Gli ultimi 42 minuti…

photo by me

Nel novembre 1839 Maria Ann Smith ed il marito Thomas arrivarono in Australia dall’East Essex a bordo della Lady Nugent, andando a vivere nei pressi di Ryde, New South Wales. Maria Ann e Thomas avevano già avuto diversi figli e nella loro nuova casa lei venne conosciuta come Nonnina Smith, molto stimata dalla comunità. Maria Ann amava preparare torte di frutta fresca che ella stessa coltivava. E fu proprio nel suo compost che un giorno del 1868 vide esser spuntata una piantina nuova. Se ne prese cura e nel 1876, dopo la morte di Thomas, Maria Ann era morta nel 1870, il frutticoltore Edward Gallard acquistò parte della fattoria degli Smith sviluppando la piantina di Maria Ann, i cui frutti vennero chiamati in suo onore Granny Smith.
Io adoro le Granny Smith e adoro usarle per cucinare torte, da quelle tipiche italiane all’americana Apple Pie.
Evidentemente la Granny Smith piaceva anche ai Beatles dato che la scelsero come logo della loro Apple Corps Limited, fondata nel 1968 e che a fine anni ‘60 del secolo scorso vedeva la propria sede nel cosiddetto Apple Building, al 3 Savile Road.
E proprio sul tetto dell’Apple Corps il 30 gennaio 1969 i Beatles improvvisarono quella che poi sarebbe risultata la loro ultima performance pubblica. Insieme al tastierista Billy Preston suonarono nove riprese di cinque canzoni per un totale di quarantadue minuti, prima che la polizia entrasse nell’edificio interrompendo l’esibizione.

Reperti (quasi) archeologici

Sono trascorsi quasi trent’anni dal giorno in cui decisi di scostarmi dai miei soliti ascolti ed avventurarmi nell’acquisto della musicassetta (!!) di un gruppo sconosciuto, appartenente ad un genere non propriamente mio, di cui ero rimasta piacevolmente colpita da una canzone ascoltata per caso alla radio. Una canzone orecchiabile, allegra, che mi dava buonumore.
All’epoca, nella mia piccola città, c’era un negozietto di musica, il proprietario e gestore a volte dava l’impressione di sapere mentre altre… il dubbio era ben forte! Quella volta ebbi fortuna. Non riuscendo mai a beccare il momento in cui venivano detti titolo ed autore, riportai il ritornello su un foglietto e tentai la sorte. E vinsi! Insomma, ottenni ciò che cercavo. Tutta felice me ne tornai a casa ma dovetti attendere di essere sola, soprattutto dovetti nascondere bene il nuovo acquisto. E poi finalmente ebbi tempo ed opportunità per inserire la cassetta nel mangianastri, quanto mi sento vecchia ad usare questi termini ma sinceramente c’era un qualcosa che col digitale si è perso. La bellezza dell’imperfezione… Comunque, pigiai il tasto play e mi misi in ascolto.
La canzone che mi interessava, e che era stata causa di quell’acquisto, era la prima del lato B ma non potevo certo saltare di palo in frasca! Mi piacque molto l’ascolto, alcuni pezzi più di altri, ma infine decisi che fosse stata una buona spesa. Ero soddisfatta!
Quello rimase l’unico acquisto e l’unico interesse per quella band, non solo perché apparteneva ad un genere non mio, ma soprattutto ascoltando qualche pezzo degli album successivi, sempre grazie alla radio, li ritrovai anni luce dai miei gusti. Era stata solo quella canzone a colpirmi e la cassetta mi era piaciuta. Punto. Fine esperienza con il gruppo degli Spin Doctors, band newyorkese formatasi nella seconda metà degli anni ‘80 del secolo scorso; inizialmente sotto il nome Trucking Company che comprendeva il chitarrista canadese Eric Schenkman, l’armonicista John Popper ed il cantante Chris Barron, successivamente Popper lasciò ed arrivarono Aaron Comess alla batteria e Mark White al basso. Nella primavera 1989, con questa formazione, nascevano gli Spin Doctors.
A quanto pare sono ancora attivi, tra alti e bassi hanno pubblicato sei studio album e tre live album ed hanno rilasciato dodici singoli, sempre nel loro genere Alternative/Funk/Jam. La canzone che mi colpì era Two Princes che ad oggi rimane uno dei loro più grandi successi internazionali. Fu pubblicata come singolo nel 1993, grazie al successo ottenuto in radio, arrivando settima in classifica USA, prima in Islanda e Svezia, seconda in Canada e terza in Australia. Nella musicassetta era la prima traccia del lato B dello studio album di debutto, uscito il 20 agosto 1991, Pocket Full of Kryptonite; inizialmente vendette 60.000 copie ma diverse stazioni radio iniziarono a passare continuamente il singolo Little Miss Can’t Be Wrong a metà del 1992 e successivamente il già citato Two Princes. Gli ascolti ebbero successo e portarono l’album ai primissimi posti delle classifiche Billboard Heatseekers e Billboard 200. Pocket Full of Kryptonite è stato l’album più venduto degli Spin Doctors ed è stato certificato cinque volte disco di platino dalla RIAA.
Pocket Full of Kryptonite è una citazione dalla traccia di apertura, Jimmy Olsen’s Blues, nella quale il personaggio dei fumetti di Superman cerca di convincere Lois Lane a preferire lui al supereroe in calzamaglia. Il richiamo a Superman si trova anche nella immagine di copertina, una cabina telefonica.

Yeah
One, two princes kneel before you
That’s what I said now
Princes, princes who adore you
Just go ahead now
One has diamonds in his pockets
And that’s some bread now
This one said he wants to buy you rockets
Ain’t in his head now

This one, he got a princely racket
That’s what I said now
Got some big seal upon his jacket
Ain’t in his head now
You marry him, your father will condone you
How ‘bout that now?
You marry me, your father will disown you
He’ll eat his hat now

Marry him, or marry me
I’m the one that loves you, baby, can’t you see?
I ain’t got no future or family tree
But I know what a prince and lover ought to be
I know what a prince and lover ought to be


aMici Speciali…

foto mia

Lo so, lo so, c’è un pezzetto di gamba/tuta che rovina l’immagine o forse no, a me piace così, piace il fatto che al micionzolo piaccia spaparanzarsi vicino a me, farsi grattugiare e poi ronfolare… e mentre lui ronfola, cullato dal venticello in mezzo al prato, io studio macchie, striature, colori, pelo… si possono riconoscere dei pois sulla pancia, la M sulla fronte, ha due evidenti righe che segnano le guance e il sottomento bianco, il naso è rosa salmoncino e qui non si vede ma coda e zampe hanno anelli neri. Quindi dovrebbe essere mackerel tabby, detto anche Tigrè. Una delle tipologie di mantelli del Gatto Europeo. Ma è un Gatto Europeo? O è un Soriano?

Soriano è semplicemente uno dei termini con i quali indichiamo il gatto meticcio, tutti quei randagi che compongono colonie ad esempio e di cui non si sa bene la provenienza. Europeo è una razza, ufficialmente riconosciuta e come tutte le razze rispondente a determinate caratteristiche. Tommy, lo stronzetto di casa, è un Europeo. Il pazzerello qui sopra nella foto invece è parte della famigliola di cui mi occupo e che sta fuori perché Tommy in casa non vuole nessuno, pena la morte…
Quella dell’Europeo è una delle tante razze ufficialmente riconosciute esistenti, su alcuni siti si legge una sessantina e su altri un centinaio.
L’origine del gatto ha ancora molti punti da chiarire. I primi avvicinamenti uomo-gatto avvennero nella Mezzaluna Fertile, attorno ai 9.000/10.000 anni fa, quando i primi agricoltori stanziali diedero ai progenitori del gatto domestico la possibilità di caccia (i topi che si trovavano nei luoghi di accumulo scorte), ma anche altre fonti di cibo presenti nei primi insediamenti. A Cipro è stata rinvenuta una tomba al cui interno, acciambellato non molto distante da resti umani, si trovava un gatto. La tomba dovrebbe risalire a circa 8.000/8.500 anni fa, quindi molto prima dell’apparente domesticazione da parte degli antichi egizi.
Nel villaggio agricolo di Quanhucun nello Shaanxi, Cina, sono state ritrovate evidenti tracce di una chiara convivenza tra uomo, gatto e roditore risalenti a 5/5.500 anni fa; una dieta a base soprattutto di miglio, uno dei cereali maggiormente coltivati, per tutte e tre le specie ed in alcuni gatti, già non più appartenenti alla linea selvatica ma non ancora quella attuale domestica, quindi una via di mezzo, la dieta era stata di meno carne e più cereale a dimostrare che fosse l’uomo a nutrirlo, sicuramente per quell’aiuto iniziale nella caccia ai roditori divenuto col tempo un legame anche affettivo.
Alcune ricerche genetiche compiute su una vasta porzione di felini domestici ha dimostrato che i gruppi selvatici Felis silvestris silvestris (gatto selvatico europeo), F. s. lybica (gatto selvatico del Vicino Oriente), F. s. ornata (gatto selvatico dell’Asia centrale), F. s. cafra (gatto selvatico dell’Africa meridionale) e F. s. bieti (gatto del deserto cinese), rappresentano una sottospecie distintiva di Felis silvestris. In pratica da questi cinque felini selvatici, sottospecie di Felis silvestris, derivano le tantissime razze del moderno gatto domestico, Felis silvestris catus.

È nota l’importanza che la figura del gatto ricopriva nell’antico Egitto. Radersi le sopracciglia in segno di lutto per la perdita del gatto di casa era usanza comune, così come, potendo, farlo imbalsamare. Inutile riportare le varie divinità egizie inneggianti il piccolo felino, a partire dalla dea Bastet… L’uccisione volontaria di un gatto comportava pene assai severe! Myeou e Techau erano i termini usati (sempre dagli antichi egizi) per indicare gatto maschio e gatto femmina. In Grecia si passò dall’Ailouros (‘dalla coda mobile’) di Erodoto a Kàttos, Cattus poi in latino. Per i Romani era Felis, da cui deriva l’odierno felino. Il Cattus latino, da cui derivano la maggior parte dei termini moderni, è forse di origine nubiana, Kadis, o celto-germanica, Cat/Chazza. E proprio grazie anche ai Romani, il gatto arrivò un po’ ovunque giungendo al numero attuale di seicentocinquanta milioni… ?! Sarà una stima o una cifra precisa? Pur amandoli ammettiamolo, sono troppi. Ecco perché occorre una seria e scrupolosa campagna di sterilizzazione e di controllo nascite.

A little bit of Country… #12

Il 25 Agosto 1979 in testa alla Billboard Hot Country Songs si trovava The Devil Went Down To Georgia. Ventuno settimane totali in classifica, di cui una al primo posto, ed una lunga storia alle spalle.

Vassar Clements (1928 – 2005) è stato definito il padre del Hillbilly Jazz. Virtuoso del violino, creò questo sound unendo Jazz, Bluegrass, Swing, Country Music. Musicista di enorme talento, ebbe una vita movimentata e collaborò con una infinità di artisti di vari generi. Nel 1975, su etichetta Mercury, pubblicò l’album che porta il suo nome e contenente una decina di tracce. Tra di queste Lonesome Fiddle Blues, che Clements scrisse nel lontano 1948.

Nella registrazione dell’album, alla chitarra suonava un certo Charlie Daniels.

Qualche anno più tardi, nel 1979, Charlie e la sua band stavano cercando un pezzo da inserire nell’album in preparazione, Million Mile Reflections, dedicato a Ronnie Van Zant (Lynyrd Skynyrd plane crash). Ecco tornare Lonesome Fiddle Blues. Una rimaneggiatina alle ottave, un testo ad hoc più parlato che cantato ed ecco sfornato il successo. Scala classifiche Country e Pop, vince un Grammy come Best Country Vocal (1979), viene inserita nella colonna sonora del film Urban Cowboy (film che diede vita ad un filone Pop-Country assai deprimente per gli amanti del Pure Country…). Il sound è un mix di Southern Rock, Country, Bluegrass; il testo parla della sfida tra Johnny, virtuoso violinista, e il diavolo in persona che non accetta di essere secondo a nessuno. Le sfide sono suonate al violino proprio da Charlie Daniels.

The devil went down to Georgia he was lookin’ for a soul to steal
He was in a bind ‘cause he was way behind
And he was willing to make a deal
When he came across this young man
Sawing on a fiddle and playing it hot
And the devil jumped up on a hickory stump
And said, “boy let me tell you what I guess you didn’t know it but I’m a fiddle player too
And if you’d care to take a dare I’ll make a bet with you”
“Now you play pretty good fiddle, son but give the devil his due
I bet a fiddle of gold against your soul I think I’m better than you”
The boy said, “my name’s Johnny
And it might be a sin but I’ll take your bet and you’re gonna regret
I’m the best that’s ever been”
Johnny you resin up your bow and play your fiddle hard
‘Cause hell’s broke loose in Georgia and the devil deals the cards
And if you win, you get this shiny fiddle made of gold
But if you lose, the devil gets your soul

Me, myself and… Books #6

In diverse occasioni mi è capitato di leggere che il Mazagran viene considerato come il caffè freddo originale.

Il racconto vorrebbe che soldati della French Foreign Legion, la Legione Straniera Francese, durante l’assedio della fortezza di Mazagran, in Algeria, nel 1840, per trovare refrigerio dalla pressante calura bevessero un miscuglio fatto con acqua fredda e sciroppo di caffè oppure acqua fredda nel caffè, per ovviare alla mancanza di liquori che usavano aggiungere alla scura e famosa bevanda. Rientrati in patria, portarono con loro l’usanza di questo nuovo modo di bere il caffè che prese il nome dalla fortezza algerina.

Dalla Francia poi a tutto il mondo. Nella versione portoghese possono essere previsti, in aggiunta al caffè, limone o menta e/o rum. E il rum è presente anche nella versione austriaca. In quella australiana ci sono latte, molto zucchero ed anche panna e gelato. In Canada viene venduto una sorta di denso sciroppo di caffè che poi viene diluito e servito con panna o anche latte e/o cioccolato a seconda del gusto del bevitore; tale bevanda viene chiamata Iced Capps. In Cile c’è il Café Helado, dove al caffè vengono aggiunti gelato, dulce de leche, vaniglia, cannella, panna montata. In India va molto una sorta di smoothie fatto con caffè istantaneo e latte ghiacciato, a volte anche gelato alla vaniglia. In Giappone l’usanza di bere caffè freddo la si poteva trovare già nell’epoca definita Taishō, così chiamata per l’omonimo e centoventitreesimo imperatore che regnò dal 30 luglio 1912 al 25 Dicembre 1926; al caffè freddo venivano aggiunti latte e sciroppo di gomma arabica (gomme syrup). In Grecia, Romania e Cipro sono molto richiesti dei frappé fatti con caffè istantaneo, acqua ghiacciata, zucchero e a volte latte. In quel di Valencia già dall’Ottocento si usava servire la tazzina di caffè accompagnandola con un altro bicchiere colmo di ghiaccio (cubetti) ed una fettina di limone. Il consumatore stesso, ancor oggi, versa il caffè nel bicchiere col ghiaccio prima di consumarlo. La versione valenciana si chiama Café del Tiempo ed è parente della portoghese ma anche dell’italiana. Il Caffè in Ghiaccio, tipico del Salento, viene servito assieme ad un bicchiere contenente ghiaccio nel quale viene versato per poi essere bevuto. E poi c’è il caffè alla leccese, dove dopo aver versato il caffè appena fatto nel bicchiere contenente ghiaccio si aggiungono pochi cucchiai di latte di mandorla. Ed infine eccoci al caffè shakerato: caffè espresso, cubetti di ghiaccio, zucchero e volendo liquore alla vaniglia; il tutto viene shakerato e servito preferibilmente in coppe da Martini.

Il caffè shakerato, che nella mia versione prevede solo caffè e cubetti di ghiaccio, è accompagnato da Stereotipi e Pregiudizi, pubblicato da Il Mulino e datato 1997. L’autore è Bruno M. Mazzara, professore ordinario presso La Sapienza di Roma di cui è stato, dal 2016 al 2019, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale.

La nostra è una specie sociale che vive in gruppi ed è anche una specie che necessita di semplificazioni, intese come concetto base di ragionamento. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi esperimenti per capire perché tendiamo a raggrupparci. Tra di questi molto famosi furono quelli di Muzafer Sherif e di sua moglie Carolyn Wood Sherif. Entrambi psicologi sociali che lavorarono sugli aspetti psicologici di norma e giudizio sociali, sul perché della naturale tendenza alla formazione di gruppi e sul funzionamento di questi.

Sherif & Sherif

Se quella del gruppo è una necessità biologica ed evolutiva, i meccanismi del loro funzionamento sono molto più complessi. Proprio per questo intrinseco bisogno di raggrupparci dobbiamo anche trovare differenze tra il nostro gruppo e quello altrui. Da qui all’affermare che i tedeschi sono algidi, i genovesi taccagni, gli asiatici tutti uguali beh, il passo è breve. Ma dietro il bisogno di differenziare il nostro gruppo e quello degli altri, si nasconde l’uso pericoloso che stereotipi e pregiudizi possono arrecare conducendo l’Uomo a guerre e persecuzioni. Il saggio è suddiviso in tre capitoli principali dove in più paragrafi vengono spiegati cosa sono stereotipi e pregiudizi, come nascono, come vengono vissuti da individui e gruppi. Lo stile è chiaro, esaustivo, senza fronzoli né tecnicismi che potrebbero spaventare il lettore. La lettura è consigliata. La versione cartacea conta 127 pagine, ma lo si può trovare anche in digitale ed in audiolibro.

Concludo con una splendida ciliegina: l’etimologia. Pregiudìzio: dal latino praeiudicium, parola composta da prae, pre, e iudicium ossia giudizio. Giudizio anticipato; nel diritto romano il praeiudicium era una azione che poteva influire sulle decisioni del giudice poiché veniva portata in essere prima del giudizio definitivo. Stereòtipo: questo termine deriva dal neologismo francese stéréotype che merita qualche parola in più. Nato nel 1682, François Didot fu il capostipite di una famosa famiglia francese di stampatori, editori e tipografi; nel 1795 il nipote Firmin brevettò un nuovo metodo di stampa, lo stereotipo parola composta dal greco stereos, duro/rigido, e da typos, immagine/impressione. Il significato odierno di stereotipo è quello di opinione precostituita molto semplificata e soprattutto condivisa dalla massa di persone, luoghi, accadimenti, eccetera. Pregiudìzi e stereòtipi, oggi, indossano quindi negative accezioni.

16 Agosto

Il 16 agosto 2018 all’età di settantasei anni ci lasciava Aretha Franklin. Cantautrice, pianista, anche attrice ed attivista per i diritti civili. Aretha iniziò a cantare fin da piccola nel coro della chiesa, presso la New Bethel Baptist Church di Detroit (Michigan) dove il padre, noto predicatore battista, si era trasferito per divenirne ministro dopo il divorzio (matrimonio turbolento, la madre morì nel 1952). Vari tentativi, un iniziale contratto con Columbia (il primo singolo, Today I Sing the Blues, entrò nella Top Ten della classifica Billboard Hot Rhythm & Blues) con la quale incise album di generi vari tra cui vocal jazz, blues, doo-wop e rhythm and blues (Rock-a-Bye Your Baby with a Dixie Melody divenne la sua prima hit internazionale), poi nel novembre 1966 il contratto terminò e Aretha firmò con la Atlantic Records. Nonostante i primi passi verso il successo che sarebbe arrivato, con la Columbia non si era sentita realmente compresa. Nell’aprile 1967 Aretha registrò la sua versione del singolo di Otis Redding intitolato Respect; raggiunse le vette delle classifiche Pop e R&B e divenne un inno dei diritti civili e la sua signature song.
Trentotto studio album, centotrentuno singoli di cui venti al numero uno nella classifica Billboard Hot R&B, Aretha possedeva un importante strumento vocale: timbro da mezzo-soprano, gran elasticità, capacità interpretativa e d’improvvisazione, la voce era la sua firma, ciò che l’ha resa unica e che tale la farà restare nell’universo musicale.

Il 16 Agosto 1977, quarantun anni prima di Aretha, quando il di lei ventitreesimo album, Sweet Passion, si stava mostrando un fallimento di critica e commerciale (due anni più tardi, 1979, lasciò la Atlantic Records), un’altra voce di quelle uniche si spegneva. Ginger Alden, la sua compagna di quel periodo, trovò Elvis Presley riverso nel bagno. Da tempo soffriva di numerose patologie soprattutto causate dall’abuso di droghe.
La sua carriera musicale iniziò nel 1954 quando registrò alla Sun Records per poi firmare con la RCA Victor l’anno successivo. Nel gennaio 1956 arrivò Heartbreak Hotel, il singolo scalò le classifiche e lo portò al successo. Il primo vero N°1 di Elvis fu però nel 1955, I Forgot To Remember To Forget giunse in testa alla Billboard Country Charts dove rimase per cinque settimane. Sono ben quarantatré anni che di Elvis si legge e si sente di tutto e di più. Online ci sono siti su cui sapere qualunque cosa si possa sapere. Io voglio aggiungere solo un paio di cose sulla sua voce. Come per Aretha Franklin, la voce era la sua firma, la sua unicità, il suo strumento. Come Aretha, spaziava nei generi risultando sempre vincente. Qualità, potenza, estensione che copriva più di due ottave e con un registro che poteva essere definito baritono alto, una elasticità che lo portava dal falsetto al vibrato, la maestosità della sua voce veniva sottolineata soprattutto nei pezzi gospel.

King of Rock & Roll e Queen of Soul.
Tra cento anni la maestosità delle loro voci, le loro inequivocabili firme, saranno ancora riconoscibili almeno dagli estimatori della Musica, coloro che amano quest’Arte dagli albori e con tutto il suo enorme e complesso bagaglio. Tra cento anni, i prodotti musicali dell’attuale epoca saranno stati inglobati da quel vuoto cosmico paragonabile al Nulla che divora Fantàsia. Già a partire dagli anni ‘90 ma con preponderanza dal 2000, una multifattorialità ha partorito la globalizzazione di gusti letterari, musicali, di abbigliamento, culinari, di atteggiamento, di pensiero. Il nostro Nulla sta creando una società di Borg e non sto di certo parlando di cloni del vincitore di undici Grande Slam.
Solito sound, solite voci. Se in rari casi qualcuna di queste potrebbe farsi notare, viene subito soffocata dalla standardizzazione globale. Io chiamo tutto ciò cultura intensiva. Le aziende, le grandi aziende di qualsiasi campo, stanno portando avanti una inesorabile e miserevole targetizzazione. Una cultura appiattita sul consumo. Cultura Intensiva. Ritornerò su questo pensiero, ora preferisco trovare un momento di sublime pace ascoltando Elvis e Aretha, due voci da cui il Nulla sopracitato possono sicuramente salvarsi.

Chi ben comincia…

Un’abitudine è qualcosa che puoi fare senza pensare, il che spiega perché molti di noi ne hanno così tante.

Frank A. Clark.

Abitùdine. Dal latino hăbĭtŭdo/dĭnis, a sua volta derivante da hăbĭtŭs; quindi abito ma anche tendenza a ripetere determinate azioni; atteggiamento, condizione. In Filosofia qualità individuale.
Ci sono abitudini buone ed abitudini cattive, seppur tutto dipenda non molto dai propri gusti ma dalle usanze, dalle consuetudini e convenzioni della società nella quale viviamo. Tradizione ed abitudine italiana vede la giornata iniziare con la classica colazione cappuccino e brioche. Ho sempre mangiato poche brioches, troppo dolci e molto poco nutrienti, meglio una fetta di pane integrale! Sicuramente qualcuno penserà alla famosa frase di Maria Antonietta, S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. Purtroppo la altrettanto famosa regina di Francia, moglie di Luigi XVI, è stata vittima di attacchi soprattutto postumi al fine di esautorarla agli occhi della popolazione e, perché no, del globo intero.
La frase, che sulla bocca di Maria Antonietta è un falso storico, in realtà si ritroverebbe nel Libro VI delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, quando il filosofo e scrittore svizzero ricorda un aneddoto a proposito di una panetteria in cui desiderava entrare.
Infine mi ricordai il ripiego suggerito da una grande principessa a cui avevano detto che i contadini non avevano pane e che rispose: che mangino brioche. Comprai brioche.
Il Libro VI delle Confessioni rientra nella parte in cui Rousseau descrive il periodo 1712/1740-41; Maria Antonietta nacque nel 1755 e giunse in Francia soltanto nel 1770, quindi temporalmente impossibile. La frase, così o modificata in qualche termine, è stata messa su bocche di vari personaggi, da Maria Teresa d’Asburgo ad un imperatore cinese. C’è chi dice che sia invece tutta farina del sacco di Rousseau…
A proposito di farina, insieme a uova, burro, latte, zucchero, lievito, è l’ingrediente per preparare la brioche. Brioche deriva dal normanno brier, ossia impastare. Ed è proprio nella Normandia del XVI secolo che si possono ritrovare tracce certe del piccolo dolcetto somigliante ad un pandoro rovesciato che si declina in moltissime varianti. In Italia brioche viene usato come sinonimo di cornetto, ma non sono la stessa cosa. Il cornetto è la versione italiana dell’austriaco kipferl, che leggenda vuole esser stato creato da pasticceri austriaci per festeggiare la vittoria sull’esercito dell’Impero Ottomano (Vienna, 1683) dandogli proprio forma di mezzaluna. In realtà il kipferl sarebbe molto più vecchio, ma il mistero avvolge sempre pietanze così lontane… Dall’Austria il dolcetto a mezzaluna arrivò in Italia, assumendo il nome e la forma del cornetto. Più tardi, grazie alle Viennoiserie, conquista anche il territorio francese prendendo il nome croissant ed aggiungendo più burro negli ingredienti.
Tornando alla Battaglia di Vienna nel 1683, cos’altro poteva mancare dopo l’invenzione del padre del cornetto? Il cappuccino, ovviamente! Leggenda vuole che il frate Marco d’Aviano si trovasse a Vienna mandato da Papa Innocenzo XI con il delicato incarico di ricreare una coalizione cristiana; entrato in una caffetteria in cerca di una pausa di ristoro ordinò un caffè, ma trovandolo particolarmente amaro chiese qualcosa per addolcirlo. Il latte aggiunto rese la bevanda di un colore simile al saio indossato dal frate, il cameriere, notando la cosa, esclamò kapuziner!, ed il resto sarebbe storia. Sarebbe perché altra leggenda vede l’ex-soldato Franciszek Jerzy Kulczycki aprire una caffetteria con la scorta di caffè turco abbandonato dall’esercito Ottomano, ma poiché il caffè turco è molto forte ecco che il caffè servito veniva edulcorato con latte (o panna?) e miele.
Con il tempo e la diffusione si iniziò ad aggiungere spezie e panna montata, poi arrivò la schiuma che divenne parte must con l’invenzione delle macchine da espresso, all’inizio del XX secolo.
Quindi, d’ora in poi, ad ogni cappuccino con o senza cornetto ricordate che quel momento di mattutina dolcezza è frutto di una cruenta battaglia svoltasi tra l’11 e 12 settembre 1683 presso Kahlenberg, collina viennese che in italiano diventa Monte Calvo, che vide 17.000 morti (15.000 della coalizione composta da Impero ottomano, Principato di Transilvania, Khanato di Crimea, Principato di Valacchia e Principato di Moldavia).
E in quanto a me beh, niente cornetto ma sicuramente è tempo di riprendere l’abitudine di scribacchiare per il blog.

Caro Alfred ti scrivo…

Da qualche settimana un nuovo personaggio si è palesato nella vita di quartiere. Beh insomma, definirlo quartiere è alquanto pretenzioso… Riformulo. (schiarimento di voce con sistemazione occhiali).
Da qualche settimana un nuovo personaggio si è palesato nella vita di questa zona del paese. Inizialmente il suo comportamento è stato preso con divertimento dagli abitanti, un qualcosa di nuovo ed un po’ strambo, diventando poi ultimamente fastidioso ed anche potenzialmente pericoloso. Il personaggio in questione è un rappresentante di Corvus Cornix, Specie tra le 5.300 appartenenti all’Ordine Passeriformes. Superfamiglia Corvoidea, Genere Corvus.
Uccelli longevi dalla vispa intelligenza, onnivori con tendenza opportunistica, possiedono un vasto range di vocalizzi con cui comunicano soprattutto con i conspecifici, sono in grado di fabbricare utensili con cui potersi procacciare il cibo ed anche se alcune specie sono di tendenza solitaria, di norma sono gregari e moderatamente sociali e sono anche monogami.
La cornacchia grigia, specie di appartenenza del nostro personaggio, è un uccello diurno gregario. Trascorre molto tempo a socializzare e rinforzare i rapporti con gli appartenenti al proprio gruppo. È chiassosa, quel craaak craaak ripetuto più volte può essere davvero fastidioso. Uniti in gruppo possono diventare pericolosi, arrivando ad attaccare cani, gatti, altri uccelli ed anche persone, soprattutto nelle stagioni della nidificazione.

Giorno dopo giorno, il nuovo personaggio ha iniziato a presentarsi su finestre, balconi, giardini e orti, gazebo di vari paesani. Un po’ in disparte, quasi con educazione, osservava e se gli veniva allungato del cibo manifestava soddisfazione. E la gente, divertita, ha iniziato a viziarlo un po’. Dal mattino alla sera, su e giù per questo lato del paese, la cornacchia riceveva un fiorone (siconio, falso frutto derivante dall’omonima infiorescenza del Fico), una prugna, pezzetti di brioche, avanzi vari di cibo ed anche acqua. Vizi su vizi e la cornacchia ha iniziato a manifestare invadenza, pretendendo ostinatamente arrivando a soffiare e beccare nel caso non venga soddisfatta. Ha iniziato a rubare e non solo cibo. Accendini, chiavi, cannucce, piccole posate. Da gatti e cani prima stava alla larga e se non la consideravi se ne andava, ultimamente niente pare intimorirla. Si butta contro qualunque cosa, emettendo quel sibilo stridulo a becco aperto in chiara motivazione minacciosa. Noi non le abbiamo mai dato cibo né altro, quando arriva il turno del nostro terrazzo ci premuriamo solo che non accada nulla al gatto. E come noi molti altri, ma l’invadenza e l’essere molesta stanno purtroppo aumentando.

Nel film hitchcockiano datato 1963 e tratto dall’omonimo racconto di Daphne du Maurier (autrice di Rebecca la prima moglie, Mia cugina Rachele, Jamaica Inn), a mostrare comportamenti angoscianti e in odor di terrorismo erano pappagalli, galline, gabbiani, tutta una quantità di varie specie di uccelli. Cabine telefoniche non ce ne sono più, impossibilitati ad una chiamata d’urgenza, o a veder comparire un mantello rosso su calzamaglia blu, non vorremo essere costretti a retrocedere in silenzio salendo sulle auto per abbandonare il nostro paesello, sotto il giogo di una mefistofelica cornacchia.