Me, myself and… Books #11

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Concordo poco con la scelta del titolo italiano, in originale The Reluctant Mr. Darwin: An Intimate Portrait of Charles Darwin and the Making of His Theory of Evolution. Ecco, queste parole che compongono il titolo dicono chiaramente di cosa tratta il libro. Una breve biografia del padre dell’evoluzione tramite selezione naturale, un racconto del lungo periodo di gestazione e del perché tale periodo fu così lungo. Charles Darwin iniziò l’estenuante processo mentale che lo porterà alla più grande rivoluzione nel campo delle scienze della vita, durante il lungo viaggio a bordo del brigantino Beagle. Dal suo rientro in quel di Falmouth in Cornovaglia (2 Ottobre 1836) al giorno della pubblicazione di On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life (24 novembre 1859), trascorsero parecchi anni. Parecchi. Tramite questo volumetto pubblicato nel 2006, David Quammen ci parla dell’incubazione della teoria della trasmutazione (termine che Darwin preferiva ad evoluzione), dei mille e continui dubbi del suo autore, dei conflitti personali e dei drammi famigliari. The Reluctant Mr. Darwin è il ritratto chiaro ed esaustivo di un uomo complicato, pieno di domande e sempre alla ricerca del come e del perché. Un uomo allergico alla fama, alla socialità, alle manifestazioni in suo onore, che prediligeva lo studio continuo ed incessante sulla Vita. Trovo perfetto questo titolo come antipasto, da godere grazie alla sportiva e frizzante capacità divulgativa di Quammen, da leggere come introduzioni alla immensa bibliografia riguardante Charles Darwin.




In questa foto, The Reluctant Mr. Darwin è accompagnato da una delle mie colazioni preferite: oats pancake, fiocchi d’avena integrali, albume, latte vaccino, eritritolo (non uso saccarosio), lievito di birra fresco; una frullatina, riposo notturno in fondo al frigo e poi direttamente in padella per pancake soffici, leggeri e gustosamente sani. E in questa stagione delle belle e profumate fragole. Nutrimento per il corpo e nutrimento per la mente.

Me, myself and… Books #10

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Fuori il cielo è grigio e carico di nubi minacciose, gonfiate da un vento freddo a tratti molto forte. Chissà se era lo stesso cielo di centocinquantadue anni fa, quando George Eliot, pseudonimo di Mary Anne Evans coniugata Cross (1819 – 1880), scrittrice britannica tra le più importanti dell’età vittoriana, dovette accantonare la stesura del romanzo ambientato nella fittizia Middlemarch a causa della malattia del figlio dell’amante. Iniziato nel 1869, due anni dopo venne fuso all’altro racconto a cui Eliot diede vita nel 1870 e che vedeva come protagonista la figura di Dorothea. Nel 1872 il romanzo nella sua interezza venne pubblicato in otto libri e due anni più tardi, nel 1874, uscì in un unico volume ottenendo grande successo. Un’opera ambiziosa, che tratta dell’allora status femminile, di religione, di ipocrisia, di riforme. Un romanzo che come protagonista ha una città intera, la sua crescita, il suo sviluppo, il suo evolvere, visto attraverso personaggi quali Dorothea, Lydgate, Featherstone, la famiglia Vincy e tutta una serie di personaggi minori. Troppi. Veramente troppi. Un caos, nel vero senso della parola. Affrontare le lunghe, lunghissime pagine è stata davvero una scalata all’Everest. Nell’edizione Garzanti cartacea ne conta 1072…
Ho già accennato ai troppi personaggi che mi hanno causato un senso di confusione tale da darmi quasi il mal di testa. È un romanzo che ho trovato caotico, che abbisognerebbe, per i miei gusti, di una bella sfoltita. Le vicende del giovane medico Tertius Lydgate, il suo interesse per la medicina, per il progresso della scienza, passionale e orgoglioso, il matrimonio con Rosamund Vincy che pur apparendo come donna elegante e delicata dimostra una indole superficiale, egoista e incapace di scendere a compromessi. Mary Garth, schietta e gentile con idee molto salde, quasi l’opposto della bella Rosamund. Dorothea Brooke, intelligente e piena di ideali, incapace di uniformarsi allo standard femminile dell’epoca. Già questi nomi basterebbero a dare vita ad un intreccio interessante, ma George Eliot ne aggiunge molti altri, dando al coro troppe voci che finiscono per stridere l’una con l’altra. Aggiungiamo poi le riforme che all’epoca furono molte e molto discusse. Troppo. Un romanzo che per me è equivalso ad una discoteca. Ho apprezzato l’accuratezza, il realismo, le storie di Dorothea e Lydgate, l’impotenza dell’intelletto nei confronti dell’eterna ipocrisia del genere umano, ma ho fatto fatica in molti capitoli e molti passaggi, perdendomi per le strade di Middlemarch senza la più pallida idea del dove stessi andando e da dove provenissi. Saggistica e Classici sono le mie letture preferite, ma, ovviamente, non può piacere tutto.
Mi piace però questo Earl Grey Imperiale di La Via del Tè, qui in versione bustina poiché si tratta dell’omaggio che inseriscono negli ordini, l’ultimo dei quali mi è arrivato proprio in questi giorni. Un tè classico perfetto per una giornata da cielo grigio.

Ieri, centottantacinque anni fa…

Il brigantino classe Cherokee H.M.S. Beagle si trovava in viaggio da quasi quattro anni e da circa una settimana aveva lasciato il porto di Lima, in Perù.
Varato nel maggio 1820 sotto la Royal Navy e armato di dieci cannoni (divenuti successivamente sei), partecipò alla parata per i festeggiamenti dell’incoronazione di Giorgio IV, il re soprannominato First Gentleman per il suo abbigliamento ed il suo comportamento entrambi assai eccentrici. Dopo un periodo in acqua ma senza attività, il Beagle levò le ancore nel maggio del 1825 con il compito di fungere da supporto per la H.M.S. Adventure del capitano King, in un viaggio esplorativo dell’estrema America meridionale. Fu un viaggio molto duro, soprattutto per il capitano del Beagle, Pringle Stokes, che cadde in una delirante depressione finendo con il suicidarsi. Dopo alcune vicissitudini il nuovo comandante fu il capitano Robert FitzRoy, considerato poi un innovatore nel campo delle previsioni meteorologiche.
FitzRoy non perse tempo. Rientrato in Inghilterra fece apportare modifiche e migliorie al brigantino, introducendo un equipaggiamento notevole ed utile allo scopo esplorativo che si sarebbe ripetuto nel nuovo viaggio. Nel primo pomeriggio del 27 dicembre 1831 il Beagle salpò dal porto di Plymouth. Dopo quasi quattro anni, di cui più di tre trascorsi in una minuziosa esplorazione del Sudamerica, compresi le Falkland, la Patagonia e la Cordigliera delle Ande, il brigantino lasciò Lima ed il 15 Settembre 1835 calò le ancore nei pressi di San Cristóbal, la più orientale delle isole che formano l’arcipelago delle Galápagos. A bordo settantadue membri dell’equipaggio ed il giovanissimo naturalista Charles Darwin.

Nato nel febbraio 1809 a Shrewsbury, nelle West Midlands, Darwin aveva poco prima ricevuto lettere nelle quali lo consigliavano di accettare l’offerta di unirsi alla spedizione del Beagle. Decisivo presso il padre fu l’intervento dello zio, Josiah Wedgwood II, uomo di cultura e figlio di quel Josiah senior che fondò la famosa ditta di porcellane Wedgwood. Le osservazioni del giovane Darwin, all’epoca della partenza era ventiduenne, iniziarono nel gennaio 1832 presso le isole di Capo Verde.
L’entusiasmo di Darwin durante tutto il viaggio ben traspare dal saggio The Voyage of the Beagle, in italiano Viaggio di un naturalista intorno al mondo, originariamente pubblicato nel maggio del 1839 come terzo volume del più ampio The Narrative of the Voyages of H.M. Ships Adventure and Beagle. Fu il capitano FitzRoy a proporre a Darwin di partecipare alla stesura dell’ampio e dettagliato resoconto, per occuparsi della parte relativa alla storia naturale. Il volume scritto dal giovane Charles, intitolato Journal and Remarks, 1832–1835, fu così di impatto ed ebbe così successo da far decidere all’editore di ripubblicarlo ad agosto da solo con il titolo Journal of Researches into the Geology and Natural History of the various countries visited by H.M.S. Beagle. A quanto pare senza chiedere nulla al diretto interessato…
Nel 1845 uscì una nuova edizione, grazie all’interessamento dell’editore John Murray da cui Darwin fu pagato, nella quale iniziarono a vedersi modifiche, aggiunte e riflessioni, partendo dal titolo, Journal of Researches into the Natural History and Geology of the countries visited during the voyage of H.M.S. Beagle round the world, frutto di un continuo lavoro da parte del giovane naturalista che si basava non soltanto sui resoconti scritti ma in particolare dall’attento studio di tutto il materiale raccolto nei cinque anni di viaggio, durante il quale trascorse più di tre anni a terra. Nel 1905 la ripubblicazione, questa volta recante il titolo divenuto poi quello definitivo ossia The Voyage of The Beagle. Dalla morfologia del territorio agli usi e costumi delle varie popolazioni, soprattutto indigene, dalla biologia alla geologia, tutto il saggio è pregno dell’esuberante entusiasmo di Darwin; finissimo ed attento osservatore, non c’era nulla che non attirasse la sua curiosità ed in particolare nell’edizione del 1845 si possono già trovare dubbi e riferimenti sulla fissità delle specie e accenni e primi germogli di quella che sarà la sua teoria dell’evoluzione basata sulla discendenza e sulla selezione naturale. Durante gli anni della esplorazione, Darwin non si tirò indietro di fronte a nulla. Ogni esperienza veniva accolta con fervore e portata a termine con acutezza ed intelligenza. Scalò montagne, percorse a cavallo sperdute pianure, incontrò i più svariati personaggi, scendendo in un porto e dando appuntamento al Beagle in quello successivo. Con sé sul brigantino aveva copia dei volumi componenti il saggio Personal Narrative del prussiano Alexander von Humboldt, naturalista e geografo ed esploratore di enorme impatto sulle scienze ma attualmente un po’ dimenticato, di cui si può leggere la stupenda ed appassionata storia nel saggio L’ invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l’eroe perduto della scienza di Andrea Wulf.
Viaggio di un naturalista è un resoconto minuzioso, puntiglioso, estremamente ricco dove protagonista è l’infinita passione del giovanissimo naturalista che proprio grazie a molte osservazioni comparate effettuate alle isole Galápagos, getterà il seme di una delle più grandi rivoluzioni scientifiche. A tratti pecca forse un po’ di logorrea, ma poiché da Darwin non si torna indietro ciò gli è perdonato.

Me, myself and… Books #9

Disamina di un autore recentemente sopravvalutato

Era da tempo che gironzolavo attorno a questo titolo e questo autore, di norma quando mi accosto a titolo e autori gridati dal tam tam mediatico finisco (quasi) sempre per pentirmene. Ho altalenanti rapporti con la produzione definita moderna, col postmodernismo o contemporaneo poi… meglio lasciar perdere! Ma cosa c’entra un romanzo del 1965 col postmodernismo?

Quando morì, il 3 marzo 1994, John Edward Williams lasciò incompiuto il quinto romanzo, The Sleep of Reason, dopo averne pubblicati precedentemente quattro più due testi di poesie, The Broken Landscape: Poems (1949) e The Necessary Lie (1965), e curato edizione e introduzione di una antologia, English Renaissance Poetry: A Collection of Shorter Poems from Skelton to Jonson (1963).
Il primo romanzo, Nothing but the Night, venne pubblicato nel 1948 durante il periodo universitario, quando si iscrisse alla University of Denver dove poi conseguì un Bachelor of Arts (1949) e un Master of Arts (1950). Da notare che anche la raccolta di poesie The Broken Landscape risale a questo periodo. Nulla, solo la Notte, nella versione italiana, fu poi successivamente un po’ rinnegato dallo stesso autore e come tutti gli altri suoi romanzi passò in sordina riscuotendo una ben limitata accoglienza. Questo romanzo d’esordio è una palese scopiazzatura di personaggi e situazioni già note all’epoca, un protagonista straziato da una storia personale che lo mostra un po’ come una sorta di filosofeggiante antieroe dall’anima oscura. Confuso, vago, con momenti di patetismo inconsistente alternati a tentativi di lirismo pietosamente falliti a causa di una eccessività fastidiosa e improduttiva.
Nel 1960 pubblicò il secondo romanzo, Butcher’s Crossing, ambientato nel Kansas di frontiera del 1870. Cinque anni prima era ritornato a Denver dopo aver vissuto a Columbia, nel Missouri, dove si era iscritto all’omonima università per conseguire il dottorato in letteratura inglese. Il protagonista di questo romanzo di frontiera, il giovanissimo Will Andrews, lascia gli studi ad Harvard per trovare sé stesso nel lontano e selvaggio ovest. Protagonista e narrazione sono permeati dal trascendentalismo ispirato da Ralph Waldo Emerson, dove il dualismo uomo-natura può aiutare il primo a sconfiggere la corruzione della società (moderna) che corrode la di entrambi naturale bontà.
Mi è stato detto che questo libro l’ho letto cinque anni fa ma io non ne ho alcun ricordo!, nemmeno procedendo con la ‘seconda’ lettura ho avuto alcuna illuminazione. Fatto davvero più unico che raro… La solita prosa semplice, senza fronzoli, abbastanza scarna che in pochissime occasioni riesce tuttavia a dare anche buone descrizioni di accadimenti e ambiente. Il protagonista è un po’ scontato anche nella sua crescita, lo si segue senza troppe pretese. Gli altri personaggi sono assurdamente piatti e funzionali al protagonista, il che mi ha un po’ lasciata interdetta. Su GoodReads ho dato una stella a Nulla, solo la notte e due stelle a Butcher’s Crossing.
Il terzo romanzo arrivò cinque anni dopo, nel 1965, quando ormai era un professore di ruolo alla University of Denver. La frustrazione soprattutto lavorativa del protagonista, Stoner, è in parte autobiografica e recepita da Williams anche in svariati colleghi. Anche Stoner, come i precedenti tre romanzi, ricevette scarsa attenzione da parte di critica e pubblico. Tra l’altro l’autore stesso disse che era quasi certo della scarsa accoglienza che avrebbe ottenuto…
Di nuovo, ho ritrovato uno stile semplice e basilare all’osso, confuso, inadeguato, con costruzione di personaggi che non arrivano e totale incapacità di far pervenire l’ambientazione temporale. William Stoner, il protagonista, cresce in una fattoria ma mandato dal padre all’università, lascerà il percorso iniziale scegliendo l’amore per la letteratura. Un personaggio inetto per una storia inetta. Banale, sterile, a tratti veramente deludente. Un uomo passivo che mani in tasca si risveglia, più o meno, solo per i libri (quando Walker, il cattivo in comico odor di fiaba, si palesa per lordare il suo territorio). Una lettura che non mi ha lasciato nulla, una delle più sopravvalutate che abbia letto ultimamente. Su GoodReads ho assegnato una stella.
Al momento ho deciso di attendere un po’ prima di affrontare Augustus. Pubblicato nel 1972 dalla Viking Press, sette anni dopo Stoner, fu anche l’unico che ebbe un minimo di riscontro. In forma epistolare, il romanzo racconta la storia dell’imperatore romano Augusto, dalla giovinezza alla vecchiaia. Mescolando fatti storici con ricami inventati, Williams tratteggia una sorta di monologo di un Augusto quasi ‘costretto’ a certi comportamenti, a certe decisioni, per un bene superiore che va oltre uomini e periodo. Nel 1973, Augustus condivise il riconoscimento per la miglior fiction del National Book Awards con Chimera di John Barth.

Ad inizio articolo ho accennato al contemporaneo/postmoderno. Ebbene, parlando di Stoner e più in generale di John E. Williams, torno a riprendere un discorso iniziato per l’anniversario della morte di Aretha ed Elvis.
Nel mio pensiero a loro rivolto, ho riportato il termine cultura intensiva, accennando all’attuale sterile globalizzazione paragonabile al Nulla che divora Fantàsia. Stiamo assistendo, già a partire dagli anni ‘90 ma con preponderanza dal 2000, ad una inesorabile e miserevole targetizzazione portata avanti da aziende di vario genere, che siano governi, politica, merchandising… abbigliamento, cinema, televisione, musica, cibo, libri… Una cultura appiattita sul consumo.
Cultura Intensiva, appunto.
Parlando qui di libri e lettura, ciò che sta avvenendo è una scarnificazione di quelle che sono la ricchezza e la profondità della prosa, fino a giungere a elementi di una disarmante semplicità in senso negativo, una miseria di concetti, un impoverimento di linguaggio, storia, personaggi, svolgimento della narrazione. Leggendo autori Classici e precedenti gli anni ‘70/‘80 del Novecento del secolo scorso (definiti Moderni ossia dopo il 1945), nella maggior parte dei casi, anche con una struttura semplice, trame e personaggi trasmettevano un messaggio, potevano essere filosofiche lezioni di vita, spaccati di quella Storia da cui tutti discendiamo ma che non tutti abbiamo vissuto in prima persona. Personaggi con spessore, in negativo e in positivo. Una struttura corposa, studiata, ricca, acculturata. Al contrario, dagli anni ‘90 ma soprattutto dal 2000, la targetizzazione imperante ha portato ad un impoverimento, ad uno spolpare miseramente fino all’osso la struttura del romanzo, rendendolo anche globale nel senso fotocopia di quel già scritto e già visto che rende tutto una sorta di preoccupante e vuota clonazione. È ben risaputo il recente vizietto delle case editrici di creare sondaggi su cui basare sinossi da consegnare per lo sviluppo da mercificare a ghost-writers o autori stessi, all’unico scopo di pubblicare qualunque cosa per tenere alte le vendite ormai standardizzate. Ecco perché è sempre più frequente imbattersi in romanzi che sono già visti, che posseggono una struttura povera e con un linguaggio misero ed adeguato ai fenomeni di analfabetismo funzionale/di ritorno che stanno straziando la nostra Cultura e la nostra Società. Ed ecco che in questa ondata di ‘scarnificazione di quelle che sono la ricchezza e la profondità della prosa’ che porta al conseguente impoverimento della struttura e della storia, le opere di Williams rientrano perfettamente trovando finalmente il consenso non ottenuto quando era in vita.

Scrivere questo mio attento e minuzioso pensiero su Williams e sue opere, ha necessitato un accompagnamento dolce. Crumble di albicocche e mirtilli. Le albicocchine sono dell’alberello di amici dei miei genitori, quest’anno non ne ha fatte molte purtroppo… Mi piace abbinare frutta e spezie e qui ho mescolato albicocche e mirtilli con cannella, chiodi di garofano e cardamomo. Ed anche una spruzzatina di succo di limone. Le briciole le ho fatte con burro (io uso solo Beppino Occelli), farina integrale di farro, farina di grano saraceno, eritritolo (polialcol presente in alimenti fermentati) ed un pizzico delle stesse spezie usate con la frutta a tocchetti. In forno preriscaldato a 170º per un 12/15 minuti e quando il crumble si presenta ben dorato è pronto! È uno dei dolci che preferisco e lo faccio con frutta diversa e spesso sostituendo le farine con avena integrale e frutta secca sminuzzate un po’ grossolanamente. E non vedo l’ora che arrivi il mio amato autunno, dove il crumble sarà di mele e cannella accompagnato da una bella e calda tazza di tè, English Breakfast a colazione o Earl Grey nel pomeriggio. Sicuramente il crumble ha addolcito queste letture!

Me, myself and… Books #8

Ci voleva proprio un luogo da peace of mind per terminare la lettura del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio, titolo integrale Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire.
Quel cento ripetuto quattro volte indica il numero di pagine che il Vate consegnò al suo editore per la messa in stampa, che avvenne nel 1935.

Immagine tratta da Google

Tentato di morire sarebbe un richiamo all’incidente del 13 agosto 1922, nel quale D’Annunzio cadde dalla finestra della stanza della musica di Villa Cargnacco, poi Vittoriale degli Italiani, riportando gravi ferite e restando in bilico tra vita e morte diversi giorni. D’Annunzio stesso ribattezzò l’accadimento con una sorta di sprezzante ironia, il volo dell’Arcangelo… nel tempo però si sono succedute varie teorie; da quella del complotto politico, all’abuso di droghe, ma la più gettonata, divenuta anche un giallo, resta la spinta, volontaria o meno, da parte di una delle sorelle Baccara. Luisa, amante che gli fu vicina per lungo periodo, stava forse suonando al piano mentre D’Annunzio era alla finestra assieme alla di lei sorella Jolanda. Gesto di respingimento? O di gelosia? Cosa realmente accadde non sarà mai dato sapere, di certo resterà uno dei misteri, a volte tragici a volte strambi, legati al poeta.

La gestazione del Libro Segreto risale a molto tempo prima di quel 1935 nel quale venne stampata la prima edizione. Quella di D’Annunzio è una gravidanza che inizia (forse) dall’incidente nel quale perse l’occhio destro; nel gennaio 1916 costretto ad un ammaraggio in fase di rientro da una missione in quel di Trieste, il poeta perde la vista all’occhio destro finendo costretto a letto bendato anche all’altro. Assistito dalla figlia Renata, al buio, trascrive lo smarrimento, il dolore, l’orrore della guerra e la perdita dei compagni, la sensazione di sconfitta, tutta una serie di emozioni oscure e intimiste su dei cartigli preparati da Renata stessa, con frasi brevi e incisive, elogiando successivamente sé stesso per questa prova in un momento così nero. Ma che sia una sua tipica invenzione, soprattutto la storia dei cartigli, non toglie nulla al frammentismo col quale il poeta riporta un lato così profondo e celato del proprio essere.
Da tempo quindi D’Annunzio stava meditando un libro biografico veramente atipico ricco di interiorità, un testamento col quale gridare una ultima volta al mondo il suo protagonismo, il suo essere eccentrico, poliedrico, unico, con tutti ma da nessuna parte. Amante della passione, dell’amore, del lusso, del Piacere, D’Annunzio divide in due parti il Libro Segreto, Via Crucis e Del Libro segreto; nella prima, tratteggia infanzia, gioventù, crescita, le imprese in guerra, l’ardore per le sue idee politiche, le passioni per le sue donne ed anche quell’incidente dell’estate del 1922. Nella seconda parte, ciò che più giunge al lettore è lo strazio per l’arresa ad un fine vita sempre più imminente, il decadimento del corpo ed anche dello spirito, ma al contempo la visione della morte come una sorta di ultima sfida, di liberazione, di termine di quella roboante recitazione che è stata la sua vita.
Con una prosa frammentata che è quasi un delirio, tra scene mistiche, aforismi apparentemente confusi, evocazioni di forte potenza sensuale (riferiti alla Vita e alla Passione in senso generale), D’Annunzio si spoglia, si denuda emotivamente e mentalmente, mostrandosi in fine per ciò che realmente è. Sicuramente non per tutti, la lettura del Libro Segreto fa sudare ma è un appagamento fisico e mentale. È un atto intimo con l’ultima opera dell’Imaginìfico.

Tutta la vita è senza mutamento.
Ha un solo volto la malinconia.
Il pensiere ha per cima la follia.
E l’amore è legato al tradimento.

Me, myself and… Books #7

Chissà perché ci sono libri che conosciamo da una vita, che ci ritroviamo sempre in mezzo ai piedi, che ogni tanto consideriamo ma dura giusto un istante, per poi tornare a perdersi in quel limbo nebbioso e dubbioso dove galleggia un po’ di tutto.
Ecco, la trilogia de I Nostri Antenati fa parte di quel limbo, o meglio faceva parte…

Nel 1951 Elio Vittorini, scrittore traduttore e critico letterario, ideò per la Giulio Einaudi Editore la collana I Gettoni con la quale pubblicò opere di narrativa contemporanea dal 1951 al 1958. Alcuni titoli: Una diga sul pacifico di Marguerite Duras, I ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, La biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, Il visconte dimezzato e L’entrata in guerra entrambi di Italo Calvino.
Quest’ultimo aveva iniziato la collaborazione con la Einaudi già a partire dai ventitré anni, prima vendendone i libri a rate e poi, dall’anno successivo, occupandosi dell’ufficio stampa. Ma era una strada tutta in salita, poiché note sono le riunioni del mercoledì durante le quali nomi quali Calvino, Vittorini, Einaudi, Pavese, Ginzburg, Cantimori, Bobbio, Giolitti, eccetera, facevano i libri, rivedendo, decidendo, approvando, scartando…
Fu proprio l’amico e collega Vittorini a spingere Calvino per la pubblicazione di Il Visconte Dimezzato (va ricordato che fu lo stesso Vittorini a rifiutare sia per Einaudi che per Mondadori, di cui fungeva da consulente letterario, il manoscritto de Il Gattopardo che bocciò e ribocciò e bocciò ancora…).
Primo titolo della già citata trilogia de I Nostri Antenati, è un romanzo storico, fantastico e soprattutto umoristico, ma anche filosofico.
Medardo Visconte di Terralba giunge in Boemia per partecipare alla guerra contro i Turchi. Durante una battaglia viene colpito da una palla di cannone che lo taglia letteralmente in due. La parte destra è quella che subito viene rinvenuta e curata e, tempo debito, armata di stampella, fa ritorno a Terralba. Ben presto i poveri sudditi del visconte soprannominano il lato sopravvissuto Il Gramo, poiché cattiveria e crudeltà sono ciò che il mezzo Medardo porta ovunque. Ma ecco che fa ritorno, inaspettatamente, il lato sinistro, Il Buono. E così le due metà del visconte Medardo vagano per il feudo lasciandosi dietro una scia di cattiveria e bontà. Troppa cattiveria, ma anche troppa bontà… si sa, il troppo stroppia e nessuno è mai veramente contento e soddisfatto. Degli altri ma anche di sé stesso.
Quante volte ci siamo sentiti ingiusti verso di noi mentre facevamo qualcosa per amici o parenti o vicini. Altrettanto, ci sarà capitato di sentirci un po’ troppo egoisti. Spesso delusi e inappagati sia della persona che fissiamo guardandoci allo specchio, che del vicino o del parente che doveva…, avrebbe potuto…, però…
Ed è macinando tutte queste considerazioni che ci facciamo accompagnare nell’evolversi della storia dalla voce del ragazzino orfano e nipote del dilaniato Medardo, allevato dalla balia Sebastiana e sempre pronto a seguire o parlare di questo e quello. Con ironia, uno stile semplice e comprensibile ma mai banale, leggero riuscendo però al contempo a comunicare molto al lettore, Calvino con Il Visconte Dimezzato ci parla di come nessuno sia solo buono o solo cattivo, di quanta incompletezza a volte viviamo, di quanto sia fondamentale non soltanto non giudicare (in base a qualche sparuto indizio), ma avere la capacità intellettuale di raccogliere tutte le informazioni possibili per formarsi una opinione e guardare le cose, qualsiasi cosa, una persona un episodio un evento, in una totalità che forse potrà essere realmente utile alla società e quindi, di conseguenza, anche a noi stessi.

Ho ascoltato Il Visconte Dimezzato su Audible, ma potete trovarlo anche su Libro Parlato e Storytel, grazie alla voce di Dario Sansalone, doppiatore e attore della ADAP, che con tono leggiadro ma ben impostato, chiaro e attento, ha dato vita al raccontare del nipote di Medardo. E l’ho ascoltato quasi sempre a colazione, proprio in queste mattine in cui fresco e umidità sono tornate dopo molte e molte settimane di fin troppo caldo. Detesto il caldo, non mi garba nemmeno il termine detestare (dal latino de – testari, rifiutare una testimonianza, ma più dichiarare innanzi agli dèi il voler allontanare da sé qualcosa o qualcuno che non si tollera), ma è un verbo che ben dichiara ciò che provo per la cosiddétta bella stagione. Ecco quindi che queste giornate di fresco settembrino, iniziate dopo i forti temporali di sabato e domenica, mi vedono di nuovo frizzantina poiché così come il caldo mi spegne, il fresco/freddo mi accende. E ritrovo anche il piacere di una bella colazione a modo mio, una delle tante che mi piace prepararmi. Qui, pane integrale, burro di arachidi (entrambi fatti in casa) e caffè.
La biga liquida, o poolish (parrebbe derivare da polish, polacco, storpiato poi in poolish, in quanto questa biga liquida avrebbe avuto origine in Polonia, per poi arrivare in Gran Bretagna attraverso i panettieri austro-ungarici), è un innesco, uno starter, un pre-impasto liquido; richiede acqua, lievito di birra e farina forte. Più aumenta il tempo di fermentazione e meno lievito va impiegato. Poiché io non uso prodotti raffinati, men che meno farine!, dopo varie prove ho trovato il poolish ideale (per me): farina tipo 2, acqua, lievito di birra in quantità rispettivamente 1:1,5 e 1 g o poco meno. Fermentazione in luogo chiuso, sui 22/23º per 12 ore. Il luogo è il classico forno, aprendo il quale mi raggiunge ogni volta un profumo come di birra davvero invitante! Dopodiché l’impasto con poolish, il doppio della farina (rigorosamente mix integrali!) usata per la biga, olio evo, un micro pizzico di sale (non uso sale né zucchero aggiunti) e acqua. L’idratazione è fondamentale, soprattutto con farine integrali. Di nuovo luogo chiuso, 22/23º, dodici ore. Nelle prime due procedo alle classiche piegature. A volte inserisco anche un mix di semi vari (lino, girasole, zucca, sesamo). Infine in forno a 180º, un’oretta scarsa. L’alveolatura non sarà ovviamente come quella ottenuta con farine raffinate, ma il risultato è nettamente più salutare. Mi diverto a fare forme diverse, anche se solitamente prediligo tipo filoncino o pagnottina.

Per il burro di arachidi sono armata di pazienza, poiché sguscio il suddetto legume e ne faccio un mezzo chilo abbondante, ma anche di un buon e potente frullatore. Ci vuole un po’ di tempo ed imparare a non far scaldare troppo l’impasto, oltre che la macchina. Alla fine ottengo due bei vasetti che ripongo in fondo al frigorifero.
Per il caffè, uso solo la moka e i grani che macino sul momento. Grani che conservo in un contenitore ermetico, in luogo possibilmente asciutto (anche se la pressante umidità degli ultimi anni gioca assai a mio sfavore) e in estate potendo al fresco.
Audiolibro e sana colazione sono una combo perfetta per iniziare la giornata, terminato Calvino ora devo decidere cosa ascoltare. E trovare il giusto abbinamento con la prossima colazione!

Me, myself and… Books #6

In diverse occasioni mi è capitato di leggere che il Mazagran viene considerato come il caffè freddo originale.

Il racconto vorrebbe che soldati della French Foreign Legion, la Legione Straniera Francese, durante l’assedio della fortezza di Mazagran, in Algeria, nel 1840, per trovare refrigerio dalla pressante calura bevessero un miscuglio fatto con acqua fredda e sciroppo di caffè oppure acqua fredda nel caffè, per ovviare alla mancanza di liquori che usavano aggiungere alla scura e famosa bevanda. Rientrati in patria, portarono con loro l’usanza di questo nuovo modo di bere il caffè che prese il nome dalla fortezza algerina.

Dalla Francia poi a tutto il mondo. Nella versione portoghese possono essere previsti, in aggiunta al caffè, limone o menta e/o rum. E il rum è presente anche nella versione austriaca. In quella australiana ci sono latte, molto zucchero ed anche panna e gelato. In Canada viene venduto una sorta di denso sciroppo di caffè che poi viene diluito e servito con panna o anche latte e/o cioccolato a seconda del gusto del bevitore; tale bevanda viene chiamata Iced Capps. In Cile c’è il Café Helado, dove al caffè vengono aggiunti gelato, dulce de leche, vaniglia, cannella, panna montata. In India va molto una sorta di smoothie fatto con caffè istantaneo e latte ghiacciato, a volte anche gelato alla vaniglia. In Giappone l’usanza di bere caffè freddo la si poteva trovare già nell’epoca definita Taishō, così chiamata per l’omonimo e centoventitreesimo imperatore che regnò dal 30 luglio 1912 al 25 Dicembre 1926; al caffè freddo venivano aggiunti latte e sciroppo di gomma arabica (gomme syrup). In Grecia, Romania e Cipro sono molto richiesti dei frappé fatti con caffè istantaneo, acqua ghiacciata, zucchero e a volte latte. In quel di Valencia già dall’Ottocento si usava servire la tazzina di caffè accompagnandola con un altro bicchiere colmo di ghiaccio (cubetti) ed una fettina di limone. Il consumatore stesso, ancor oggi, versa il caffè nel bicchiere col ghiaccio prima di consumarlo. La versione valenciana si chiama Café del Tiempo ed è parente della portoghese ma anche dell’italiana. Il Caffè in Ghiaccio, tipico del Salento, viene servito assieme ad un bicchiere contenente ghiaccio nel quale viene versato per poi essere bevuto. E poi c’è il caffè alla leccese, dove dopo aver versato il caffè appena fatto nel bicchiere contenente ghiaccio si aggiungono pochi cucchiai di latte di mandorla. Ed infine eccoci al caffè shakerato: caffè espresso, cubetti di ghiaccio, zucchero e volendo liquore alla vaniglia; il tutto viene shakerato e servito preferibilmente in coppe da Martini.

Il caffè shakerato, che nella mia versione prevede solo caffè e cubetti di ghiaccio, è accompagnato da Stereotipi e Pregiudizi, pubblicato da Il Mulino e datato 1997. L’autore è Bruno M. Mazzara, professore ordinario presso La Sapienza di Roma di cui è stato, dal 2016 al 2019, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale.

La nostra è una specie sociale che vive in gruppi ed è anche una specie che necessita di semplificazioni, intese come concetto base di ragionamento. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi esperimenti per capire perché tendiamo a raggrupparci. Tra di questi molto famosi furono quelli di Muzafer Sherif e di sua moglie Carolyn Wood Sherif. Entrambi psicologi sociali che lavorarono sugli aspetti psicologici di norma e giudizio sociali, sul perché della naturale tendenza alla formazione di gruppi e sul funzionamento di questi.

Sherif & Sherif

Se quella del gruppo è una necessità biologica ed evolutiva, i meccanismi del loro funzionamento sono molto più complessi. Proprio per questo intrinseco bisogno di raggrupparci dobbiamo anche trovare differenze tra il nostro gruppo e quello altrui. Da qui all’affermare che i tedeschi sono algidi, i genovesi taccagni, gli asiatici tutti uguali beh, il passo è breve. Ma dietro il bisogno di differenziare il nostro gruppo e quello degli altri, si nasconde l’uso pericoloso che stereotipi e pregiudizi possono arrecare conducendo l’Uomo a guerre e persecuzioni. Il saggio è suddiviso in tre capitoli principali dove in più paragrafi vengono spiegati cosa sono stereotipi e pregiudizi, come nascono, come vengono vissuti da individui e gruppi. Lo stile è chiaro, esaustivo, senza fronzoli né tecnicismi che potrebbero spaventare il lettore. La lettura è consigliata. La versione cartacea conta 127 pagine, ma lo si può trovare anche in digitale ed in audiolibro.

Concludo con una splendida ciliegina: l’etimologia. Pregiudìzio: dal latino praeiudicium, parola composta da prae, pre, e iudicium ossia giudizio. Giudizio anticipato; nel diritto romano il praeiudicium era una azione che poteva influire sulle decisioni del giudice poiché veniva portata in essere prima del giudizio definitivo. Stereòtipo: questo termine deriva dal neologismo francese stéréotype che merita qualche parola in più. Nato nel 1682, François Didot fu il capostipite di una famosa famiglia francese di stampatori, editori e tipografi; nel 1795 il nipote Firmin brevettò un nuovo metodo di stampa, lo stereotipo parola composta dal greco stereos, duro/rigido, e da typos, immagine/impressione. Il significato odierno di stereotipo è quello di opinione precostituita molto semplificata e soprattutto condivisa dalla massa di persone, luoghi, accadimenti, eccetera. Pregiudìzi e stereòtipi, oggi, indossano quindi negative accezioni.

Me, myself and… Books #5

Nell’articolo precedente di questa rubrica, ho scritto dei primi tre titoli letti in questo 2020, terminando con due degli svariati audiolibri sempre presenti nella mia quotidianità.
Voglio proseguire, e terminare, questa panoramica sulle letture affrontate nei primi sei mesi dell’anno parlando di alcune, quelle che più mi sono piaciute. Con una eccezione.

Il Mulino è una casa editrice specializzata in saggistica e manualistica. Tutto ebbe inizio il 25 aprile 1951 con l’uscita della rivista Il Mulino, creata e voluta da un gruppo di studenti delle Facoltà di Giurisprudenza e Lettere di Bologna. Qualche modifica e qualche aggiustamento si sono succeduti nel tempo, arrivando ad inserire diverse rubriche e riviste sorelle. Nel 1954 lo stesso gruppo diede vita all’omonima casa editrice. Arrivarono poi Biblioteca, Fondazione ed Istituto Cattaneo. La casa editrice ha la collana Farsi Un’Idea; scienze, politica, Europa, economia… ce n’è per tutti i gusti! Io adoro i libri di questa collana, che siano cartacei o eBook o audiolibri, ne divoro moltissimi. Soprattutto in formato audio, come assistere ad una lezione.
Nel round dei primi sei mesi dell’anno ho ascoltato quasi solo audiolibri di questa collana e per la precisione Virus e batteri di Michele La Placa (la storia, la scoperta, come funzionano, come avvengono contagi ed infezioni e cosa comportano dal punto di vista dell’attacco al nostro organismo); I buchi neri di Alessandro Marconi (cosa sono, come sono stati scoperti, come influenzano lo spazio e le galassie, le più recenti scoperte e novità); Il Cervello di Carlo Umiltà (la storia di come siamo giunti a capire la funzione del cervello, in un interessante excursus che parte dall’antica Grecia, fino ai meccanismi base del suo funzionamento che riguardano ogni aspetto della nostra vita); Stereotipi e Pregiudizi di Bruno M. Mazzara (questo l’ho sia letto che ascoltato e ne parlerò in un articolo a parte). Ne ho altri in lista per i prossimi mesi, trovo che siano ben fatti, esaustivi e spiegati con concetti facili da comprendere. Piccoli aiuti per saperne un po’ di più sui molti aspetti della Vita e del Vivere.

Il 16 Aprile 2020 la CoVid19 ci ha portato via Luis Sepúlveda. Nato nel 1949 in Cile, ha vissuto una vita da film d’avventura di cui ho già accennato qualcosa. Dopo molto rimandare, troppi libri e molti problemi, sono finalmente riuscita a leggere Il Vecchio che Leggeva Romanzi d’Amore. Con uno stile fruibile ma profondo, l’autore ci porta a El Idilio, villaggio ai margini della foresta amazzonica, dove ad intervalli regolari giunge il dentista Loachamìn che porta cure, dentiere ma anche romanzi sentimentali che consegna al protagonista, quel vecchio burbero ma sincero che ama leggere questo genere di romanzi. Antonio Josè Bolìvar Proano, il nome del Vecchio, ci racconta la sua storia mentre lo seguiamo all’inseguimento di una femmina di tigrillo che impazzita dal dolore per la perdita dei suoi cuccioli da la caccia agli uomini che trova lungo tutto il territorio. La prosa di Sepúlveda è semplice ma non nasconde momenti di introspezione, l’atmosfera che permea il racconto è nostalgica e di quella crudezza che solo nella natura e nell’intensità dei sentimenti possiamo trovare. Uno di quei libri da assaporare e godersi, da tenere sempre con sé.

Hinde Ester Singer Kreytman, conosciuta come Esther Kreitman, nasce nel marzo 1891 in Polonia; sorella maggiore di Isaac Bashevis e Israel Joshua, ebbe una vita assai tribolata. Affidata ad una balia prima, voluta come una sorta di sguattera con in più il compito di assistere i fratelli minori nei loro studi dopo, nel 1912 accettò un matrimonio combinato con un tagliatore di pietre con il quale si trasferì ad Anversa. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale costrinse i Kreytman a trasferirsi a Londra, ma qui le cose non migliorarono molto. Tra lavori poco retribuiti, le due guerre (visse in prima persona i bombardamenti tedeschi su Londra tra il 1940 e 1941), i problemi di salute (probabilmente epilessia e paranoia), la vita di Esther fu sempre su binari infelici. I rapporti con i fratelli furono sempre complessi e problematici. Nessuno dei due aiutò la sorella, né sostenendola come scrittrice né aiutandola a fuggire negli Stati Uniti o con aiuti economici di cui aveva disperatamente bisogno. Quest’ultimo aiuto avrebbe comunque potuto portarlo solo Isaac Bashevis, Nobel nel 1978, poiché Israel Joshua era morto nel 1944. Tuttavia, entrambi ammisero la forte impressione che la sorella maggiore aveva sempre suscitato loro. I.J. tratteggiò su di lei un personaggio del suo Yoshe Kalb, mentre I.B. la portò in forma scritta con Satana a Goraj e soprattutto Yentl, commedia teatrale che narra la storia di una giovane donna che vuole rompere le regole e studiare il Talmud (Barbra Streisand ne ha fatto un film). Esther morì nel 1954. Nelle sue opere ha cercato di affrontare tematiche riguardanti le relazioni delle varie classi degli ebrei ashkenaziti, ma anche lo status femminile in un ambiente prettamente maschile dove anche se intelligenti e colte le donne erano comunque ritenute spesso inferiori.
Il libro che ho letto si intitola L’uomo che vendeva diamanti, in originale Brilyantn, pubblicato a Londra nel 1944. Gedaliah Berman, commerciante di pietre preziose, è un uomo burbero, spesso gretto con la moglie, stranamente molle nei confronti di una figlia che approfitta di questa debolezza paterna, duro e forse anche meschino con gli altri famigliari. Un uomo avido, il tipico forte con i deboli e debole con i forti. C’è anche un altro figlio scapestrato, ribelle, in cerca del proprio io. L’arrivo dell’anziano genitore, tramite il quale si vedranno momenti di insolita tenerezza da parte di un Gedaliah capace anche di intense introspezioni. E poi la guerra, la necessaria fuga a Londra, un nuovo mondo, una nuova città. Ma anche se tutto pare cambi, in realtà lo è solo l’ambientazione. Gedaliah resterà fedele a sé stesso, ebreo coriaceo e di fede che impiegherà ogni sforzo necessario per riprendersi ciò che secondo lui gli spetta. Ritroviamo nei Berman la tipica famiglia yiddish già conosciuta con i fratelli Isaac Bashevis e Israel Joshua; personaggi sfaccettati, usi e costumi duri e radicati, prosa elegante e colta. Ma in Esther i personaggi femminili, seppur forzati a restare sempre un passo indietro, mostrano tuttavia un lato tenace grazie al quale riescono ad affrontare le ardue prove di una società sessista e fortemente tradizionale.

Ho sempre amato la montagna, le escursioni in montagna, salire sul crinale e poi guardarmi attorno; l’insignificante e breve vita umana al cospetto della maestosità della natura. Lassù ritrovo me stessa, mi sento in pace e camminerei in eterno per quei sentieri. Là trovo la mia dimensione. Ogni tanto leggo narrativa di viaggio, tra le righe di un libro si possono percorrere infiniti chilometri di infiniti percorsi.
Per ora ho letto soltanto due libri di questo genere, entrambi belle scoperte.
Lassù sulle montagne. Dalla regina Margherita a Reinhold Messner, un secolo di alpinismo nelle pagine del «Corriere della Sera», è la raccolta dei vari articoli del CorSera a partire dal 1876. Grazie a pezzi firmati o anonimi, alcuni pura poesia, facciamo un tuffo nel passato leggendo delle imprese di uomini come il Duca degli Abruzzi, Ardito Desio, Guido Rey, Reinhold Messner, Walter Bonatti. Con loro ci arrampichiamo lungo imprese che hanno fatto la storia dell’alpinismo, dove l’uomo perpetua la sua eterna sfida a sé stesso ed alla natura di cui fa parte ma dalla quale spesso rifugge.
Senza mai arrivare in cima: Viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti. Centoventi pagine, edito nel 2018, è un viaggio in cui l’unica meta è IL viaggio stesso. Lento come lenti sono i luoghi in cui viene affrontato, profondo e introspettivo come tutti i viaggi in montagna di coloro per i quali la montagna è la rappresentazione cruda e magnifica della Vita.

Pubblicato nel 2012, salito alla ribalta grazie al tam tam dei social e sopratutto, purtroppo, alla pandemia CoVid19 causata dal virus SARS-CoV-2, Spillover di David Quammen spiega cosa siano le Zoonosi (malattie che possono trasmettersi da altri animali all’Uomo e viceversa) e come avvenga lo spillover (momento nel quale il patogeno compie il salto di specie), partendo dalla caccia stile Indiana Jones che i virologi compiono in tutto il mondo alla ricerca, e studio, degli animali serbatoio e terminando con esempi di virus e delle loro storie, con interviste a ricercatori e sopravvissuti. Intenso e molto particolareggiato il capitolo relativo all’AIDS. Lo stile di Quammen, scrittore e divulgatore scientifico vincitore di numerosi premi e riconoscimenti, è sprintoso, elastico, esaustivo e preciso nei vari termini scientifici e può essere letto da chiunque, con la dovuta calma e dedizione. Conoscere i virus e da dove possano colpirci è fondamentale al fine non soltanto di essere preparati ma soprattutto correttamente informati.

Infine, termino questo lungo articolo con l’eccezione citata all’inizio.
Nel gennaio 2007 la casa editrice americana Viking Press pubblica il romanzo d’esordio dell’allora trentaquattrenne Tana French, nata nel Vermont e naturalizzata irlandese. In The Woods, Nel Bosco per la versione italiana, ha ottenuto diversi premi tra i quali l’Edgar Award for Best First Novel by an American Author (2008), il Barry Award for Best First Novel (2008), il Macavity Award for Best First Mystery Novel (2008).
Ventidue anni prima tre ragazzini scompaiono misteriosamente nel bosco ed alla fine se ne salverà soltanto uno. Al tempo presente di nuovo il bosco è luogo del macabro ritrovamento del corpo di una bambina. Potrebbe esserci un collegamento? Oppure è solo il destino crudele? Mah… chi lo sa… i detectives Rob Ryan e Cassie Maddox si ritrovano ad indagare in un ambiente ostile e difficile, situazione resa più pesante dal problematico passato di Ryan. Le premesse parrebbero buone, ma la lettura è stata veramente, veramente faticosa. Personaggi che veleggiano tra il cliché, l’insulso e lo sterile e che compiono errori così grossolani da far vergognare l’ultimo dei poliziotti. Ryan mostra segni di debolezza psicologica per nulla giustificabili, nonostante tutti i suoi (brutti) trascorsi. Maddox non si sa bene cosa stia facendo, ma comunque lo fa. La trama fa acqua da tutte le parti, viene allungata in modo vergognoso e imbarazzante e purtroppo, purtroppo, lo scheletro attorno al quale la scrittrice cuce una trama da dilettante allo sbaraglio (e pure da tornarsene nell’angolino) non sarebbe neanche poi tanto male. Questo mi ha causato molta rabbia. Sono cresciuta a pane e Giallo, non sono una critica di professione, ma in anni e anni e anni ho divorato ogni sorta di Giallo e suoi sottogeneri, tanto al punto che da tempo lo leggo raramente e questo perché ho assistito al declino ed allo scempio di questo meraviglioso genere. Ho subodorato una idea di base, ma mooolto di base, che avrebbe potuto essere sviluppata con maggiore intelligenza, invece mi sono ritrovata l’ennesimo titolo ben accolto e vincitore di premi rivelatosi poi una cozzaglia di stereotipi, banalità, situazioni e personaggi disagianti.

Ad oggi, martedì 11 Agosto (2020), le mie letture contano 47 titoli con un occhio di riguardo a Saggistica e Classici. C’è stato un tempo nel quale leggevo di tutto con l’intento di esplorare e capire. Ora so quali sono generi e autori che prediligo, che mi piacciono, che posso ancora scoprire/approfondire ma anche quelli da evitare, distanti da me e dai miei gusti. Un tempo leggevo di più e con maggior concentrazione, tempo e problemi possono mettersi in mezzo creando disagi ma l’importante è proseguire. Come dice Daniel Pennac: un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa. Persino da te stesso.

Me, myself and… Books #4

Siamo quasi a fine luglio e quindi metà anno è da poco passato. O da poco iniziato, dipende dal punto di vista. Aprendo l’applicazione GoodReads mi segnala che da gennaio ho letto soltanto quarantaquattro libri. Il primo libro letto nel 2020 è stato Il Baco da Seta di Robert Galbraith. Quest’ultimo altro non è che lo pseudonimo della famosa madre di Harry Potter, che io, non essendo il mio genere, non ho letto. Il baco da seta è la seconda avventura dell’investigatore privato Cormoran Strike e conferma ciò che il primo, Il richiamo del cuculo, aveva fatto conoscere. Con uno stile leggero ma per nulla noioso, personaggi approfonditi ma senza fastidiosa eccessività, una trama ben congegnata senza tuttavia cadere nel troppo macchinoso né nel banale, Galbraith diletta il lettore con cinquecento pagine che scorrono via con tranquillità. Protagonisti principali sono il già citato Cormoran Strike, ex agente del SIB della Royal Military Police, figlio di una rockstar e di una groupie, uomo corpulento, burbero con momenti di ironia, poco avvezzo alla comunicazione ma empatizzante nei riguardi dei più deboli, e Robin Ellacott che presentandosi nell’ufficio di Strike come rimpiazzo per una settimana finirà invece per dimostrarsi valida collaboratrice. Cormoran e Robin formano una coppia strana, ad una prima occhiata diversa, ma con molta chimica. Abbastanza grezzo lui, educata e sempre sorridente lei, sembrano formare le due facce della stessa medaglia. Con collaborazione e capacità deduttive, sbroglieranno la matassa della misteriosa scomparsa dell’eccentrico scrittore Owen Quine che, a quanto pare, avrebbe avuto in uscita un libro in cui venivano svelati vizi e segreti di molti suoi colleghi…
Il secondo titolo letto è stato Romanza senza parole di Sof’ja Tolstaja.
Sòf’ja Andrèevna Bers nasce nella tenuta di famiglia nei pressi di Mosca nell’agosto 1844. Il padre era medico della corte imperiale, la madre di nobile famiglia. Tolstoj già la conosceva e tra i due ci fu un incidente: lui, innamorato, in un raptus di gelosia la spinse facendola finire giù da un balcone con non simpatiche conseguenze. Questo episodio dice molto su come saranno i rapporti tra lui e Sonja, come era chiamata la moglie. E su quale fosse il carattere del padre di opere quali Anna Karenina, Guerra e Pace, I Cosacchi, Sonata a Kreutzer.
Donna dal carattere inquieto, Sonja visse accanto allo scrittore, che aveva il doppio della sua età, per quarantotto lunghi e sofferti anni dandogli tredici figli, con alcuni dei quali ebbe sempre rapporti conflittuali. Sonja fu una donna forte, caparbia, intelligente, amante della letteratura, valido aiuto per il marito nella stesura dei suoi scritti, ma al contempo fu afflitta da crisi, gelosie, manie suicide che la resero spesso ingestibile. Non che Lev fosse da meno… condivisero una esistenza ed una unione assai turbolenti che portarono spesso lui a fughe dalla famiglia. Sonja dovette combattere anche con molti detrattori, soprattutto i seguaci del marito. Se volete approfondire la conoscenza con Sonja vi consiglio la pagina di Wikipedia, ben scritta.
Rimasto chiuso in un archivio per moltissimo tempo, anche su volere dell’autrice, pubblicato solo nel 2010, Romanza senza parole narra le vicende di Saša, giovane e devota moglie che ha lasciato chiusa nel suo passato la passione per la musica per dedicarsi alla famiglia. Con la morte dell’amata madre entra in una profonda crisi da cui uscirà soltanto grazie alla ritrovata passione musicale anche se… Romanza senza parole ha molto di autobiografico; la lontananza dei due coniugi, il sentirsi incompresa dal marito, le passioni sopite. Una lettura piacevole, un personaggio, Saša, ben approfondito, una trama delicata, un libro che si lascia leggere ed apprezzare senza tuttavia troppe pretese.

Terzo titolo in ordine di lettura, Breve Storia del Corpo Umano di Bill Bryson.
Nato nell’Iowa nel 1951, doppia cittadinanza statunitense e inglese, scrittore e divulgatore con all’attivo una ventina di pubblicazioni, ha ricevuto diversi Honorary Doctorates e Breve Storia del Corpo Umano, The Body: A Guide for Occupants, è stato pubblicato nell’ottobre 2019.
Con il suo stile leggero, ironico, molto amichevole, con aneddoti e spiegazioni fruibili ed esaustive, Bryson accompagna il lettore alla scoperta di come funzioni il corpo umano, di come esso si prenda cura di sé stesso, facendoci stupire della nostra personale macchina delle meraviglie. Un esempio? Uno studio effettuato sull’ombelico di sessanta persone ha trovato 2.368 specie di batteri, di cui 1.458 sconosciute.

Ovviamente non ho alcuna intenzione di scrivere di tutte e quarantaquattro le letture, risulterebbe troppo lungo e anche troppo noioso. Quindi dividerò il riassunto in due parti, andando a terminare questa prima con due audiolibri. Sì, tra i 44 ce ne sono vari.
I ❤️ Audiobooks
I titoli sono Einstein e Io + Einstein Forever di Gabriella Greison.
Milanese del 1974, laureata in fisica nucleare, ha portato la fisica a teatro dando vita a monologhi incentrati sui suoi titoli divulgativi che parlano, appunto, del mondo della Fisica. La si trova anche in versione podcast e audiolibro su Audible, con programmi che spiegano questa difficile e complessa materia. Greison trasmette subito la sua contagiosa esuberanza ed il suo infinito amore per l’argomento, trascinando il lettore (o ascoltatore) nelle vite dei protagonisti della Fisica riuscendo a spiegarne la storia e le storie. In Einstein e Io, Greison da voce a Mileva Marić; prima moglie di Albert Einstein e prima donna ad aver accesso al Politecnico di Zurigo per studiare Matematica e Fisica, Mileva fin da bambina si era mostrata timida, introversa, razionale e molto intelligente con una mente matematica incredibile. La sua voglia di studiare, di sapere, di approfondire, aiutata dall’appoggio paterno, le aprì molte porte nonostante essere donna e voler studiare certe materie all’epoca era socialmente impensabile. Ma Mileva si mostra capace e caparbia. A Zurigo la sua vita si intreccia a quella del giovane Albert Einstein, con il quale vivrà una intensa ma anche travagliata storia sentimentale. La penna della Greison, nel caso del podcast la voce, rende viva e frizzante la memoria di Mileva, attraverso la quale conosciamo lei ed il suo geniale marito.
Marito che ritroviamo in Einstein Forever. Per quella che è una intensa dichiarazione d’amore, Greison si è documentata molto e questo si nota perfettamente in queste righe che ci mostrano un Einstein già icona globale, uomo geniale dalle mille sfumature, appassionato e istrionico, profondo nella sua umanità e nel suo interesse per le sorti del genere umano.

Continua…

Me, myself and… Books #3

Audiolibri #2

Dopo aver cianciato del mio rapporto con i libri ed aver parlato di due audiolibri, eccomi nuovamente a scrivere di altri due (audiolibri). Il primo è di facile reperibilità per tutti; grazie al programma Ad Alta Voce di Rai Radio3, dove a puntate vengono letti titoli di narrativa sia italiani che stranieri. La voce dello speaker è accompagnata da brani musicali e i libri letti vengono il più delle volte appositamente ridotti. Il titolo in questione è Guida Galattica Per Gli Autostoppisti e lo potete trovare QUI.

«In molte delle civiltà meno formaliste dell’Orlo Esterno Est della Galassia, la Guida galattica per gli autostoppisti ha già soppiantato la grande Enciclopedia galattica, diventando la depositaria di tutto il sapere e di tutta la scienza, perché nonostante presenti alcune lacune e contenga molte notizie spurie, o se non altro alquanto imprecise, ha due importanti vantaggi rispetto alla più vecchia e più accademica Enciclopedia: Uno, costa un po’ meno; Due, ha stampate in copertina, a grandi caratteri che ispirano fiducia, le parole “NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO”. […] E, nel caso in cui ci fosse un’inesattezza tra quanto riportato nella Guida e la Vita, ricordate che in realtà è la vita ad essere inesatta.»

The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy vide la luce nel 1978 sulle frequenze della BBC Radio come sceneggiato radiofonico in sette episodi. Altri cinque vennero trasmessi nel 1980 e dopodiché la Guida prese altre forme, quelle dei cinque romanzi di cui è composta la serie e quello della miniserie televisiva. Sulle frequenze di Ad Alta Voce viene letta dall’attore italiano Valerio Aprea. Mi sono imbattuta nella Guida anni fa, durante il periodo nel quale leggevo un po’ di tutto per capire quali fossero i miei gusti.

Arthur Dent si ritrova nello stesso giorno sfrattato da casa e dal pianeta, ma si salva grazie all’aiuto dell’amico Ford Prefect che lo coinvolgerà in un assurdo e alquanto improbabile viaggio ai confini dell’Universo. Con un nonsenso imperante, la Guida inizia con una fine e finisce con un inizio. Chi non conosce le battute sul 42, sul portarsi sempre appresso un asciugamano, sulla risposta alla domanda sulla vita, l’universo e tutto quanto? Fantascienza, fantasy e derivati non sono i miei generi e non sono neppure una esperta della Guida quindi la mia è solo una piccola e modesta opinione, eppure la Guida è un titolo che ho apprezzato e letto più volte (confesso mancarmi l’ultimo titolo, dovrò rimediare!). Divertente, può essere letto in più chiavi e si affronta con leggerezza e velocità. Le situazioni assurde, i personaggi strambi, le battute mai banali, i riferimenti onnipresenti, rendono la Guida una piccola chicca che può essere apprezzata sia dagli amanti del genere che non. Douglas Adams scrisse il primo capitolo della omonima serie nel 1979, adattando i primi quattro episodi dello sceneggiato radiofonico. L’ultimo capitolo, Praticamente Innocuo, nel 1992 otto anni dopo il penultimo, Addio e grazie per tutto il pesce, e nove prima dell’improvvisa morta causata da un attacco cardiaco.

Se il primo titolo di quest’articolo appartiene ad un genere non mio di cui rappresenta l’eccezione, il secondo titolo fa parte di un genere che apprezzo ma che ahimè mi ha delusa.

Cleopatra si trova in formato cartaceo, eBook e audiolibro. Alberto Angela sappiamo tutti chi è. Figlio di quel Piero che ha portato la divulgazione scientifica in televisione grazie a Quark, paleontologo, divulgatore anch’egli, giornalista, scrittore, conduttore di programmi sulle reti Rai. Al suo attivo ha una ventina di titoli e a mio avviso i suoi programmi migliori sono stati Passaggio a NordOvest e Ulisse – il piacere della scoperta. Questo Cleopatra. La regina che sfidò Roma e conquistò l’eternità, edito da Harper Collins, ha visto la luce nell’ottobre 2018 ed io l’ho ascoltato grazie ad Audible ed alla voce del doppiatore italiano Giuliano Bonetto. Sul sito della casa editrice si può leggere quanto segue.

Il mondo di oggi non sarebbe lo stesso senza Cleopatra, una sovrana colta, intelligente e dotata di una straordinaria abilità sia sul tavolo delle trattative che nelle guerre. Una donna di potere incredibilmente moderna per il passato e allo stesso tempo capace di provare grandi passioni amorose. Ma chi era veramente l’ultima regina d’Egitto? Lei, infatti, è nell’immaginario di tutti, però la sua figura storica è ancora in parte poco conosciuta e non priva di aspetti enigmatici a causa dei pochi dati certi che la riguardano. Alberto Angela ha deciso di ricostruire la vita e le abilissime mosse sullo scacchiere internazionale, ma anche gli amori e le passioni della regina che in un certo senso ha conquistato Roma, rintracciando le fonti storiche e consultando gli studi moderni, e accompagnandoci per mano tra le caotiche strade della capitale del mondo antico, sulle banchine dell’esotico porto di Alessandria d’Egitto e sui sanguinosi campi di battaglia, alla scoperta di persone, storie, usi e costumi.

Con tale prefazione mi aspettavo di venire informata su Cleopatra, sulla sua storia, sulla sua salita al potere, sulle sue politiche di governo e poi anche sull’aspetto sentimentale con le sue storie con Cesare e Marco Antonio. Già i primi capitoli raccontano dell’ultimo giorno di Cesare e questo va benissimo. I suoi ultimi pensieri, i suoi ultimi gesti, i suoi ultimi dubbi, le sue ultime interazioni con la moglie… con una esasperante lentezza sappiamo tutto di Cesare e delle sue ultime ventiquattro ore. E poi ci sono delle parentesi su Cleopatra, ma sono poche. Ecco arrivare in scena Marco Antonio ed il focus si sposta su di lui. Cleopatra è un poco più presente ma sempre figura abbastanza marginale, non viene detto nulla di nuovo su di lei che non si sia già letto o visto. E molte, troppe, sono le parti romanzate. E poi le ripetizioni, le parti allungate e quelle anche un poco noiosette. La delusione è stata molta ed alla fine non ho saputo nulla di più su Cleopatra che già non sapessi anzi, ho letto articoli su riviste non divulgative molto più interessanti di queste trecento pagine. Il titolo di un libro è importante, ne racchiude il perché. E questo di Alberto Angela annuncia Cleopatra ma ti racconta di tutt’altro.