Consigli per gli acquisti

Tra questi otto titoli, consiglio la lettura di Il Grande Libro della Morte.
Ines Testoni è psicologa e psicoterapeuta, insegna Psicologia sociale all’Università di Padova dove dirige anche il master Death Studies & the End of Life. Questo Il grande libro della morte. Miti e riti dalla preistoria ai cyborg, è una buona lettura che traccia la morte e ciò che la circonda, ricamando tutto l’intreccio attorno a rituali e credenze nelle varie epoche e società. L’autrice si sofferma sia su alcuni riti che sull’impatto di questi, da un punto di vista antropologico sociale ma, soprattutto, psicologico. Ammetto che in alcuni passaggi il suo filosofeggiare può essere un po’ pesante, anche un tantino inutile, può apparire una prosopopea tanto per, ma nel complesso resta una lettura che consiglio, un punto di partenza per saperne di più su una delle più grandi incognite e paure della nostra specie.

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Mentre fuori piove…

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Piove. Ha piovuto poco tra ieri tarda serata e questa mattina presto, poi un po’ di tramontana, il sole, temperature in rialzo… e nel giro di mezz’ora, nel tardo pomeriggio, ecco l’arrivo di una seconda perturbazione che ha portato pioggia intensa, a tratti anche molto intensa. Così ho acceso la stufa nel cui fornetto ho messo a cuocere salmone e verdure.

Attendendo e cenando poi, ho ascoltato nuove puntate del podcast DOI – Denominazione Origine Inventata. Lo si può ascoltare su varie piattaforme, tra cui Spotify, Italia-Podcast, Amazon Music, Apple Podcast, Google Podcast.
Nato dall’omonimo libro, parla di cibo, ricette e la loro storia. Perché anche in un piatto di carbonara c’è Storia…


La carbonara è una ricetta americana, i tortellini bolognesi avevano il ripieno di pollo, il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele. E ancora, fino alla metà del secolo scorso la maggior parte degli italiani non conosceva la pizza e in Sicilia il consumo di riso era pari a zero, con buona pace della disputa tra arancini e arancine. Insomma: i nostri prodotti tipici sono buonissimi, ma la loro storia è una bugia, raccontata più o meno a partire dagli anni ‘70. La ricerca storica quasi sempre smentisce le origini arcaiche delle nostre specialità culinarie, facendoci scoprire che molte ricette cui attribuiamo radici antichissime…sono in realtà invenzioni recenti. Con “DOI – Denominazione di origine inventata”, Alberto Grandi, professore di “Storia dell’alimentazione” e presidente del corso di laurea in “Economia e management” all’Università di Parma, e Daniele Soffiati, autore di libri dedicati al cinema e alla tv, vi aiuteranno a separare la verità dalle narrazioni pubblicitarie, ripercorrendo la vera storia della cucina italiana. Una produzione di Gabriele Beretta per OnePodcast

descrizione presa da QUI

Autore del libro è Alberto Grandi, mantovano classe 1967, presidente del corso di laurea in Economia e management all’Università di Parma, che tra i creduloni ed i vari consorzi ha creato un bel po’ di prurigine:

Mi indichi un piatto di sicuro italiano.
«È dura. Mi hanno crocifisso per aver scritto che le pizzerie nacquero in America, eppure fu là che si cominciò a mangiare la pizza stando seduti. Nel nostro Sud era un cibo di strada. Bravo il napoletano Raffaele Esposito a inventarsi nel 1889 d’aver ideato la Margherita in onore della regina d’Italia, giunta a Capodimonte con Umberto I. Negli Usa era un cibo per disperati, vivamente sconsigliato dai medici, al pari dei maccheroni».
Ma lei attribuisce agli yankee persino il Parmigiano, si rende conto?
«No, io dico che piaceva già a Boccaccio e che Napoleone mandò Gaspard Monge a Parma, affinché indagasse su un formaggio che si conservava bene. Solo che in questa città non c’erano le vacche da latte, per cui fu mandato a Lodi, da dove inviò all’imperatore un rapporto sul “fromage Lodezan dit aussi Parmezan”. C’è un buco di 150 anni, dal 1700 al 1850, nella storia di questo eccelso prodotto. Oggi si fa un gran parlare del parmigiano contraffatto, però fu alla fine del XIX secolo che comparve nel Wisconsin il tanto deprecato Parmesan, in forme di circa 20 chili e con la crosta nera. Chi lo produceva? Qualche casaro italiano emigrato là. Ne cito uno solo: Magnani. Un cognome molto diffuso fra Parma e Mantova. Soltanto nel 1938 spunta il primo consorzio di tutela del Parmigiano reggiano».

Intervista del Corriere -> QUI

Il libro è stato pubblicato da Mondadori nel gennaio 2018 e tra successi e lamentele ha avuto un enorme successo, tale da dar vita al podcast che ne è una interessantissima ed istruttiva costola.

Gli italiani hanno sempre la bocca fin troppo piena quando parlano della cucina italiana, ma raramente ne conoscono la Storia. Quella VERA.

Me, myself and… Books #18 PREMIO BANCARELLA CUCINA

Costruito tra il 1742 ed il 1749 su commissione della ricca famiglia dei Marchesi Dosi, già proprietari della omonima Villa nata a cavallo tra 1600 e 1700 e sita poco fuori l’abitato principale, il Palazzo Dosi, sito a Pontremoli, dal 1931 ossia dopo l’acquisizione Dosi Magnavacca, ha ospitato l’edizione 2022 del Premio Bancarella della Cucina.

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Rimandato di una settimana per vari problemi, il Premio ha festeggiato il suo diciassettesimo compleanno. È la più giovane delle sottocategorie dell’originale che nacque nel 1953 per volere dei librai locali discendenti di quei librai ambulanti che, tomi in spalla, giravano tra paesi e valli.
Quest’anno la sestina finale vedeva:
Come riconoscere i vini di Jacopo Mazzeo (Newton Compton)
Il sapore dei sogni di Alessandro Morelli (Tarka)
Menu risorgimento di Collettivo Cougnet (Linkiesta)
Confesso che ho mangiato di Davide Paolini (Giunti)
Guadagnarsi il pane di Luca Clerici (Luni editrice)
Custodi del vino di Laura Donadoni (Slowfood)
Alla presentazione erano assenti Clerici e Mazzeo, gli altri invece hanno avuto modo di rispondere a qualche domanda del presentatore in attesa dell’estrazione che ha decretato il titolo scelto dalla giuria votante.

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Tutti e sei i titoli in finale sono interessanti; ognuno con stile e modi differenti, raccontano viaggi e mete dell’uomo e del cibo e in due casi del vino. Il viaggio di Laura Donadoni consta di più di dodicimila chilometri attraverso l’Italia, alla ricerca e scoperta di coloro che vivono di e per il vino. Luca Clerici viaggia tra importanti nomi della letteratura ed il loro rapporto con la tavola. Davide Paolini viaggia invece con ricordi culinari, impossibilitato al viaggio fisico a causa della pandemia che ci ha congelati per un paio d’anni. Il Collettivo Cougnet viaggia nel tempo, portando il lettore nel 1911 al pranzo organizzato per i festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Lo chef Alessandro Morelli viaggia nelle sue memorie, raccontando di cosa sia essere cuoco di professione, cosa ben lontana da tutti quei programmi acchiappa-popolo che impazzano sul piccolo schermo. È del mondo del vino, del lungo, appassionato, delicato, intrigante viaggio dell’uva fino al bicchiere, che parla Jacopo Mazzeo.
Ascoltando gli autori parlare della loro opera, sono rimasta subito intrigata da Menù Risorgimento, Custodi del Vino e ovviamente Confesso che ho mangiato; di quest’ultimo già conoscevo l’autore dato che lo seguo da tempo e che ho adorato il programma che per molti anni ha avuto su Radio24, Il Gastronauta.

Il primo acquisto l’ho realizzato in sito; alla classica bancarella presente con i titoli in lizza mi sono fermata per prendere Confesso che ho mangiato, subito fatto autografare dall’autore. Gli altri, a seguire…
Nonostante Morelli mi sia piaciuto, non avrei votato nell’ordine risultato vincente. Al primo posto avrei messo Menù Risorgimento, seguito da Confesso che ho mangiato, Custodi del vino, Come riconoscere il vino, Guadagnarsi il pane ed infine Il sapore dei sogni. Ovviamente è solo la prima opinione, quella avuta ascoltando gli autori e leggendo articoli riguardanti i titoli. Riformulerò dopo lettura.

Sigeric, la cooperativa che fornisce servizi turistici, ha numerosi eventi e pacchetti ideali per qualsiasi tipo di turismo; dalle escursioni a piedi o in bicicletta, a visite a castelli e luoghi storici, questa giovane impresa sta dando nuovo lustro alla visibilità della bellissima Lunigiana, regione storica incastonata tra Emilia e Liguria fino alla foce del fiume Magra.

Una vita come… una serie TV!

Il 3 Aprile 2016 sugli schermi britannici, grazie alla rete ITV, andò in onda il primo episodio della serie The Durrells. Il 3 Aprile 2020 sull’italiana La EFFE, appartenente al gruppo Feltrinelli, è andato in onda l’episodio finale, il così detto series finale. In tutto ventisei, suddivisi in quattro stagioni. È una serie che ho visto con piacere, apprezzando soprattutto i personaggi e la fotografia, un’ambientazione stupenda!, trovando puntate più fiacche ed altre più divertenti, sottotrame più interessanti ed altre un po’ noiose. La serie è basata sui tre libri che compongono The Corfu Trilogy, scritta da Gerald Durrell (di cui ho fatto cenno qui) e riguardante i quattro anni (1935-1939) che la sua famiglia trascorse nell’isola greca. Nel 1935, Louisa Durrell, vedova con problemi finanziari, porta i suoi quattro figli a vivere a Corfù, lasciandosi alle spalle la grigia Inghilterra per abbracciare il sole della Grecia.

Uno dei personaggi che più mi ha incuriosita è Lawrence, il fratello maggiore.

A dargli volto nella serie TV è stato il giovane attore trentenne, ovviamente inglese, Josh O’Connor.

L’attore non lo conoscevo, l’autore invece solo per nome, correlato al fratello naturalista/zoologo/scrittore Gerald.

Lawrence, soprannominato Larry, colto, ironico, intellettuale, è la spalla di Louisa. Non solo il figlio maggiore, ma il confidente, supporto fondamentale di una vita problematica e zoppicante. Nato nel febbraio 1912 nel Punjab, da genitori facenti parte dei numerosi coloni, all’età di undici anni viene spedito in Inghilterra per proseguire gli studi ma non si dimostra uno studente modello, giungendo a fallire gli esami per l’ammissione universitaria. Autodidatta, iniziò ben presto a scrivere poesie e la prima raccolta, Quaint Fragments, gli venne pubblicata nel 1931 all’età di diciannove anni. Nel 1928 il padre morì a causa di una emorragia cerebrale e tutta la famiglia Durrell fece ritorno in Inghilterra. L’anno della svolta fu il 1935: a gennaio sposò Nancy Myers, a marzo convinse madre e moglie e resto della famiglia ad andare in Grecia e successivamente si imbatté in Tropico del Cancro, titolo autobiografico di debutto di Henry Miller. Lawrence, entusiasta della lettura, gli scrisse e fu l’inizio di una profonda e prolifica amicizia di una vita.

Ancora nel 1935 gli viene pubblicato il primo romanzo, d’ispirazione in parte autobiografica, Pied piper of lovers.

Nell’estate del 1937, Larry e Nancy si recarono a Parigi. Qui iniziarono una profonda collaborazione con Henry Miller, Anaïs Nin e Alfred Perles. Un legame, il loro, che aveva radici nel loro essere intellettuali contro e che li portò a sostenersi nei rispettivi lavori che nacquero e si evolsero durante questo periodo e che vennero collegati sotto l’etichetta The Villa Seurat Series. Larry stava già lavorando da qualche tempo al nuovo materiale e l’influenza degli altri scrittori ed in particolare di Henry Miller, gli fecero produrre The Black Book che per i forti contenuti erotici incontrò numerosi problemi di pubblicazione. Fu la Obelisk Press, lingua inglese ma sede a Parigi, che pubblicò il romanzo nel 1938. The Black Book vide la sua prima pubblicazione statunitense nel 1960, mentre per quella in suolo britannico dovette attendere il 1973. Sulle pagine del The Observer, l’articolo che ne parlava diceva this is a wild, passionate, brilliantly gaudy and flamboyant extravaganza. Flamboyant extravaganza! Al solo pronunciarle, queste due parole danno un senso di ricchezza, stilosità, eccentricità, che fanno venire voglia di leggerlo anche perché, il protagonista, ha nome Lawrence Lucifer…

Nel 1939 scoppia la Seconda Guerra Mondiale. Louisa e gli altri tre figli fanno ritorno in Inghilterra, Lawrence e Nancy invece decidono di restare a Corfù dove l’anno successivo nacque la loro unica figlia, Penelope. Il 6 aprile 1941, alle ore sei del mattino, la 12ª armata tedesca superò le frontiere della Bulgaria e della Jugoslavia per dare inizio all’invasione della Grecia. Larry, Nancy e Penelope erano fuggiti passando da Creta per approdare poi ad Alessandria d’Egitto. Il loro legame già in difficoltà subì un tracollo, nel 1942 si separarono e successivamente Nancy e Penelope si trasferirono a Gerusalemme. Durante il periodo della guerra, Larry prestò servizio come addetto stampa presso le ambasciate britanniche, inizialmente al Cairo e poi ad Alessandria. E proprio ad Alessandria incontrò l’ebrea alessandrina Eve Cohen che gli ispirò il personaggio di Justine, appartenente al suo più noto lavoro: The Alexandria Quartet.

tutte le immagini provengono da Google

Continua…

Me, myself and… Books #17

Per una questione ambientale ho ridotto drasticamente l’acquisto di libri cartacei, riservandomi lo sfizio solo su precisi titoli e autori. In fondo, per me, un libro È nel suo contenuto ed in ciò che mi trasmette, la copertina, seppur bella, è irrilevante e sniffare l’odore della carta sarà anche evocativo, ma è l’argomento narrato che approfondisce ed eleva e non certo averlo lì a prender polvere su una mensola. Certamente, in Italia si legge molto poco e tra i lettori la percentuale di chi legge non più di un libro al mese è altissima, ma poiché io non rientro in questa statistica e cerco di impegnarmi per quel che posso nel ridurre la mia impronta carbonica individuale, il 90/95% dei miei acquisti libreschi è in digitale e audio. Spesso, parlando di audiolibri, mi sento dire che mi addormento o non mi concentro o che noia, ma quella orale è la più antica forma per tramandare storie e conoscenza appartenente alla nostra specie, quindi il problema sta tutto nella nostra testa…
Nel suo Come Un Romanzo, lo scrittore francese Daniel Pennac, istituisce i dieci diritti del lettore.
– Il diritto di non leggere
– Il diritto di saltare le pagine
– Il diritto di non finire il libro
– Il diritto di rileggere
– Il diritto di leggere qualsiasi cosa
– Il diritto al bovarismo
– Il diritto di leggere ovunque
– Il diritto di spizzicare
– Il diritto di leggere ad alta voce
– Il diritto di tacere
Direi che ad oggi, il saggio uscì in versione originale nell’ormai lontano 1992, possiamo aggiungere un 11) Il diritto di leggere in qualsiasi formato! Ed anche il diritto di approfittare delle moltissime promozioni estive. Io l’ho fatto, concedendomi per quest’anno la quota di cartacei comprati. In realtà la quota è stata un po’ oltrepassata, ma le offerte trovate erano troppo invitanti e vorrà dire che di cartacei sarò a posto per almeno un anno e più!

Ho pensato di consigliare uno o due titoli per le offerte che trovo più ghiotte e di cui io stessa ho approfittato. Non scriverò quindi vere opinioni di libri, ma piuttosto un piccolo suggerimento nel caso qualcuno volesse concedersi un acquisto libresco.
Neri Pozza, dal 5 Luglio al 4 Agosto, parte con Sconti all’orizzonte; tutti i libri del catalogo, escluse le novità degli ultimi sei mesi, hanno uno sconto del 20 % sul prezzo di copertina. Due titoli di cui mi sento di dare lo spunto sono La sesta estinzione. Una storia innaturale di Elizabeth Kolbert e Sul lettino di Freud di Irvin D. Yalom. Elizabeth Kolbert, giornalista classe 1961, ha vinto il Pulitzer proprio con questo titolo dove racconta, con stile comprensibile e arguto, il suo viaggio alla ricerca di risposte e prove all’impatto della nostra specie sul pianeta, sulle altre specie e soprattutto sull’infausto destino che ci siamo auto-costruiti. Irvin David Yalom, classe 1931, psichiatra di scuola esistenzialista e docente presso la Stanford University, in questo titolo usa personaggi fittizi per sbrogliare ciò che accade sul lettino del terapeuta, ciò che si viene a stabilire tra paziente e psicologo/psichiatra ed anche per parlare un po’ della storia della psicoterapia.
Adelphi, oltre a mettere in sconto una lunga lista di libri, regala delle borse in tessuto. Qui ammetto di aver ceduto ad un corposo acquisto, ma Adelphi è una delle mie CE preferite e la scelta è stata assai ardua! Scegliere solo due titoli è davvero, davvero difficile! Némirovsky, Simenon, Sacks, Feynmam, Nabokov, Groucho, Fermor, Quammen, Calasso, Borges, i fratelli Singer, Arbasino, Bennett, Gadda, Sam Kean, Chatwin, Gogol’, Zweig, Colette, Sciascia… troppi! Cercando di restringere il campo a solo due titoli, suggerisco La vita immortale di Henrietta Lacks di Rebecca Skloot e La mia famiglia e altri animali di Gerald Durrell. Quest’ultimo è stato un noto naturalista e zoologo che scrisse sia saggi che romanzi; La mia famiglia e altri animali è il primo titolo della cosiddetta trilogia di Corfù, dove la famiglia Durrell visse tra il 1935 ed il 1939. Con ironia e leggerezza, l’autore parla della madre e dei fratelli in quel periodo greco e della sua sempre più crescente passione per gli animali. La vita immortale di Henrietta Lacks è il racconto di una storia vera e di tutto ciò che ad essa ruota attorno; nel 1951 a Baltimora, Maryland, una giovane donna muore a causa di un tumore alla cervice uterina. Come da comune prassi in quei tempi, dei campioni cellulari vengono prelevati. Potrebbe essere una storia come tante, ma così non è. Le cellule di Henrietta sopravvivono e vengono definite, per alcune specifiche, immortali. L’inizio di una incredibile evoluzione per la ricerca medica, ma al contempo una successione di drammatici eventi per i cinque figli ed il marito che restano orfani e vedovo così prematuramente (queste righe sono parte della opinione che all’epoca scrissi su GoodReads).
Ogni mese Newton Compton mette in offerta degli eBook; per questo luglio ci sono, interessanti,
I magnifici 7 capolavori della letteratura russa, tra gli autori c’è Puškin il padre della letteratura russa; Tutte le fiabe dei fratelli Grimm; Dostoevkij con QUATTRO romanzi, tra cui lo splendido Le Notti Bianche e l’onirico Il sogno di un uomo ridicolo; I magnifici 7 capolavori della letteratura tedesca, con, tra gli altri, Stephen Zweig la cui prosa è pura delizia forbita e Robert Musil, qui al suo esordio letterario.
Il Saggiatore, fino a fine scorte, per l’offerta Un libro bianco vale doppio, dà venti titoli in promozione prendi due paghi uno. L’accoppiata che consiglierei è composta da Il cosmo della mente (dall’infinitamente piccolo all’inspiegabilmente grande, la storia dell’universo e di tutto ciò che esso contiene, Homo Sapiens compreso) e Breve storia dell’ubriachezza, perché l’alcol è onnipresente nella nostra storia, sia essa reale o finzione. In realtà ne avrei mille altri di titolo da evidenziare, ma direi che per il momento basta. Buoni, eventuali, acquisti e soprattutto buone letture!

Meglio tardi… o forse no?

Una delle accoppiate che preferisco è quella di libro + film o serie. Va da sé che nel 99% dei casi il libro è nettamente superiore, tuttavia sono capitate occasioni in cui la versione cinematografica o televisiva era più che apprezzabile. Questo articolo (WordPress stesso li chiama articoli, a me proprio non piace definirli tali… e vabbè…) non tratta né dell’uno né dell’altro caso, dato che il collegamento tra libro e film è solo nel soggetto narrato e non nelle intenzioni dei relativi autori. Ed è anche un po’ datato, poiché libro e film risalgono al 2018, ben quattro anni fa. Meglio tardi che mai…
Partiamo dal libriccino.
Edito da Giulio Perrone per la collana che ne ha visti molti altri di simili titoli (nella città X con l’autore Y), questo A Parigi con Colette vuol essere una sorta di guida nella città di colei che ne è stata regina indiscussa; l’autore, il giovane e capace Angelo Molica Franco, prende per mano il lettore e facendolo piroettare tra angoli noti, famosi café, personaggi illustri, momenti che hanno fatto la storia della Ville Lumière, tinteggia la vita della iconica e leggendaria trasformista che fu anima e cuore di una città che pareva esser stata realizzata affinché Colette potesse Essere. Fin dai primi passi del suo ingresso a Parigi e fino all’ultimo respiro, Colette, al secolo Sidonie-Gabrielle Colette, tramutò sé stessa reiventandosi e riuscendo sempre lei che, donna libera da ogni termine, affamata di vita e trasgressione, non apprezzava le suffragette della sua epoca e amava uomini e donne in egual misura. Colette, mito parigino e francese, seconda donna ad ottenere i funerali di stato, icona della Belle Époque, fuori dai suoi confini conosciuta forse molto meno di ciò che meriterebbe. Il libriccino in questione, poco più di centodieci pagine, si legge scorrevolmente, è fonte di molte informazioni, lascia trasparire una vera conoscenza dell’autore non solo di Colette ma soprattutto di quello che fu il suo habitat, ma a me personalmente ha lasciato una sensazione di non perfettamente centrato. Forse la brevità del testo? Un argomento così ricco e profondo tagliato via in poco spazio? Non lo so… tuttavia, se non lo avete ancora letto e riuscite a recuperarlo beh, ve ne consiglio la lettura.

Lettura che ho affrontato in compagnia di una bella fetta del latte in piedi qui fotografato assieme al libriccino. Il latte in piedi è una delle ricette tramandate dalla nonna materna; di provenienza contadina e quindi povera, può essere definito un dolce al cucchiaio parente di crème caramel e simili ed è composto semplicemente da uova, zucchero e latte. Io lo preparo come faceva mia nonna, frullando pian piano uova e zucchero, portando a bollore il latte con vaniglia (o vanillina) e scorza di limone (o arancia) e, una volta intiepidito, aggiungendolo a filo al composto di uova. Ad onor del vero non uso saccarosio ma eritritolo, quindi non potendo preparare il caramello nello stampo in cui poi dovrà cuocere il budino, sostituisco il caramello con un scaglie di cioccolato fondente al momento di servire. La cottura del latte in piedi avviene rigorosamente a bagnomaria, in modo da preservare la giusta umidità del dolce (170º per una cinquantina di minuti circa); va lasciato intiepidire bene prima di sformarlo sul piatto e farlo riposare in frigo prima di consumarlo.
Bon appétit, come avrebbe detto Colette…

Dopo la piccola parentesi culinaria, un piccolo sfizio ci sta sempre bene, termino questo articolo (…) tornando a Colette.
A Parigi con Colette uscì in libreria ad inizio 2018. Sul finire dello stesso anno nelle sale cinematografiche, per la regia di Wash Westmoreland e con Keira Knightley e Dominic West nei panni di Colette e del dispotico marito Henry Gauthier-Villars, uscì Colette, dramma biografico avente l’intenzione di raccontare alle nuove generazioni le vicende di una delle più controverse, famose, eccentriche figure francesi. A mio avviso tentativo fallito. La storia raccontata è tagliata, mal interpretata, pessimamente filtrata attraverso cliché e stereotipi dei più qualunquisti. La Colette di Keira Knightley appare semplicemente come una donna snob soffocata da un marito padrone che, alla fine, riesce a vivere la storia d’amore con la sua amante rivendicando il possesso intellettuale dei libri della serie Claudine, che Villars aveva spacciato per propri. Bon. Fine. Il termine semplicemente calza a pennello, perché questa pare una delle migliaia di storielle riprese da filmetti e romanzetti ormai tutti uguali e tutti ugualmente insulsi. La storia di Colette è più profonda, più estrema, più contorta, più articolata rispetto a quella cosetta monotona presentata da Westmoreland. I co-protagonisti sono affascinanti e complessi tanto quanto la stessa Colette, la quale non lotta di certo per qualche scena di sesso saffico… La camaleontica Colette fu scrittrice, giornalista, autrice e attrice teatrale, imprenditrice (aprirà anche dei saloni di bellezza); Grand’Ufficiale della Legion d’onore, stimata da nomi quali Proust e Ravel (che ne musicò un’opera), Capote, Anatole France, volle una giovanissima Audrey Hepburn come interprete della versione teatrale del suo romanzo Gigi (Vincente Minnelli, alcuni anni più tardi, ne fece una versione cinematografica con protagonista Leslie Caron). Ma già queste parole non descrivono minimamente la complessità di una donna che non avrebbe mai voluto accostare il proprio nome a quelle suffragette moderne intrise di benaltristico qualunquismo. Colette era amorale e libertaria, divoratrice di vita, instancabile reinventrice di sé stessa, complessa e controversa, tutto il contrario del noioso stereotipo interpretato da Keira Knightley e portato sugli schermi da Westmoreland. Do un buon voto per i costumi e la fotografia, ma resto sdegnata da questo ennesimo scempio moderno della vita di icone che non sono state evidentemente comprese…

Me, myself and… Books #16

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Un pomeriggio in cui il caldo è meno opprimente, i colori della Echinopsis sbocciati in tutta la loro vividezza ed ecco che la terrazza diventa il luogo perfetto per una tazzina di buon caffè e l’audiolettura di un racconto di Cesare Pavese.

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Poeta, traduttore, scrittore, nato in un piccolo comune piemontese nel 1908, Pavese termina nel febbraio 1932, ventiquattrenne, la stesura dei dieci racconti che danno vita al ciclo raccolta Ciau Masino. Ambientati in quello che era il suo proprio habitat, il Po e le Langhe, i dieci scritti narrano le vite di due quasi omonimi dai destini opposti; il giornalista Tommaso Ferrero, detto Masino, ed il meccanico Giantommaso Dalmastro soprannominato Masin. Storie semplici, crude, profonde, scapestrate, quasi filosofiche. Storie dove il dialetto locale non è solo un modo di comunicare, ma diventa stretta caratteristica di un mondo unico e sé stante, dove assume le forme di note musicali, dove i due Masino arrivano a rappresentare anche valori estremi dell’autore stesso. Un po’ autobiografia, un po’ Langhe blues, un po’ scritto sperimentale, Ciau Masino, i cui racconti sono intervallati da una poesia che unisce e consegna, furono riposti in un cassetto e pubblicati soltanto postumi nel 1968 da Einaudi, nel volume dei Racconti (che potete trovare QUI).

Echinopsis è un Genere di Succulenta della Famiglia delle Cactaceae, volgarmente famiglia dei cactus, descritta inizialmente nel 1837 dal botanico tedesco Joseph Gerhard Zuccarini, che conta un altissimo numero di specie diverse provenienti dal Sud America. Il nome Echinopsis ha origine greca; ἐχῖνος, echînos, riccio/riccio di mare e ὄψις, ópsis, aspetto, quindi una pianta somigliante al riccio.

Lascio i link dove poter trovare liberi alcuni racconti della raccolta Ciau Masino; i primi due sono di Masino, i successivi due di Masin.
Il Blues delle Cicche
L’acqua del Po
Congedato
I cantastorie

Me, myself and… Books #15

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Uno dei titoli in lettura in questi giorni è Italiani per forza. Le leggende contro l’unità d’Italia che è ora di sfatare. Pubblicato nel marzo di quest’anno (per festeggiare i centosessant’anni dell’unità) da Solferino, disponibile sia in versione eBook che cartacea, è frutto della penna di Dino Messina. Giornalista del Corriere della Sera, Messina si è impegnato per più di un anno (diciotto mesi, a detta sua…), in ricerche molto approfondite al fine di cercare chiarezza su molti punti storici che a causa dei social (sempre loro…) sono divenuti perno di disinformazione e fake (termine moderno per indicare le sempre esistite notizie fasulle, che circolano in mezzo a noi dalla notte dei tempi…). Partendo dal mettere in chiaro che, nella maggioranza, il Sud desiderava una indipendenza che ha trovato ampia partecipazione alla conquista del Nord, quindi nessuna imposizione. Il Regno borbonico stava implodendo, flagellato da diverse problematiche ed un governante che rifiutava un ammodernamento necessario e giusto. La partecipazione di briganti e camorristi ed i casi Pontelandolfo e Fenestrelle vengono chiariti punto per punto, riportando dati chiari con testimonianze che Messina è andato personalmente a cercare, spiegando al lettore tutti i dove, i come ed i perché e aggiungendo una corposa bibliografia. L’intenso impegno e lavoro giornalistico sono evidenti pagina dopo pagina, fatte, queste, in uno stile scorrevole, che arriva facilmente al cuore della questione ma che, al contempo, sa informare in modo esaustivo.
Italiani per forza, è sicuramente un titolo da leggere in questo centosessantesimo compleanno. Un titolo che può fungere da porta verso un approfondimento ulteriore, più tecnico e più settoriale poiché i campi in gioco sono stati moltissimi ed il tumultuoso periodo pre, durante e dopo le vicende garibaldine è talmente vasto che non può ridursi ad un unico volume, seppur scritto con fluente capacità. Con Italiani per forza, il giornalista Dino Messina porta il lettore a capire quale sia il giusto metodo d’indagine per ottenere quella verità che è ben testimoniata e che, al contrario delle fake news, sottolinea quanto sia stato fatto per una unità di cui purtroppo si sta perdendo il senso.

Dino Messina era presente sabato nel tardo pomeriggio, alla Festa del Libro di Montereggio. Borgo medievale abbarbicato su un versante montano, circondato da castagneti e torrenti, le cui prime testimonianze si possono ritrovare in documenti datati tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, Montereggio vede fissi una cinquantina scarsi di abitanti e due chiese principali, una dedicata a Sant’Apollinare. È a Montereggio, uno dei tanti borghi da cui partivano i librai viandanti, che nel 1952 nacque il Premio Bancarella. A luglio, in questo piccolo e delizioso borgo, si è tenuto il festival del fumetto denominato Nuvole a Montereggio.

Me, myself and… Books #14

Oggi piove.
Una pioggia fine e intensa che ha rinfrescato parecchio l’aria. Finalmente!

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E mentre fuori continua a piovere, ho messo a cuocere la marmellata con i mirtilli comprati a Cerreto venerdì scorso ed ho finito l’ennesimo libro in lettura.

Di nuovo, un audiolibro.
I 🧡🤎🧡 AUDIOBOOKS‼️

Bill Bryson, nato in Iowa nel 1951, durante i primi anni universitari decise di prendersi una vacanza per girare in Europa. Torna, scrive un libretto sulle sue avventure, riparte (in compagnia del mitico Katz), trova lavoro in un ospedale psichiatrico dove incontra l’infermiera Cynthia che diverrà sua moglie, poi torna in USA assieme a lei per finire definitivamente gli studi universitari e poi, di nuovo, in Gran Bretagna. Trova lavoro come giornalista, insieme a moglie e figli cambia spesso città di residenza, poi torna per qualche anno nel New Hampshire e poi, forse definitivamente forse fino al prossimo prurito, eccolo sbarcare nuovamente in UK. Giornalista per diverse testate, scrittore di testi di saggistica, molto attivo nel campo della comunicazione e della conservazione del territorio, riceve molte lauree ad honorem e nel 2013 viene eletto, primo non britannico nella sua storia, Honorary Fellow della Royal Society. Possiede doppia cittadinanza, USA/UK. Dopo aver viaggiato e scritto quasi una ventina di libri, Bryson, nel 2020, annuncia di ritirarsi dalla scrittura.

Pubblicato in USA nel 1998 e in Italia con Guanda nel 2000, Una passeggiata nei boschi (A Walk in the Woods: Rediscovering America on the Appalachian Trail) racconta di quando Bryson, all’epoca residente nel New Hampshire, decise di percorrere il sentiero escursionistico Appalachian Trail insieme all’amico Katz (pseudonimo di Matt Angerer). Chilometro dopo chilometro, Bryson e Katz si imbattono in tipi eccentrici, luoghi sperduti, veri tuguri ma anche persone gentili e altruiste. Immersi nel verde e nella natura, si rendono conto di quanto su tutto imperi il guadagno economico, il turismo di massa, il pressappochismo. Qualcuno che ama ancora il Camminare, il vivere a contatto con la natura, lo sfidare sé stessi ad una sorta di ritorno alle origini dimenticando, almeno per un po’ di tempo, progresso e modernità, ancora si trova ma è sempre più una minoranza ed anche se rincuora, il toccare con mano quanto danno la nostra specie abbia inflitto alle altre e all’ambiente fa male, dà molto da riflettere. Con la sua solita verve, l’ironia a tratti pungente ma mai noiosa, con il suo saper divulgare non tediando ma anzi portando attenzione su temi importanti, Bryson ci regala l’ennesimo suo libro di viaggio, viaggio fisico e metafisico che muove il corpo e stuzzica la mente.

Me, myself and… Books #13

Qualche giorno fa ho raccolto della menta, che, assieme ad altri ingredienti e grazie al mortaio, è diventata un pesto fresco consumato durante il pranzo, il quale ha avuto come accompagnamento i capitoli finali di Viva il Latino di Nicola Gardini.

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Pubblicato nel maggio 2016 ed edito da Garzanti, Viva il latino nasce dalla penna di Nicola Gardini, molisano naturalizzato milanese, classe 1965, attualmente professore all’Università di Oxford, con alle spalle studi tra nuovo e vecchio mondo, latinista e scrittore e poeta e pittore…
Il latino, lingua italica d’antica origine indoeuropea, per Gardini è una passione che nasce da bambino e che tutt’ora arde e questo innamoramento traspare parola dopo parola, capitolo dopo capitolo. L’autore parla del suo incontro con il latino, del suo coinvolgimento, dei suoi studi. Parla con fervore dell’importanza che il latino ha avuto, ed ancora HA, nella storia italica e mondiale, la Bellezza ch’esso ha portato, che ha testimoniato nel corso dei secoli attraverso opere, proclami, poemi.


Viva il latino è un titolo presente in formato cartaceo, eBook e audio e proprio quest’ultimo, grazie ad Audible, ho ascoltato tramite la voce dell’autore stesso. E la voce ha dato maggior enfasi al profondo amore e rispetto che Gardini nutre per il latino. È stato come presenziare ad una lezione durante la quale l’insegnante inebria gli alunni con la passione per la Conoscenza, portata in essere tramite un’antica lingua non più parlata ma ancora pulsante. Viva il latino è una dichiarazione d’amore, un’ode moderna ad una complessa amante, che può essere apprezzata da chi ha studiato il latino ma anche da chi, purtroppo, non ha avuto questo privilegio coltivando tuttavia, nel proprio piccolo orticello, la gioia e la curiosità per il Sapere, per la Storia.
Tutto ha una storia, le parole per descriverla in primis ed il latino È parte fondamentale della storia delle parole. E della storia in sé.

Voce e saggio di Gardini, hanno fatto da sfondo ad un piatto di tartare di salmone, avocado, riso nerone, il tutto condito con il pesto alla menta di cui ho accennato ad inizio articolo. Il riso nero è originario della Cina e il nerone, integrale dal gusto aromatico e dalla lunga bollitura (circa quaranta minuti), è una varietà italiana che si differenzia dal Venere per grandezza del chicco. La varietà nerone viene coltivata nella Pianura Padana, nelle province di Novara e Vercelli. Poiché ha un indice glicemico molto più basso rispetto al classico riso bianco, può essere consumato da coloro che soffrono di diabete ed iperglicemia (in quantità controllate, ovviamente).