggio 1908 si laurea, il mese seguente sposa la compagna di lungo corso, Aline Murray, giovane poetessa con la quale avrà cinque figli. Anche la vita dopo la laurea segue dei passi simili al periodo degli studi; inizia come insegnante di latino, scrive saggi, recensioni e poesie che riesce a far pubblicare. Decide quindi di trasferirsi a New York per dedicarsi esclusivamente al mondo letterario. Lavora per i primi tempi presso la casa editrice Funk and Wagnalls, dedicandosi alla preparazione di una edizione del The Standard Dictionary. Nel 1911 pubblica la prima raccolta di versi, Summer of Love. Nell’anno successivo diviene conferenziere e soprattutto scrittore speciale per il New York Times Review of Books e il New York Times Sunday Magazine. Il successo ed il riconoscimento esplodono e si confermano nel 1913, quando, in agosto, sulla rinomata rivista Poetry, viene pubblicata la poesia Trees/Alberi; l’anno successivo vede luce la raccolta Trees and Other Poems. La fede cattolica per Kilmer era molto importante, pregare per la figlioletta Rose malata di poliomielite era un qualcosa che compiva quotidianamente. Rose muore nel 1917, poco prima della nascita del fratellino Christopher e del dispiegamento del padre in Europa. Infatti, Kilmer si era arruolato nella Guardia Nazionale finendo poi reclutato nell’Esercito. Avrebbe dovuto scrivere un libro sulla guerra, di cui aveva già stipulato contratto e deciso il titolo, ma durante il periodo in Francia, dove il suo reggimento giunse in novembre, riuscì soltanto a buttare giù qualche bozza e qualche verso. Il più notevole di questi lavori resta la commemorativa Rouge Bouquet. Il valore e la forza mostrati prima ai tempi scolastici e poi lavorativi, si mostrano anche indossando la divisa. Kilmer viene subito apprezzato per le sue capacità ed il suo impegno, ottenendo sul campo il grado di sergente. Il 30 luglio 1918 viene messo a capo di una squadra per la ricerca del posizionamento di punti di attacco tedeschi; muore sul campo trafitto al capo probabilmente dalla pallottola di un cecchino, nei pressi del villaggio di Seringes-et-Nesles. Aveva trentun anni. Viene poi sepolto allo Oise-Aisne American Cemetery and Memorial. A New Brunswick, presso l’Elmwood Cemetery, viene eretto un cenotafio in sua memoria.

Meglio tardi… o forse no?

Una delle accoppiate che preferisco è quella di libro + film o serie. Va da sé che nel 99% dei casi il libro è nettamente superiore, tuttavia sono capitate occasioni in cui la versione cinematografica o televisiva era più che apprezzabile. Questo articolo (WordPress stesso li chiama articoli, a me proprio non piace definirli tali… e vabbè…) non tratta né dell’uno né dell’altro caso, dato che il collegamento tra libro e film è solo nel soggetto narrato e non nelle intenzioni dei relativi autori. Ed è anche un po’ datato, poiché libro e film risalgono al 2018, ben quattro anni fa. Meglio tardi che mai…
Partiamo dal libriccino.
Edito da Giulio Perrone per la collana che ne ha visti molti altri di simili titoli (nella città X con l’autore Y), questo A Parigi con Colette vuol essere una sorta di guida nella città di colei che ne è stata regina indiscussa; l’autore, il giovane e capace Angelo Molica Franco, prende per mano il lettore e facendolo piroettare tra angoli noti, famosi café, personaggi illustri, momenti che hanno fatto la storia della Ville Lumière, tinteggia la vita della iconica e leggendaria trasformista che fu anima e cuore di una città che pareva esser stata realizzata affinché Colette potesse Essere. Fin dai primi passi del suo ingresso a Parigi e fino all’ultimo respiro, Colette, al secolo Sidonie-Gabrielle Colette, tramutò sé stessa reiventandosi e riuscendo sempre lei che, donna libera da ogni termine, affamata di vita e trasgressione, non apprezzava le suffragette della sua epoca e amava uomini e donne in egual misura. Colette, mito parigino e francese, seconda donna ad ottenere i funerali di stato, icona della Belle Époque, fuori dai suoi confini conosciuta forse molto meno di ciò che meriterebbe. Il libriccino in questione, poco più di centodieci pagine, si legge scorrevolmente, è fonte di molte informazioni, lascia trasparire una vera conoscenza dell’autore non solo di Colette ma soprattutto di quello che fu il suo habitat, ma a me personalmente ha lasciato una sensazione di non perfettamente centrato. Forse la brevità del testo? Un argomento così ricco e profondo tagliato via in poco spazio? Non lo so… tuttavia, se non lo avete ancora letto e riuscite a recuperarlo beh, ve ne consiglio la lettura.

Lettura che ho affrontato in compagnia di una bella fetta del latte in piedi qui fotografato assieme al libriccino. Il latte in piedi è una delle ricette tramandate dalla nonna materna; di provenienza contadina e quindi povera, può essere definito un dolce al cucchiaio parente di crème caramel e simili ed è composto semplicemente da uova, zucchero e latte. Io lo preparo come faceva mia nonna, frullando pian piano uova e zucchero, portando a bollore il latte con vaniglia (o vanillina) e scorza di limone (o arancia) e, una volta intiepidito, aggiungendolo a filo al composto di uova. Ad onor del vero non uso saccarosio ma eritritolo, quindi non potendo preparare il caramello nello stampo in cui poi dovrà cuocere il budino, sostituisco il caramello con un scaglie di cioccolato fondente al momento di servire. La cottura del latte in piedi avviene rigorosamente a bagnomaria, in modo da preservare la giusta umidità del dolce (170º per una cinquantina di minuti circa); va lasciato intiepidire bene prima di sformarlo sul piatto e farlo riposare in frigo prima di consumarlo.
Bon appétit, come avrebbe detto Colette…

Dopo la piccola parentesi culinaria, un piccolo sfizio ci sta sempre bene, termino questo articolo (…) tornando a Colette.
A Parigi con Colette uscì in libreria ad inizio 2018. Sul finire dello stesso anno nelle sale cinematografiche, per la regia di Wash Westmoreland e con Keira Knightley e Dominic West nei panni di Colette e del dispotico marito Henry Gauthier-Villars, uscì Colette, dramma biografico avente l’intenzione di raccontare alle nuove generazioni le vicende di una delle più controverse, famose, eccentriche figure francesi. A mio avviso tentativo fallito. La storia raccontata è tagliata, mal interpretata, pessimamente filtrata attraverso cliché e stereotipi dei più qualunquisti. La Colette di Keira Knightley appare semplicemente come una donna snob soffocata da un marito padrone che, alla fine, riesce a vivere la storia d’amore con la sua amante rivendicando il possesso intellettuale dei libri della serie Claudine, che Villars aveva spacciato per propri. Bon. Fine. Il termine semplicemente calza a pennello, perché questa pare una delle migliaia di storielle riprese da filmetti e romanzetti ormai tutti uguali e tutti ugualmente insulsi. La storia di Colette è più profonda, più estrema, più contorta, più articolata rispetto a quella cosetta monotona presentata da Westmoreland. I co-protagonisti sono affascinanti e complessi tanto quanto la stessa Colette, la quale non lotta di certo per qualche scena di sesso saffico… La camaleontica Colette fu scrittrice, giornalista, autrice e attrice teatrale, imprenditrice (aprirà anche dei saloni di bellezza); Grand’Ufficiale della Legion d’onore, stimata da nomi quali Proust e Ravel (che ne musicò un’opera), Capote, Anatole France, volle una giovanissima Audrey Hepburn come interprete della versione teatrale del suo romanzo Gigi (Vincente Minnelli, alcuni anni più tardi, ne fece una versione cinematografica con protagonista Leslie Caron). Ma già queste parole non descrivono minimamente la complessità di una donna che non avrebbe mai voluto accostare il proprio nome a quelle suffragette moderne intrise di benaltristico qualunquismo. Colette era amorale e libertaria, divoratrice di vita, instancabile reinventrice di sé stessa, complessa e controversa, tutto il contrario del noioso stereotipo interpretato da Keira Knightley e portato sugli schermi da Westmoreland. Do un buon voto per i costumi e la fotografia, ma resto sdegnata da questo ennesimo scempio moderno della vita di icone che non sono state evidentemente comprese…

Me, myself and… Books #16

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Un pomeriggio in cui il caldo è meno opprimente, i colori della Echinopsis sbocciati in tutta la loro vividezza ed ecco che la terrazza diventa il luogo perfetto per una tazzina di buon caffè e l’audiolettura di un racconto di Cesare Pavese.

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Poeta, traduttore, scrittore, nato in un piccolo comune piemontese nel 1908, Pavese termina nel febbraio 1932, ventiquattrenne, la stesura dei dieci racconti che danno vita al ciclo raccolta Ciau Masino. Ambientati in quello che era il suo proprio habitat, il Po e le Langhe, i dieci scritti narrano le vite di due quasi omonimi dai destini opposti; il giornalista Tommaso Ferrero, detto Masino, ed il meccanico Giantommaso Dalmastro soprannominato Masin. Storie semplici, crude, profonde, scapestrate, quasi filosofiche. Storie dove il dialetto locale non è solo un modo di comunicare, ma diventa stretta caratteristica di un mondo unico e sé stante, dove assume le forme di note musicali, dove i due Masino arrivano a rappresentare anche valori estremi dell’autore stesso. Un po’ autobiografia, un po’ Langhe blues, un po’ scritto sperimentale, Ciau Masino, i cui racconti sono intervallati da una poesia che unisce e consegna, furono riposti in un cassetto e pubblicati soltanto postumi nel 1968 da Einaudi, nel volume dei Racconti (che potete trovare QUI).

Echinopsis è un Genere di Succulenta della Famiglia delle Cactaceae, volgarmente famiglia dei cactus, descritta inizialmente nel 1837 dal botanico tedesco Joseph Gerhard Zuccarini, che conta un altissimo numero di specie diverse provenienti dal Sud America. Il nome Echinopsis ha origine greca; ἐχῖνος, echînos, riccio/riccio di mare e ὄψις, ópsis, aspetto, quindi una pianta somigliante al riccio.

Lascio i link dove poter trovare liberi alcuni racconti della raccolta Ciau Masino; i primi due sono di Masino, i successivi due di Masin.
Il Blues delle Cicche
L’acqua del Po
Congedato
I cantastorie

FotoPoesia #25 – Solstizio d’Estate, 21 Giugno 2022 ore 11:13 italiane.

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The air around was trembling-bright
And full of dancing specks of light,
While butterflies were dancing too
Between the shining green and blue.
I might not watch, I might not stay,
I ran along the meadow way.

The straggling brambles caught my feet,
The clover field was, oh! so sweet;
I heard a singing in the sky,
And busy things went buzzing by;
And how it came I cannot tell,
But all the hedges sang as well.

Along the clover-field I ran
To where the little wood began,
And there I understood at last
Why I had come so far, so fast
On every leaf of every tree
A fairy sat and smiled at me!


Summer Morning di Rose Fyleman

Contenuta nella raccolta Fairies and Chimneys pubblicata a Londra nel 1918, Summer Morning esprime nella sua semplicità il caldo e luminoso languore di una mattina d’estate.

The air around was trembling-bright
And full of dancing specks of light…

Queste righe danno vivida l’immagine di quei lunghi e voluttuosi raggi di sole, dove, immersi in un fiume dorato, scintillano pulviscoli che paiono magiche polverine lanciate dalle fate dei boschi. E proprio fate sorridenti l’autrice vede su ogni foglia degli alberi del bosco nel quale si addentra, dopo aver calpestato un prato vibrante di erba verde e farfalle colorate, percorrendo un sentierino che vi si inoltra.
Poesia, e raccolta, sono figlie di Rose Amy Fyleman, nata a Nottingham (UK) nel marzo 1877, terzogenita di John Feilmann e Emilie Loewenstein. Figlia di un commerciante di merletti di provenienza ebraica, originario dell’attuale Bassa Sassonia che anglicizzerà il cognome di famiglia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Rose Fyleman ancora bambina vede pubblicare un suo scritto su un giornale locale. Crescendo, affronterà prima un college privato e poi gli studi di canto, rimbalzando tra città quali Parigi, Berlino e Londra. Tuttavia fallirà nel tentativo di diventare cantante d’opera e rientrata a Nottingham farà l’insegnante. Poiché non era soddisfatta delle poesie nei testi scolastici, prese a scriverle essa stessa dedicandosi così anche alla scrittura di fairy poems. Un collega la porterà a tentare una pubblicazione e nel 1918 pubblica il suo primo libro, The Sunny Book, seguito da altri due volumi, Fairies and Chimneys e The Fairy Green. Nella sua lunga vita, morirà nell’agosto 1957 a ottant’anni, pubblicherà molte raccolte divenendo una delle più note e prolifiche scrittrici per ragazzi, verrà invitata in Canada per degli eventi (Winnipeg le ispirò quella che tuttora resta una delle sue più famose poesie, Winnipeg at Christmas), sarà curatrice di una rivista per bambini e tradurrà libri dall’italiano, dal francese e dal tedesco. Prolifica scrittrice, pubblicherà più di sessanta volumi di narrativa, poesia e opere teatrali.

Il cimento dell’armonia e dell’inventione è una raccolta per violino e archi scritta tra il 1723 e il 1725 da Antonio Vivaldi; i concerti piu conosciuti sono La primavera, L’estate, L’autunno e L’inverno, ossia Le Quattro Stagioni. Come per il Solstizio d’Inverno, e gli altri, anche l’Estate è accompagnata da un sonetto.


Sotto dura stagion dal sole accesa Langue l’huom, langue ‘l gregge, ed arde ‘l pino,
Scioglie il cucco la voce, e tosto intesa Canta la tortorella e ‘l gardellino.
Zeffiro dolce spira, ma contesa Muove Borea improvviso al suo vicino;
E piange il Pastorel, perché sospesa Teme fiera borasca, e ‘l suo destino;
Toglie alle membra lasse il suo riposo Il timore de’ lampi, e tuoni fieri
E de mosche, e mosconi il stuol furioso:
Tuona e fulmina il cielo grandinoso Tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.

FotoPoesia #24 – Solstizio d’Inverno, 21 Dicembre 2021 ore 16:59 italiane.

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Winter is good – his Hoar Delights
Italic flavor yield
To Intellects inebriate
With Summer, or the World
Generic as a Quarry
And hearty – as a Rose
Invited with Asperity
But welcome when he goes.


Buono è l’Inverno – le sue Bianche Delizie
Producono fragranze in corsivo
Per gli Intelletti inebriati
Dall’Estate, o dal Mondo
Generico come una Cava
E vigoroso – come una Rosa
Invitato con Asprezza
Ma gradito quando se ne va.



Winter is good – his Hoar Delights — Emily Dickinson
Traduzione di Giuseppe Ierolli – emilydickinson.it

❄️❄️❄️

Le Quattro Stagioni fanno parte della raccolta di concerti intitolata Il cimento dell’armonia e dell’inventione, scritta da Antonio Vivaldi tra il 1724 ed il 1725. Il concerto numero 4, detto L’Inverno, si accentra sulla pioggia scrosciante e sulla furia del vento, ma anche sulla pace interiore che questa gelida stagione reca. Avete mai camminato in un campo innevato? Ecco, quella è la pace invernale…
Ogni stagione è accompagnata da sonetti, anonimi o forse scritti da Vivaldi stesso.

Agghiacciato tremar tra nevi algenti
Al Severo Spirar d’orrido Vento,
Correr battendo i piedi ogni momento,
E pel Soverchio gel batter i denti.

Passar al foco i dì quieti e contenti
Mentre la pioggia fuor bagna ben cento.

Caminar sopra il ghiaccio e a passo lento
Per timore di cadere bene.
Gir forte Sdrucciolar, cader a terra
Di nuovo ir sopra ‘l ghiaccio e correr forte
Sin ch’il ghiaccio si rompe, e si disserra.
Sentir uscir dalle ferrate porte
Scirocco, Borea, e tutti i venti in guerra
Quest’è ‘l verno, ma tal, che gioia apporte.

FotoPoesia #23

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I bring an unaccustomed wine
To lips long parching
Next to mine,
And summon them to drink;
Crackling with fever, they essay,
I turn my brimming eyes away,
And come next hour to look.
The hands still hug the tardy glass.
The lips I w’d have cooled, alas
Are so superfluous cold
I w’d as soon attempt to warm
The bosoms where the frost has lain
Ages beneath the mould.
Some other thirsty there may be
To whom this w’d have pointed me
Had it remained to speak.
And so I always bear the cup
If, haply, mine may be the drop
Some pilgrim thirst to slake.
If, haply, any say to me
“Unto the little, unto me,”
When I at last awake.


Porto un vino inconsueto
A labbra da tempo inaridite
Vicine alle mie,
E le incito a bere;
Crepitanti dalla febbre, tentano,
Io distolgo i miei occhi traboccanti,
E torno dopo un’ora a controllare.
Le mani stringono ancora il tardivo bicchiere
Le labbra che avrei voluto rinfrescare, ahimè
Sono così esageratamente fredde
Farei prima a tentare di scaldare
Petti dove il gelo si è insediato
Da secoli sottoterra.
Alcuni altri assetati potrebbero esserci
Ai quali costui mi avrebbe indirizzato
Gli fosse rimasta la parola.
E così porto sempre la coppa
Se, per caso, mia potesse essere la goccia
Che spegne la sete di qualche pellegrino.
Se, per caso, qualcuno mi dicesse
“All’umile, a me”,
Quando alla fine mi risveglierò.



Emily Dickinson – I bring an unaccustomed wine/Porto un vino inconsueto

Nella foto: vino corposo, ben strutturato, caldo, avvolgente, dai sentori speziati, di prugne e ciliegie, il Nero di Troia è originario della Puglia in cui sarebbe giunto, stando alla leggenda, dalla Grecia grazie al mitologico Diomede. Oggi è stato compagno impeccabile durante un gustoso pranzo, mentre fuori imperversavano neve e pioggia.