Me, myself and… Books #15

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Uno dei titoli in lettura in questi giorni è Italiani per forza. Le leggende contro l’unità d’Italia che è ora di sfatare. Pubblicato nel marzo di quest’anno (per festeggiare i centosessant’anni dell’unità) da Solferino, disponibile sia in versione eBook che cartacea, è frutto della penna di Dino Messina. Giornalista del Corriere della Sera, Messina si è impegnato per più di un anno (diciotto mesi, a detta sua…), in ricerche molto approfondite al fine di cercare chiarezza su molti punti storici che a causa dei social (sempre loro…) sono divenuti perno di disinformazione e fake (termine moderno per indicare le sempre esistite notizie fasulle, che circolano in mezzo a noi dalla notte dei tempi…). Partendo dal mettere in chiaro che, nella maggioranza, il Sud desiderava una indipendenza che ha trovato ampia partecipazione alla conquista del Nord, quindi nessuna imposizione. Il Regno borbonico stava implodendo, flagellato da diverse problematiche ed un governante che rifiutava un ammodernamento necessario e giusto. La partecipazione di briganti e camorristi ed i casi Pontelandolfo e Fenestrelle vengono chiariti punto per punto, riportando dati chiari con testimonianze che Messina è andato personalmente a cercare, spiegando al lettore tutti i dove, i come ed i perché e aggiungendo una corposa bibliografia. L’intenso impegno e lavoro giornalistico sono evidenti pagina dopo pagina, fatte, queste, in uno stile scorrevole, che arriva facilmente al cuore della questione ma che, al contempo, sa informare in modo esaustivo.
Italiani per forza, è sicuramente un titolo da leggere in questo centosessantesimo compleanno. Un titolo che può fungere da porta verso un approfondimento ulteriore, più tecnico e più settoriale poiché i campi in gioco sono stati moltissimi ed il tumultuoso periodo pre, durante e dopo le vicende garibaldine è talmente vasto che non può ridursi ad un unico volume, seppur scritto con fluente capacità. Con Italiani per forza, il giornalista Dino Messina porta il lettore a capire quale sia il giusto metodo d’indagine per ottenere quella verità che è ben testimoniata e che, al contrario delle fake news, sottolinea quanto sia stato fatto per una unità di cui purtroppo si sta perdendo il senso.

Dino Messina era presente sabato nel tardo pomeriggio, alla Festa del Libro di Montereggio. Borgo medievale abbarbicato su un versante montano, circondato da castagneti e torrenti, le cui prime testimonianze si possono ritrovare in documenti datati tra la fine del 1200 e l’inizio del 1300, Montereggio vede fissi una cinquantina scarsi di abitanti e due chiese principali, una dedicata a Sant’Apollinare. È a Montereggio, uno dei tanti borghi da cui partivano i librai viandanti, che nel 1952 nacque il Premio Bancarella. A luglio, in questo piccolo e delizioso borgo, si è tenuto il festival del fumetto denominato Nuvole a Montereggio.

Me, myself and… Books #14

Oggi piove.
Una pioggia fine e intensa che ha rinfrescato parecchio l’aria. Finalmente!

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E mentre fuori continua a piovere, ho messo a cuocere la marmellata con i mirtilli comprati a Cerreto venerdì scorso ed ho finito l’ennesimo libro in lettura.

Di nuovo, un audiolibro.
I 🧡🤎🧡 AUDIOBOOKS‼️

Bill Bryson, nato in Iowa nel 1951, durante i primi anni universitari decise di prendersi una vacanza per girare in Europa. Torna, scrive un libretto sulle sue avventure, riparte (in compagnia del mitico Katz), trova lavoro in un ospedale psichiatrico dove incontra l’infermiera Cynthia che diverrà sua moglie, poi torna in USA assieme a lei per finire definitivamente gli studi universitari e poi, di nuovo, in Gran Bretagna. Trova lavoro come giornalista, insieme a moglie e figli cambia spesso città di residenza, poi torna per qualche anno nel New Hampshire e poi, forse definitivamente forse fino al prossimo prurito, eccolo sbarcare nuovamente in UK. Giornalista per diverse testate, scrittore di testi di saggistica, molto attivo nel campo della comunicazione e della conservazione del territorio, riceve molte lauree ad honorem e nel 2013 viene eletto, primo non britannico nella sua storia, Honorary Fellow della Royal Society. Possiede doppia cittadinanza, USA/UK. Dopo aver viaggiato e scritto quasi una ventina di libri, Bryson, nel 2020, annuncia di ritirarsi dalla scrittura.

Pubblicato in USA nel 1998 e in Italia con Guanda nel 2000, Una passeggiata nei boschi (A Walk in the Woods: Rediscovering America on the Appalachian Trail) racconta di quando Bryson, all’epoca residente nel New Hampshire, decise di percorrere il sentiero escursionistico Appalachian Trail insieme all’amico Katz (pseudonimo di Matt Angerer). Chilometro dopo chilometro, Bryson e Katz si imbattono in tipi eccentrici, luoghi sperduti, veri tuguri ma anche persone gentili e altruiste. Immersi nel verde e nella natura, si rendono conto di quanto su tutto imperi il guadagno economico, il turismo di massa, il pressappochismo. Qualcuno che ama ancora il Camminare, il vivere a contatto con la natura, lo sfidare sé stessi ad una sorta di ritorno alle origini dimenticando, almeno per un po’ di tempo, progresso e modernità, ancora si trova ma è sempre più una minoranza ed anche se rincuora, il toccare con mano quanto danno la nostra specie abbia inflitto alle altre e all’ambiente fa male, dà molto da riflettere. Con la sua solita verve, l’ironia a tratti pungente ma mai noiosa, con il suo saper divulgare non tediando ma anzi portando attenzione su temi importanti, Bryson ci regala l’ennesimo suo libro di viaggio, viaggio fisico e metafisico che muove il corpo e stuzzica la mente.

Me, myself and… Books #13

Qualche giorno fa ho raccolto della menta, che, assieme ad altri ingredienti e grazie al mortaio, è diventata un pesto fresco consumato durante il pranzo, il quale ha avuto come accompagnamento i capitoli finali di Viva il Latino di Nicola Gardini.

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Pubblicato nel maggio 2016 ed edito da Garzanti, Viva il latino nasce dalla penna di Nicola Gardini, molisano naturalizzato milanese, classe 1965, attualmente professore all’Università di Oxford, con alle spalle studi tra nuovo e vecchio mondo, latinista e scrittore e poeta e pittore…
Il latino, lingua italica d’antica origine indoeuropea, per Gardini è una passione che nasce da bambino e che tutt’ora arde e questo innamoramento traspare parola dopo parola, capitolo dopo capitolo. L’autore parla del suo incontro con il latino, del suo coinvolgimento, dei suoi studi. Parla con fervore dell’importanza che il latino ha avuto, ed ancora HA, nella storia italica e mondiale, la Bellezza ch’esso ha portato, che ha testimoniato nel corso dei secoli attraverso opere, proclami, poemi.


Viva il latino è un titolo presente in formato cartaceo, eBook e audio e proprio quest’ultimo, grazie ad Audible, ho ascoltato tramite la voce dell’autore stesso. E la voce ha dato maggior enfasi al profondo amore e rispetto che Gardini nutre per il latino. È stato come presenziare ad una lezione durante la quale l’insegnante inebria gli alunni con la passione per la Conoscenza, portata in essere tramite un’antica lingua non più parlata ma ancora pulsante. Viva il latino è una dichiarazione d’amore, un’ode moderna ad una complessa amante, che può essere apprezzata da chi ha studiato il latino ma anche da chi, purtroppo, non ha avuto questo privilegio coltivando tuttavia, nel proprio piccolo orticello, la gioia e la curiosità per il Sapere, per la Storia.
Tutto ha una storia, le parole per descriverla in primis ed il latino È parte fondamentale della storia delle parole. E della storia in sé.

Voce e saggio di Gardini, hanno fatto da sfondo ad un piatto di tartare di salmone, avocado, riso nerone, il tutto condito con il pesto alla menta di cui ho accennato ad inizio articolo. Il riso nero è originario della Cina e il nerone, integrale dal gusto aromatico e dalla lunga bollitura (circa quaranta minuti), è una varietà italiana che si differenzia dal Venere per grandezza del chicco. La varietà nerone viene coltivata nella Pianura Padana, nelle province di Novara e Vercelli. Poiché ha un indice glicemico molto più basso rispetto al classico riso bianco, può essere consumato da coloro che soffrono di diabete ed iperglicemia (in quantità controllate, ovviamente).

Me, myself and… Books #12

Il titolo originale pare un incrocio tra uno scioglilingua ed una formula magica, di quelle che una volta pronunciate appare un portale extradimensionale in grado di condurti in luoghi lontani e fantasiosi. Ed è proprio quello che mi è capitato perdendomi tra le pagine del libro in questione o meglio, ascoltandolo squisitamente letto dall’attore Vinicio Marchioni che con tono accattivante e voce bassa e roca porta in vita la storia di Long John Silver.
Pubblicato per la prima volta in Svezia nel 1995 dalla Norstedts Förlag, casa editrice tra le più antiche del paese, in Italia arriva tre anni più tardi grazie ad Iperborea. Long John Silver è l’immaginario pirata de L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson e quello narrato da Björn Larsson è l’altrettanto fittizio racconto della storia della sua lunga e avventurosa vita, fatta di ombre e luci, odio e amore, vendette e giustizie. John Silver non è né buono né cattivo, ma solo un Uomo che vuole Vivere, che ama la Vita in ogni sua sfaccettatura. Leggendo La vera storia del pirata Long John Silver, sentiamo il sole bruciare sulla pelle, il rumore dello sciabordìo contro le sponde della nave, respiriamo l’odore salmastro trasportato dalla brezza marina che gonfia le vele e ci conduce lontano, verso lidi ignoti dove la libertà è una condizione che deve essere ottenuta e mantenuta lottando contro abusi e soprusi da parte di capitàni perfidi ma capaci, tempeste che affondano navi, compagni pronti a venderti per un goccio di rum, taglie inflitte dalla Reale Marina pronta ad appenderti al più alto cappio. Ma, leggendo La vera storia del pirata Long John Silver, veniamo incantati anche dall’evidente lavoro dell’autore che mostra un impegno ed una passione veramente degni di nota. Luoghi, nomi, tecniche, modi di dire… tutto perfettamente studiato e riportato nel giusto contesto. Oltre ad essere un racconto avventuroso, con punte di filosofia della vita, La vera storia del pirata Long John Silver è anche un divertente manuale marittimo e di pirateria.
Ho letto, pardon ascoltato La vera storia del pirata Long John Silver con ventitré anni in ritardo rispetto all’uscita e forse è stato meglio così, questo ritengo sia un romanzo con più strati, più significati, uno di quelli il cui messaggio cambia a seconda dell’età in cui lo si affronta.
Si può trovare in versione cartacea, le edizioni Iperborea sono piccoli gioielli, in versione eBook ma anche audiolibro sia su Audible che Storytel grazie ad Emons Edizioni.

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L’ultimo capitolo dell’audiolibro è letto proprio dall’autore, Björn Larsson, che racconta la genesi del romanzo che in Italia ha ottenuto un grandissimo successo. E proprio quest’ultima parte l’ho ascoltata mentre il cielo si annuvolava, senza tuttavia togliere il caldo di luglio, gustando e rinfrescandomi con il mio frozen yogurt arancia e cocco senza saccarosio; Fage 0%, bevanda al cocco senza zuccheri aggiunti, polpa e buccia di una arancia frullati, un poco di eritritolo per dolcificare, poi in freezer mescolando ogni tanto per mantenere lo yogurt morbido e compatto. Uno snack o un dessert goloso e salutare.

Me, myself and… Books #11

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Concordo poco con la scelta del titolo italiano, in originale The Reluctant Mr. Darwin: An Intimate Portrait of Charles Darwin and the Making of His Theory of Evolution. Ecco, queste parole che compongono il titolo dicono chiaramente di cosa tratta il libro. Una breve biografia del padre dell’evoluzione tramite selezione naturale, un racconto del lungo periodo di gestazione e del perché tale periodo fu così lungo. Charles Darwin iniziò l’estenuante processo mentale che lo porterà alla più grande rivoluzione nel campo delle scienze della vita, durante il lungo viaggio a bordo del brigantino Beagle. Dal suo rientro in quel di Falmouth in Cornovaglia (2 Ottobre 1836) al giorno della pubblicazione di On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life (24 novembre 1859), trascorsero parecchi anni. Parecchi. Tramite questo volumetto pubblicato nel 2006, David Quammen ci parla dell’incubazione della teoria della trasmutazione (termine che Darwin preferiva ad evoluzione), dei mille e continui dubbi del suo autore, dei conflitti personali e dei drammi famigliari. The Reluctant Mr. Darwin è il ritratto chiaro ed esaustivo di un uomo complicato, pieno di domande e sempre alla ricerca del come e del perché. Un uomo allergico alla fama, alla socialità, alle manifestazioni in suo onore, che prediligeva lo studio continuo ed incessante sulla Vita. Trovo perfetto questo titolo come antipasto, da godere grazie alla sportiva e frizzante capacità divulgativa di Quammen, da leggere come introduzioni alla immensa bibliografia riguardante Charles Darwin.




In questa foto, The Reluctant Mr. Darwin è accompagnato da una delle mie colazioni preferite: oats pancake, fiocchi d’avena integrali, albume, latte vaccino, eritritolo (non uso saccarosio), lievito di birra fresco; una frullatina, riposo notturno in fondo al frigo e poi direttamente in padella per pancake soffici, leggeri e gustosamente sani. E in questa stagione delle belle e profumate fragole. Nutrimento per il corpo e nutrimento per la mente.

Me, myself and… Books #10

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Fuori il cielo è grigio e carico di nubi minacciose, gonfiate da un vento freddo a tratti molto forte. Chissà se era lo stesso cielo di centocinquantadue anni fa, quando George Eliot, pseudonimo di Mary Anne Evans coniugata Cross (1819 – 1880), scrittrice britannica tra le più importanti dell’età vittoriana, dovette accantonare la stesura del romanzo ambientato nella fittizia Middlemarch a causa della malattia del figlio dell’amante. Iniziato nel 1869, due anni dopo venne fuso all’altro racconto a cui Eliot diede vita nel 1870 e che vedeva come protagonista la figura di Dorothea. Nel 1872 il romanzo nella sua interezza venne pubblicato in otto libri e due anni più tardi, nel 1874, uscì in un unico volume ottenendo grande successo. Un’opera ambiziosa, che tratta dell’allora status femminile, di religione, di ipocrisia, di riforme. Un romanzo che come protagonista ha una città intera, la sua crescita, il suo sviluppo, il suo evolvere, visto attraverso personaggi quali Dorothea, Lydgate, Featherstone, la famiglia Vincy e tutta una serie di personaggi minori. Troppi. Veramente troppi. Un caos, nel vero senso della parola. Affrontare le lunghe, lunghissime pagine è stata davvero una scalata all’Everest. Nell’edizione Garzanti cartacea ne conta 1072…
Ho già accennato ai troppi personaggi che mi hanno causato un senso di confusione tale da darmi quasi il mal di testa. È un romanzo che ho trovato caotico, che abbisognerebbe, per i miei gusti, di una bella sfoltita. Le vicende del giovane medico Tertius Lydgate, il suo interesse per la medicina, per il progresso della scienza, passionale e orgoglioso, il matrimonio con Rosamund Vincy che pur apparendo come donna elegante e delicata dimostra una indole superficiale, egoista e incapace di scendere a compromessi. Mary Garth, schietta e gentile con idee molto salde, quasi l’opposto della bella Rosamund. Dorothea Brooke, intelligente e piena di ideali, incapace di uniformarsi allo standard femminile dell’epoca. Già questi nomi basterebbero a dare vita ad un intreccio interessante, ma George Eliot ne aggiunge molti altri, dando al coro troppe voci che finiscono per stridere l’una con l’altra. Aggiungiamo poi le riforme che all’epoca furono molte e molto discusse. Troppo. Un romanzo che per me è equivalso ad una discoteca. Ho apprezzato l’accuratezza, il realismo, le storie di Dorothea e Lydgate, l’impotenza dell’intelletto nei confronti dell’eterna ipocrisia del genere umano, ma ho fatto fatica in molti capitoli e molti passaggi, perdendomi per le strade di Middlemarch senza la più pallida idea del dove stessi andando e da dove provenissi. Saggistica e Classici sono le mie letture preferite, ma, ovviamente, non può piacere tutto.
Mi piace però questo Earl Grey Imperiale di La Via del Tè, qui in versione bustina poiché si tratta dell’omaggio che inseriscono negli ordini, l’ultimo dei quali mi è arrivato proprio in questi giorni. Un tè classico perfetto per una giornata da cielo grigio.

Me, myself and… Books #9

Disamina di un autore recentemente sopravvalutato

Era da tempo che gironzolavo attorno a questo titolo e questo autore, di norma quando mi accosto a titolo e autori gridati dal tam tam mediatico finisco (quasi) sempre per pentirmene. Ho altalenanti rapporti con la produzione definita moderna, col postmodernismo o contemporaneo poi… meglio lasciar perdere! Ma cosa c’entra un romanzo del 1965 col postmodernismo?

Quando morì, il 3 marzo 1994, John Edward Williams lasciò incompiuto il quinto romanzo, The Sleep of Reason, dopo averne pubblicati precedentemente quattro più due testi di poesie, The Broken Landscape: Poems (1949) e The Necessary Lie (1965), e curato edizione e introduzione di una antologia, English Renaissance Poetry: A Collection of Shorter Poems from Skelton to Jonson (1963).
Il primo romanzo, Nothing but the Night, venne pubblicato nel 1948 durante il periodo universitario, quando si iscrisse alla University of Denver dove poi conseguì un Bachelor of Arts (1949) e un Master of Arts (1950). Da notare che anche la raccolta di poesie The Broken Landscape risale a questo periodo. Nulla, solo la Notte, nella versione italiana, fu poi successivamente un po’ rinnegato dallo stesso autore e come tutti gli altri suoi romanzi passò in sordina riscuotendo una ben limitata accoglienza. Questo romanzo d’esordio è una palese scopiazzatura di personaggi e situazioni già note all’epoca, un protagonista straziato da una storia personale che lo mostra un po’ come una sorta di filosofeggiante antieroe dall’anima oscura. Confuso, vago, con momenti di patetismo inconsistente alternati a tentativi di lirismo pietosamente falliti a causa di una eccessività fastidiosa e improduttiva.
Nel 1960 pubblicò il secondo romanzo, Butcher’s Crossing, ambientato nel Kansas di frontiera del 1870. Cinque anni prima era ritornato a Denver dopo aver vissuto a Columbia, nel Missouri, dove si era iscritto all’omonima università per conseguire il dottorato in letteratura inglese. Il protagonista di questo romanzo di frontiera, il giovanissimo Will Andrews, lascia gli studi ad Harvard per trovare sé stesso nel lontano e selvaggio ovest. Protagonista e narrazione sono permeati dal trascendentalismo ispirato da Ralph Waldo Emerson, dove il dualismo uomo-natura può aiutare il primo a sconfiggere la corruzione della società (moderna) che corrode la di entrambi naturale bontà.
Mi è stato detto che questo libro l’ho letto cinque anni fa ma io non ne ho alcun ricordo!, nemmeno procedendo con la ‘seconda’ lettura ho avuto alcuna illuminazione. Fatto davvero più unico che raro… La solita prosa semplice, senza fronzoli, abbastanza scarna che in pochissime occasioni riesce tuttavia a dare anche buone descrizioni di accadimenti e ambiente. Il protagonista è un po’ scontato anche nella sua crescita, lo si segue senza troppe pretese. Gli altri personaggi sono assurdamente piatti e funzionali al protagonista, il che mi ha un po’ lasciata interdetta. Su GoodReads ho dato una stella a Nulla, solo la notte e due stelle a Butcher’s Crossing.
Il terzo romanzo arrivò cinque anni dopo, nel 1965, quando ormai era un professore di ruolo alla University of Denver. La frustrazione soprattutto lavorativa del protagonista, Stoner, è in parte autobiografica e recepita da Williams anche in svariati colleghi. Anche Stoner, come i precedenti tre romanzi, ricevette scarsa attenzione da parte di critica e pubblico. Tra l’altro l’autore stesso disse che era quasi certo della scarsa accoglienza che avrebbe ottenuto…
Di nuovo, ho ritrovato uno stile semplice e basilare all’osso, confuso, inadeguato, con costruzione di personaggi che non arrivano e totale incapacità di far pervenire l’ambientazione temporale. William Stoner, il protagonista, cresce in una fattoria ma mandato dal padre all’università, lascerà il percorso iniziale scegliendo l’amore per la letteratura. Un personaggio inetto per una storia inetta. Banale, sterile, a tratti veramente deludente. Un uomo passivo che mani in tasca si risveglia, più o meno, solo per i libri (quando Walker, il cattivo in comico odor di fiaba, si palesa per lordare il suo territorio). Una lettura che non mi ha lasciato nulla, una delle più sopravvalutate che abbia letto ultimamente. Su GoodReads ho assegnato una stella.
Al momento ho deciso di attendere un po’ prima di affrontare Augustus. Pubblicato nel 1972 dalla Viking Press, sette anni dopo Stoner, fu anche l’unico che ebbe un minimo di riscontro. In forma epistolare, il romanzo racconta la storia dell’imperatore romano Augusto, dalla giovinezza alla vecchiaia. Mescolando fatti storici con ricami inventati, Williams tratteggia una sorta di monologo di un Augusto quasi ‘costretto’ a certi comportamenti, a certe decisioni, per un bene superiore che va oltre uomini e periodo. Nel 1973, Augustus condivise il riconoscimento per la miglior fiction del National Book Awards con Chimera di John Barth.

Ad inizio articolo ho accennato al contemporaneo/postmoderno. Ebbene, parlando di Stoner e più in generale di John E. Williams, torno a riprendere un discorso iniziato per l’anniversario della morte di Aretha ed Elvis.
Nel mio pensiero a loro rivolto, ho riportato il termine cultura intensiva, accennando all’attuale sterile globalizzazione paragonabile al Nulla che divora Fantàsia. Stiamo assistendo, già a partire dagli anni ‘90 ma con preponderanza dal 2000, ad una inesorabile e miserevole targetizzazione portata avanti da aziende di vario genere, che siano governi, politica, merchandising… abbigliamento, cinema, televisione, musica, cibo, libri… Una cultura appiattita sul consumo.
Cultura Intensiva, appunto.
Parlando qui di libri e lettura, ciò che sta avvenendo è una scarnificazione di quelle che sono la ricchezza e la profondità della prosa, fino a giungere a elementi di una disarmante semplicità in senso negativo, una miseria di concetti, un impoverimento di linguaggio, storia, personaggi, svolgimento della narrazione. Leggendo autori Classici e precedenti gli anni ‘70/‘80 del Novecento del secolo scorso (definiti Moderni ossia dopo il 1945), nella maggior parte dei casi, anche con una struttura semplice, trame e personaggi trasmettevano un messaggio, potevano essere filosofiche lezioni di vita, spaccati di quella Storia da cui tutti discendiamo ma che non tutti abbiamo vissuto in prima persona. Personaggi con spessore, in negativo e in positivo. Una struttura corposa, studiata, ricca, acculturata. Al contrario, dagli anni ‘90 ma soprattutto dal 2000, la targetizzazione imperante ha portato ad un impoverimento, ad uno spolpare miseramente fino all’osso la struttura del romanzo, rendendolo anche globale nel senso fotocopia di quel già scritto e già visto che rende tutto una sorta di preoccupante e vuota clonazione. È ben risaputo il recente vizietto delle case editrici di creare sondaggi su cui basare sinossi da consegnare per lo sviluppo da mercificare a ghost-writers o autori stessi, all’unico scopo di pubblicare qualunque cosa per tenere alte le vendite ormai standardizzate. Ecco perché è sempre più frequente imbattersi in romanzi che sono già visti, che posseggono una struttura povera e con un linguaggio misero ed adeguato ai fenomeni di analfabetismo funzionale/di ritorno che stanno straziando la nostra Cultura e la nostra Società. Ed ecco che in questa ondata di ‘scarnificazione di quelle che sono la ricchezza e la profondità della prosa’ che porta al conseguente impoverimento della struttura e della storia, le opere di Williams rientrano perfettamente trovando finalmente il consenso non ottenuto quando era in vita.

Scrivere questo mio attento e minuzioso pensiero su Williams e sue opere, ha necessitato un accompagnamento dolce. Crumble di albicocche e mirtilli. Le albicocchine sono dell’alberello di amici dei miei genitori, quest’anno non ne ha fatte molte purtroppo… Mi piace abbinare frutta e spezie e qui ho mescolato albicocche e mirtilli con cannella, chiodi di garofano e cardamomo. Ed anche una spruzzatina di succo di limone. Le briciole le ho fatte con burro (io uso solo Beppino Occelli), farina integrale di farro, farina di grano saraceno, eritritolo (polialcol presente in alimenti fermentati) ed un pizzico delle stesse spezie usate con la frutta a tocchetti. In forno preriscaldato a 170º per un 12/15 minuti e quando il crumble si presenta ben dorato è pronto! È uno dei dolci che preferisco e lo faccio con frutta diversa e spesso sostituendo le farine con avena integrale e frutta secca sminuzzate un po’ grossolanamente. E non vedo l’ora che arrivi il mio amato autunno, dove il crumble sarà di mele e cannella accompagnato da una bella e calda tazza di tè, English Breakfast a colazione o Earl Grey nel pomeriggio. Sicuramente il crumble ha addolcito queste letture!

Me, myself and… Books #8

Ci voleva proprio un luogo da peace of mind per terminare la lettura del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio, titolo integrale Cento e cento e cento e cento pagine del Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire.
Quel cento ripetuto quattro volte indica il numero di pagine che il Vate consegnò al suo editore per la messa in stampa, che avvenne nel 1935.

Immagine tratta da Google

Tentato di morire sarebbe un richiamo all’incidente del 13 agosto 1922, nel quale D’Annunzio cadde dalla finestra della stanza della musica di Villa Cargnacco, poi Vittoriale degli Italiani, riportando gravi ferite e restando in bilico tra vita e morte diversi giorni. D’Annunzio stesso ribattezzò l’accadimento con una sorta di sprezzante ironia, il volo dell’Arcangelo… nel tempo però si sono succedute varie teorie; da quella del complotto politico, all’abuso di droghe, ma la più gettonata, divenuta anche un giallo, resta la spinta, volontaria o meno, da parte di una delle sorelle Baccara. Luisa, amante che gli fu vicina per lungo periodo, stava forse suonando al piano mentre D’Annunzio era alla finestra assieme alla di lei sorella Jolanda. Gesto di respingimento? O di gelosia? Cosa realmente accadde non sarà mai dato sapere, di certo resterà uno dei misteri, a volte tragici a volte strambi, legati al poeta.

La gestazione del Libro Segreto risale a molto tempo prima di quel 1935 nel quale venne stampata la prima edizione. Quella di D’Annunzio è una gravidanza che inizia (forse) dall’incidente nel quale perse l’occhio destro; nel gennaio 1916 costretto ad un ammaraggio in fase di rientro da una missione in quel di Trieste, il poeta perde la vista all’occhio destro finendo costretto a letto bendato anche all’altro. Assistito dalla figlia Renata, al buio, trascrive lo smarrimento, il dolore, l’orrore della guerra e la perdita dei compagni, la sensazione di sconfitta, tutta una serie di emozioni oscure e intimiste su dei cartigli preparati da Renata stessa, con frasi brevi e incisive, elogiando successivamente sé stesso per questa prova in un momento così nero. Ma che sia una sua tipica invenzione, soprattutto la storia dei cartigli, non toglie nulla al frammentismo col quale il poeta riporta un lato così profondo e celato del proprio essere.
Da tempo quindi D’Annunzio stava meditando un libro biografico veramente atipico ricco di interiorità, un testamento col quale gridare una ultima volta al mondo il suo protagonismo, il suo essere eccentrico, poliedrico, unico, con tutti ma da nessuna parte. Amante della passione, dell’amore, del lusso, del Piacere, D’Annunzio divide in due parti il Libro Segreto, Via Crucis e Del Libro segreto; nella prima, tratteggia infanzia, gioventù, crescita, le imprese in guerra, l’ardore per le sue idee politiche, le passioni per le sue donne ed anche quell’incidente dell’estate del 1922. Nella seconda parte, ciò che più giunge al lettore è lo strazio per l’arresa ad un fine vita sempre più imminente, il decadimento del corpo ed anche dello spirito, ma al contempo la visione della morte come una sorta di ultima sfida, di liberazione, di termine di quella roboante recitazione che è stata la sua vita.
Con una prosa frammentata che è quasi un delirio, tra scene mistiche, aforismi apparentemente confusi, evocazioni di forte potenza sensuale (riferiti alla Vita e alla Passione in senso generale), D’Annunzio si spoglia, si denuda emotivamente e mentalmente, mostrandosi in fine per ciò che realmente è. Sicuramente non per tutti, la lettura del Libro Segreto fa sudare ma è un appagamento fisico e mentale. È un atto intimo con l’ultima opera dell’Imaginìfico.

Tutta la vita è senza mutamento.
Ha un solo volto la malinconia.
Il pensiere ha per cima la follia.
E l’amore è legato al tradimento.

Me, myself and… Books #7

Chissà perché ci sono libri che conosciamo da una vita, che ci ritroviamo sempre in mezzo ai piedi, che ogni tanto consideriamo ma dura giusto un istante, per poi tornare a perdersi in quel limbo nebbioso e dubbioso dove galleggia un po’ di tutto.
Ecco, la trilogia de I Nostri Antenati fa parte di quel limbo, o meglio faceva parte…

Nel 1951 Elio Vittorini, scrittore traduttore e critico letterario, ideò per la Giulio Einaudi Editore la collana I Gettoni con la quale pubblicò opere di narrativa contemporanea dal 1951 al 1958. Alcuni titoli: Una diga sul pacifico di Marguerite Duras, I ventitré giorni della città di Alba di Beppe Fenoglio, Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, La biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, Il visconte dimezzato e L’entrata in guerra entrambi di Italo Calvino.
Quest’ultimo aveva iniziato la collaborazione con la Einaudi già a partire dai ventitré anni, prima vendendone i libri a rate e poi, dall’anno successivo, occupandosi dell’ufficio stampa. Ma era una strada tutta in salita, poiché note sono le riunioni del mercoledì durante le quali nomi quali Calvino, Vittorini, Einaudi, Pavese, Ginzburg, Cantimori, Bobbio, Giolitti, eccetera, facevano i libri, rivedendo, decidendo, approvando, scartando…
Fu proprio l’amico e collega Vittorini a spingere Calvino per la pubblicazione di Il Visconte Dimezzato (va ricordato che fu lo stesso Vittorini a rifiutare sia per Einaudi che per Mondadori, di cui fungeva da consulente letterario, il manoscritto de Il Gattopardo che bocciò e ribocciò e bocciò ancora…).
Primo titolo della già citata trilogia de I Nostri Antenati, è un romanzo storico, fantastico e soprattutto umoristico, ma anche filosofico.
Medardo Visconte di Terralba giunge in Boemia per partecipare alla guerra contro i Turchi. Durante una battaglia viene colpito da una palla di cannone che lo taglia letteralmente in due. La parte destra è quella che subito viene rinvenuta e curata e, tempo debito, armata di stampella, fa ritorno a Terralba. Ben presto i poveri sudditi del visconte soprannominano il lato sopravvissuto Il Gramo, poiché cattiveria e crudeltà sono ciò che il mezzo Medardo porta ovunque. Ma ecco che fa ritorno, inaspettatamente, il lato sinistro, Il Buono. E così le due metà del visconte Medardo vagano per il feudo lasciandosi dietro una scia di cattiveria e bontà. Troppa cattiveria, ma anche troppa bontà… si sa, il troppo stroppia e nessuno è mai veramente contento e soddisfatto. Degli altri ma anche di sé stesso.
Quante volte ci siamo sentiti ingiusti verso di noi mentre facevamo qualcosa per amici o parenti o vicini. Altrettanto, ci sarà capitato di sentirci un po’ troppo egoisti. Spesso delusi e inappagati sia della persona che fissiamo guardandoci allo specchio, che del vicino o del parente che doveva…, avrebbe potuto…, però…
Ed è macinando tutte queste considerazioni che ci facciamo accompagnare nell’evolversi della storia dalla voce del ragazzino orfano e nipote del dilaniato Medardo, allevato dalla balia Sebastiana e sempre pronto a seguire o parlare di questo e quello. Con ironia, uno stile semplice e comprensibile ma mai banale, leggero riuscendo però al contempo a comunicare molto al lettore, Calvino con Il Visconte Dimezzato ci parla di come nessuno sia solo buono o solo cattivo, di quanta incompletezza a volte viviamo, di quanto sia fondamentale non soltanto non giudicare (in base a qualche sparuto indizio), ma avere la capacità intellettuale di raccogliere tutte le informazioni possibili per formarsi una opinione e guardare le cose, qualsiasi cosa, una persona un episodio un evento, in una totalità che forse potrà essere realmente utile alla società e quindi, di conseguenza, anche a noi stessi.

Ho ascoltato Il Visconte Dimezzato su Audible, ma potete trovarlo anche su Libro Parlato e Storytel, grazie alla voce di Dario Sansalone, doppiatore e attore della ADAP, che con tono leggiadro ma ben impostato, chiaro e attento, ha dato vita al raccontare del nipote di Medardo. E l’ho ascoltato quasi sempre a colazione, proprio in queste mattine in cui fresco e umidità sono tornate dopo molte e molte settimane di fin troppo caldo. Detesto il caldo, non mi garba nemmeno il termine detestare (dal latino de – testari, rifiutare una testimonianza, ma più dichiarare innanzi agli dèi il voler allontanare da sé qualcosa o qualcuno che non si tollera), ma è un verbo che ben dichiara ciò che provo per la cosiddétta bella stagione. Ecco quindi che queste giornate di fresco settembrino, iniziate dopo i forti temporali di sabato e domenica, mi vedono di nuovo frizzantina poiché così come il caldo mi spegne, il fresco/freddo mi accende. E ritrovo anche il piacere di una bella colazione a modo mio, una delle tante che mi piace prepararmi. Qui, pane integrale, burro di arachidi (entrambi fatti in casa) e caffè.
La biga liquida, o poolish (parrebbe derivare da polish, polacco, storpiato poi in poolish, in quanto questa biga liquida avrebbe avuto origine in Polonia, per poi arrivare in Gran Bretagna attraverso i panettieri austro-ungarici), è un innesco, uno starter, un pre-impasto liquido; richiede acqua, lievito di birra e farina forte. Più aumenta il tempo di fermentazione e meno lievito va impiegato. Poiché io non uso prodotti raffinati, men che meno farine!, dopo varie prove ho trovato il poolish ideale (per me): farina tipo 2, acqua, lievito di birra in quantità rispettivamente 1:1,5 e 1 g o poco meno. Fermentazione in luogo chiuso, sui 22/23º per 12 ore. Il luogo è il classico forno, aprendo il quale mi raggiunge ogni volta un profumo come di birra davvero invitante! Dopodiché l’impasto con poolish, il doppio della farina (rigorosamente mix integrali!) usata per la biga, olio evo, un micro pizzico di sale (non uso sale né zucchero aggiunti) e acqua. L’idratazione è fondamentale, soprattutto con farine integrali. Di nuovo luogo chiuso, 22/23º, dodici ore. Nelle prime due procedo alle classiche piegature. A volte inserisco anche un mix di semi vari (lino, girasole, zucca, sesamo). Infine in forno a 180º, un’oretta scarsa. L’alveolatura non sarà ovviamente come quella ottenuta con farine raffinate, ma il risultato è nettamente più salutare. Mi diverto a fare forme diverse, anche se solitamente prediligo tipo filoncino o pagnottina.

Per il burro di arachidi sono armata di pazienza, poiché sguscio il suddetto legume e ne faccio un mezzo chilo abbondante, ma anche di un buon e potente frullatore. Ci vuole un po’ di tempo ed imparare a non far scaldare troppo l’impasto, oltre che la macchina. Alla fine ottengo due bei vasetti che ripongo in fondo al frigorifero.
Per il caffè, uso solo la moka e i grani che macino sul momento. Grani che conservo in un contenitore ermetico, in luogo possibilmente asciutto (anche se la pressante umidità degli ultimi anni gioca assai a mio sfavore) e in estate potendo al fresco.
Audiolibro e sana colazione sono una combo perfetta per iniziare la giornata, terminato Calvino ora devo decidere cosa ascoltare. E trovare il giusto abbinamento con la prossima colazione!

Me, myself and… Books #6

In diverse occasioni mi è capitato di leggere che il Mazagran viene considerato come il caffè freddo originale.

Il racconto vorrebbe che soldati della French Foreign Legion, la Legione Straniera Francese, durante l’assedio della fortezza di Mazagran, in Algeria, nel 1840, per trovare refrigerio dalla pressante calura bevessero un miscuglio fatto con acqua fredda e sciroppo di caffè oppure acqua fredda nel caffè, per ovviare alla mancanza di liquori che usavano aggiungere alla scura e famosa bevanda. Rientrati in patria, portarono con loro l’usanza di questo nuovo modo di bere il caffè che prese il nome dalla fortezza algerina.

Dalla Francia poi a tutto il mondo. Nella versione portoghese possono essere previsti, in aggiunta al caffè, limone o menta e/o rum. E il rum è presente anche nella versione austriaca. In quella australiana ci sono latte, molto zucchero ed anche panna e gelato. In Canada viene venduto una sorta di denso sciroppo di caffè che poi viene diluito e servito con panna o anche latte e/o cioccolato a seconda del gusto del bevitore; tale bevanda viene chiamata Iced Capps. In Cile c’è il Café Helado, dove al caffè vengono aggiunti gelato, dulce de leche, vaniglia, cannella, panna montata. In India va molto una sorta di smoothie fatto con caffè istantaneo e latte ghiacciato, a volte anche gelato alla vaniglia. In Giappone l’usanza di bere caffè freddo la si poteva trovare già nell’epoca definita Taishō, così chiamata per l’omonimo e centoventitreesimo imperatore che regnò dal 30 luglio 1912 al 25 Dicembre 1926; al caffè freddo venivano aggiunti latte e sciroppo di gomma arabica (gomme syrup). In Grecia, Romania e Cipro sono molto richiesti dei frappé fatti con caffè istantaneo, acqua ghiacciata, zucchero e a volte latte. In quel di Valencia già dall’Ottocento si usava servire la tazzina di caffè accompagnandola con un altro bicchiere colmo di ghiaccio (cubetti) ed una fettina di limone. Il consumatore stesso, ancor oggi, versa il caffè nel bicchiere col ghiaccio prima di consumarlo. La versione valenciana si chiama Café del Tiempo ed è parente della portoghese ma anche dell’italiana. Il Caffè in Ghiaccio, tipico del Salento, viene servito assieme ad un bicchiere contenente ghiaccio nel quale viene versato per poi essere bevuto. E poi c’è il caffè alla leccese, dove dopo aver versato il caffè appena fatto nel bicchiere contenente ghiaccio si aggiungono pochi cucchiai di latte di mandorla. Ed infine eccoci al caffè shakerato: caffè espresso, cubetti di ghiaccio, zucchero e volendo liquore alla vaniglia; il tutto viene shakerato e servito preferibilmente in coppe da Martini.

Il caffè shakerato, che nella mia versione prevede solo caffè e cubetti di ghiaccio, è accompagnato da Stereotipi e Pregiudizi, pubblicato da Il Mulino e datato 1997. L’autore è Bruno M. Mazzara, professore ordinario presso La Sapienza di Roma di cui è stato, dal 2016 al 2019, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale.

La nostra è una specie sociale che vive in gruppi ed è anche una specie che necessita di semplificazioni, intese come concetto base di ragionamento. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi esperimenti per capire perché tendiamo a raggrupparci. Tra di questi molto famosi furono quelli di Muzafer Sherif e di sua moglie Carolyn Wood Sherif. Entrambi psicologi sociali che lavorarono sugli aspetti psicologici di norma e giudizio sociali, sul perché della naturale tendenza alla formazione di gruppi e sul funzionamento di questi.

Sherif & Sherif

Se quella del gruppo è una necessità biologica ed evolutiva, i meccanismi del loro funzionamento sono molto più complessi. Proprio per questo intrinseco bisogno di raggrupparci dobbiamo anche trovare differenze tra il nostro gruppo e quello altrui. Da qui all’affermare che i tedeschi sono algidi, i genovesi taccagni, gli asiatici tutti uguali beh, il passo è breve. Ma dietro il bisogno di differenziare il nostro gruppo e quello degli altri, si nasconde l’uso pericoloso che stereotipi e pregiudizi possono arrecare conducendo l’Uomo a guerre e persecuzioni. Il saggio è suddiviso in tre capitoli principali dove in più paragrafi vengono spiegati cosa sono stereotipi e pregiudizi, come nascono, come vengono vissuti da individui e gruppi. Lo stile è chiaro, esaustivo, senza fronzoli né tecnicismi che potrebbero spaventare il lettore. La lettura è consigliata. La versione cartacea conta 127 pagine, ma lo si può trovare anche in digitale ed in audiolibro.

Concludo con una splendida ciliegina: l’etimologia. Pregiudìzio: dal latino praeiudicium, parola composta da prae, pre, e iudicium ossia giudizio. Giudizio anticipato; nel diritto romano il praeiudicium era una azione che poteva influire sulle decisioni del giudice poiché veniva portata in essere prima del giudizio definitivo. Stereòtipo: questo termine deriva dal neologismo francese stéréotype che merita qualche parola in più. Nato nel 1682, François Didot fu il capostipite di una famosa famiglia francese di stampatori, editori e tipografi; nel 1795 il nipote Firmin brevettò un nuovo metodo di stampa, lo stereotipo parola composta dal greco stereos, duro/rigido, e da typos, immagine/impressione. Il significato odierno di stereotipo è quello di opinione precostituita molto semplificata e soprattutto condivisa dalla massa di persone, luoghi, accadimenti, eccetera. Pregiudìzi e stereòtipi, oggi, indossano quindi negative accezioni.