Senza filtri…

Il cielo ieri sera, durante la mia quotidiana passeggiata, si è nuovamente mostrato meraviglioso… fiabesco.

Pubblicità

Una tazza di tè

È sempre l’ora del tè, e negli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze.

Bianconiglio aveva ragione. Ci sono tè diversi per diversi momenti della giornata ed anche per diversi stati d’animo. Dopo una giornata stancante o per una pausa rinfrancante, una delle mie coccole preferite è una tazza di chai.

pic by me

Masala Chai, letteralmente tè con misto di spezie (masala infatti è un mix di spezie usato nella cucina indiana), è una bevanda tipica dell’India conosciuta praticamente ovunque. Esistono preparati in bustine e sfusi per infusione, da aggiungere al mix di acqua e latte. Tra le marche migliori che ho provato c’è Vahdam, con una lunga storia alle spalle. Tuttavia, da gran amante delle spezie, non resto mai senza e le uso praticamente ovunque, mi piace preparare il chai da me. Non si dice chai tea o tè chai, dato che chai GIÀ significa tè. Ha origine dal mandarino chà e dal persiano chay; se volete approfondire l’etimologia, date un’occhiata qui.
Preparare una tazza di chai è davvero facile; non c’è una ricetta unica per il masala, come in ogni luogo esistono varianti da zona a zona. Dopo aver letto, guardato video, provato, la versione che prediligo prevede due tazze di acqua in un pentolino, su fuoco medio, a cui aggiungo 2 o 3 chiodi di garofano, un paio di pezzetti di zenzero fresco, 2 o 3 pezzetti di stecca di cannella, 3 o 4 baccelli di cardamomo verde pestati. Porto a bollore a fiamma viva, abbasso e mescolando ogni tanto lascio cuocere qualche minuto, affinché le spezie siano morbide ed abbiano rilasciato tutti i sentori. Di solito calcolo dai 4 ai 6 minuti, a seconda della intensità che voglio ottenere. A questo punto aggiungo un cucchiaino abbondante di Assam, tè nero coltivato nell’omonima regione storica indiana (a volte uso il Darjeeling, altro tè nero indiano, ma per il chai prediligo l’Assam) e lascio cuocere non più di due minuti, fiamma al minimo, poiché non voglio dar troppo accento al tipico sapore astringente. Trascorso questo tempo aggiungo un paio di cucchiai di latte, comunque non più di tre, faccio bollire alzando la fiamma e appena bolle spengo e allontano dal fornello. Lascio riposare un poco, con un colino filtro nella tazza e con calma mi gusto il mio chai.

video by me

Un preparato, bustina o sfuso, è sicuramente più veloce ma il tè è un rituale, un momento di calma, di relax, una pausa zen…
Ieri nel primo pomeriggio soffiava un bel venticello che teneva il cielo limpido. I raggi del sole carezzavano i rami del mio alberello ed io me ne stavo seduta alla finestra, con il mio chai appena tolto dai fornelli ed in sottofondo il Concerto per Violino e Orchestra n° 3 di Camille Saint-Saëns (il movimento degli alberi imposto dal vento fa sempre risuonare nella mia testa il paradisiaco suono del violino…).
Un intenso momento zen.

Violin Concert n°3 – sec. mov. Andantino Quasi Allegretto

Questo post è stato, involontariamente, suggerito da Paola.

Boots and Music…

Prendersi cura dei propri stivali è fondamentale. Eliminare sporco e polvere e idratare il pellame è necessario affinché lo stivale duri nel tempo e sia sempre performante. Una buona spazzola, un panno pulito ed una emulsione sono i miei strumenti; quest’ultima pulisce, idrata e lucida e crea anche una sorta di protezione temporanea contro la polvere. Ho sempre trovato quasi catartico il rito della pulizia degli stivali, come se togliere ciò che vi si è depositato fino a quel momento servisse a ricominciare, a creare nuovi percorsi, a spazzare via ciò che appesantisce. Un pò come la pioggia rigeneratrice…



cowboys boots are a statement, a way of life

I cowboy boots non sono scarpe, non sono semplicemente un accessorio calzabile, sono uno stile di vita, una dichiarazione d’intenti. E di Essere.
Riconosciuti ufficialmente come state footwear in Texas, la loro nascita risale ad un periodo tra metà e fine 1800, quando i mandriani, cowboys, presero a chiedere e ricercare specifiche caratteristiche partendo dagli stivali dei vaqueros provenienti dal Messico e soprattutto dalla Spagna. L’area dove i cowboy boots nacquero è compresa tra Texas, Oklahoma e Kansas, nei pressi di quel Chisholm Trail reso famoso da film e leggende. E proprio quest’ultima narra che nel 1876, uno sconosciuto cowboy si recò dal bootmaker C.H. Hyer ad Olathe, Kansas, chiedendo specificatamente un nuovo tipo di stivale e così vide luce lo stivale con punta appuntita, tacco rialzato e bordatura superiore smerlata. In pratica l’origine dei cowboy boots…
Poco dopo nacquero Justin Boots e Lucchese Boots, entrambi in Texas ed ancora fortemente attivi. Il resto è storia, è icona, è leggenda…
Da allora sono diversi gli stili dei cowboy boots, dai classici (detti anche semplicemente western) e dai roper (performanti per i rodeisti, con punta e tacco diversi), sono arrivati i cosiddetti walking, con tacco sempre slittato in avanti ma più basso rispetto ai primi, exotic, work, eccetera… le differenze sono anche nella punta che può variare dalla più appuntita alla leggermente stondata alla squadrata. Non è solo questione di gusti, ma soprattutto di usi.

E proprio in una bella, soleggiata e assurdamente calda giornata di inizio ottobre stavo pulendo i cowboy boots che uso quotidianamente, quando ho letto la triste notizia della morte di Loretta Lynn.

pic taken from Google

Loretta Webb nasce in Kentucky nell’aprile 1932, seconda degli otto figli di Ted e Clary, piccoli coltivatori ed inoltre Ted era un minatore. E da qui il titolo di una delle canzoni più famose di Loretta, Coal Miner’s Daughter, considerata la sua signature song. Sul finire del 1947, Loretta conosce Oliver Vanetta Lynn, di qualche anno più grande, detto Doolittle o Doo o Mooney. Si sposano a gennaio 1948, praticamente poco dopo il loro primo incontro… Col matrimonio arriva il trasloco, le gravidanze, avranno sei figli, e soprattutto l’aiuto e il sostegno di Mooney verso Loretta e la sua carriera da. musicista. Le regala una chitarra e la spinge a formare una piccola band e iniziare a suonare in piccoli locali. Mooney, seppur sia un forte bevitore e spesso fonte di problemi, è anche il primo ammiratore di Loretta. Senza Oliver, forse la sua magnifica carriera non sarebbe nemmeno cominciata…

Nel 1960, dopo esser stata vista durante una serata, viene contattata dalla indipendente Zero Records con cui firma un contratto e registra, presso la United Western Recorders di Hollywood, il suo primo singolo; lato A I’m a Honky Tonk Girl e lato B Whispering Sea. Cantante e autrice, Loretta, assieme al marito, prende a girare tra varie stazioni radio al fine di autopubblicizzarsi. Pochi mesi dopo, il secondo singolo contenente Heartaches Meet Mr. Blues, lato A, New Rainbow invece lato B. I viaggi tra una radio e l’altra, l’impegno della Zero Records, alla fine danno i loro frutti. Per la fine del 1960 i pezzi di Loretta arrivano a Nashville, casa della Country Music e Billboard magazine la nomina come No. 4 Most Promising Country Female Artist. E’ l’inizio di quella che sarà una carriera di sessant’anni; tre Grammy Awards, 50 studio album, 86 singoli, 24 No. 1 hit singles e 11 number one albums, una lista infinita di premi e riconoscimenti, Loretta Lynn E’ una icona, una leggenda, una delle donne più influenti della Country Music. Tra gli anni ’70 e ’80 lavora in duo con Conway Twitty, sfornando successi, numeri uno e ottenendo un Grammy con After the Fire Is Gone. Nel 1977 registra un album dedicato alla compianta e grande amica Patsy Cline, I Remember Patsy. Impegnata anche nel sociale, Loretta ha fatto costruire un ranch in Tennessee, Loretta Lynn’s Ranch, dove inizialmente viveva con marito e figli e che poi è divenuto un centro turistico, dove vengono ospitati anche vari eventi. Il matrimonio con Mooney è durato fino alla morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1996; una unione profonda ma anche problematica, afflitta dall’alcolismo e dalle numerose infedeltà dell’uomo. Nella sua autobiografia, Loretta così ricorda:

I married Doo when I wasn’t but a child, and he was my life from that day on. But as important as my youth and upbringing was, there’s something else that made me stick to Doo. He thought I was something special, more special than anyone else in the world, and never let me forget it. That belief would be hard to shove out the door. Doo was my security, my safety net. And just remember, I’m explainin’, not excusin’… Doo was a good man and a hard worker. But he was an alcoholic, and it affected our marriage all the way through. Still Woman Enough: A Memoir

Still Woman Enough: A Memoir


Costretta a rinunciare alle tournée dopo aver subito un ictus nel 2017, continua tuttavia a fare musica, partecipare ad eventi, collaborare. Nel 2021, prodotta dalla figlia Patsy Lynn Russell e da John Carter Cash, figlio di Johnny Cash e June Carter Cash, rimandato a causa delle varie problematiche, esce l’ultimo studio album, Still Woman Enough.

pic by google

Loretta Lynn è morta nel sonno il 4 ottobre 2022 ed è stata sepolta accanto al marito, nella tomba di famiglia nella casa ad Hurricane Mills, in Tennessee.

Imperatore degli U.S.A.

Il 17 Settembre 1859 nell’edizione serale del San Francisco Evening Bulletin appare una lettera assai particolare.

At the peremptory request and desire of a large majority of the citizens of these United States, I, Joshua Norton, formerly of Algoa Bay, Cape of Good Hope, and now for the last 9 years and 10 months past of San Francisco, California, declare and proclaim myself Emperor of these United States; and in virtue of the authority thereby in me vested, do hereby order and direct the representatives of the different States of the Union to assemble in Musical Hall, of this city, on the 1st day of February next, then and there to make such alterations in the existing laws of the Union as may ameliorate the evils under which the country is laboring, and thereby cause confidence to exist, both at home and abroad, in our stability and integrity.
– NORTON I., Emperor of the United States.

«A perentoria richiesta e desiderio di una larga maggioranza di questi Stati Uniti, io, Joshua Norton, un tempo cittadino di Algoa Bay, Capo di Buona Speranza, e oggi e per gli ultimi scorsi 9 anni e 10 mesi cittadino di San Francisco, California, dichiaro e proclamo me stesso Imperatore di questi Stati Uniti; e in virtù dell’autorità in tal modo acquisita, con la presente ordino ai rappresentanti dei diversi Stati dell’unione di riunirsi in assemblea presso il Music Hall di questa città, in data primo Febbraio prossimo venturo, e lì procedere alla modifica delle leggi esistenti dell’Unione al fine di correggere i mali sotto i quali questa nazione si trova ad operare, e in tal modo ripristinare la fiducia, sia in patria che all’estero, nell’esistenza della nostra stabilità e integrità.
– Norton I, imperatore degli Stati Uniti»

Al Bulletin la pubblicazione viene fatta soprattutto con intento satirico, invece la pensa diversamente la popolazione. Norton I gira per le strade in una bella uniforme blu con tanto di bastone; parla con la gente, ascolta i loro problemi, dispensa consigli, controlla i cantieri soprattutto giù al porto. Inizia a stampare cambiali e pagherò che usa in negozi e ristoranti ed alcuni di questi li accettano pure. Scrive e firma vari decreti imperiali, tra cui lo scioglimento del Congresso, il licenziamento di Lincoln e del suo successore, l’abolizione della repubblica in favore della monarchia e l’abolizione del partito Repubblicano e Democratico. Scrive lettere anche alla Regina Vittoria, auspicando un loro matrimonio al fine di stringere i rapporti tra le rispettive nazioni. Nel 1867 una guardia privata lo pone in arresto con l’intenzione di farlo ricoverare presso una struttura sanitaria; un gran numero di cittadini si risente del fatto, arrivando a lamentarsi pesantemente. Il capo della polizia fa così rilasciare Norton I, il quale concede il magnanimo perdono. Da quel momento, i poliziotti che incrociano l’imperatore gli rivolgono un regale saluto. Il regno di Norton I dura 21 anni, durante i quali c’è anche un abbozzo di nominarsi Protettore del Messico quando Napoleone III lo invade nel 1862; nomina che viene revocata ben presto dallo stesso interessato. Ovviamente numerose sono le leggende che nascono attorno a questo eccentrico personaggio, tra cui quella che sarebbe un illegittimo figlio proprio di Napoleone III. L’8 Gennaio 1880, nei pressi della Old Saint Mary’s Cathedral, Norton I collassa sul marciapiede. Un poliziotto accorre, chiama una carrozza ma questa non giunge in tempo, poiché l’imperatore muore. Due giorni dopo, il San Francisco Chronicle titola ‘Le Roi Est Mort’.

Ma chi era, Norton I?
Joshua Abraham Norton nacque nel febbraio 1818 da una coppia di giovani inglesi contadini e mercanti di origini ebraiche. Alla tenerissima età di due anni, Norton, assieme ai genitori e moltissimi altri, fu a bordo della La Belle Alliance per raggiungere il Sud Africa durante le colonizzazioni del 1820. Della giovinezza poco è conosciuto, se non che lascia Cape Town probabilmente attorno al 1845 con in mano un buon lascito paterno. Nel 1849 giunge a San Francisco, entrando poi nel mercato immobiliare ed in quello dello smercio delle materie prime e la sua abilità lo portò, in pochi anni, a farsi un nome ed una buona posizione divenendo un cittadino prospero e conosciuto. Nel dicembre 1852, a seguito di un divieto di esportazione di riso della Cina, credette di fare il grande colpo: pensando che soltanto una nave giungesse dal Perù col prezioso cereale ne comprò l’intero carico con l’intento di ricavare una fortuna rivendendo il riso il cui prezzo era salito alle stelle. Purtroppo quella nave non era, ovviamente, da sola ed il piano di Norton crollò miseramente. Tentò vie giudiziarie, ma nel 1854 la Corte Suprema della California si pronunciò contro e due anni dopo dovette dichiarare fallimento. Dal 1856 al 1859 c’è qualche traccia, appare in una giuria e vive in una pensione in condizioni assai disagiate. Chi lo definiva eccentrico, chi disturbato, chi sempre più depresso e confuso in seguito al fallimento. Inizia a sentirsi scontento circa le strutture economiche, legali e politiche statunitensi e deciso ad iniziare un movimento atto a risanare queste ingiuste inadeguatezze, scrisse il Manifesto che inviò al San Francisco Evening Bulletin.
Norton morì in povertà ed il suo funerale venne pagato grazie ad un fondo istituito da una associazione, fondo a cui in molti aderirono. E moltissimi furono i curiosi che andarono a rendergli omaggio lungo il percorso funebre, seppur poi alla cerimonia al cimitero le persone in presenza furono un numero ben inferiore. Nel 1934 venne spostato in una tomba presso il Woodlawn Memorial Park Cemetery di Colma, California.

Di tuoni e TV…

Il cielo borbotta, sempre più grigio e ombroso, forse scocciato pure lui da lunghissimi mesi di abbacinante giallo-blu. Ogni tanto una folata di venticello che scende giù dalle cime montane porta un poco di fresco, ma anche odore di pioggia. In alto i temporali si stanno già scatenando, quaggiù, in valle, qualche goccia fa fumare strade e campi asciutti e paglierini.
Nei giorni scorsi la pioggia, quella vera, è arrivata anche qui portando finalmente un po’ di refrigerio. La sera si sta meglio e al giorno le temperature non vanno oltre i 32/33º C. Forse il mostruoso, soffocante ed esasperante caldo africano ci sta salutando?
Lo spero…
Nel frattempo approfitto di questo nuvoloso pomeriggio per accendere il forno, dopo lunghe settimane di inutilizzo. Frullo, unisco, mescolo, spolverizzo, aggiungo… inforno. E mentre il dolce trascorre i canonici quaranta/quarantacinque minuti a 180º nel forno, termino la visione dell’ultima delle sei puntate che compongono la docuserie Una Squadra.

È la terza volta che la guardo ed ogni volta la trovo perfettamente confezionata. Andata in onda per la prima volta a maggio, sul canale Sky Documentaries e ora disponibile anche on demand e in streaming su NOW, composta da sei episodi da quarantacinque minuti ciascuno, la serie documentario racconta il prima e il dopo della squadra di tennis che nel 1976 vinse la Coppa Davis. Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli e la controversa figura di Nicola Pietrangeli, raccontano quel periodo con ironia, professionalità, nostalgia ed anche quel retrogusto dolce amaro che solo il vissuto della vita sa far conoscere. Non sono una esperta di tennis, mi piace guardarlo soprattutto alcuni eventi come Wimbledon e Roland Garros; lo trovo uno sport affascinante poiché è fisico ma senza l’intelligenza di un gioco mentale adeguato finirebbe con l’essere solo un tirarsi palline addosso.
Una Squadra ha ottenuto, giustamente, un enorme successo. Cinque personaggi forti, sicuri, comunque rispettosi, che raccontano il loro tennis inscenando una sorta di gag alla Sandra e Raimondo. Ma non è solo tennis, non è solo uno sport. Poiché nella vita tutto si intreccia, ecco che nella scena si inseriscono vicende sociopolitiche anche di livello internazionale, come l’apartheid ed il regime fascista di Pinochet. E proprio in Cile, nell’episodio sesto, viene raccontato l’incredibile lavoro del diplomatico Tomaso De Vergottini.

«Barattando col regime due prigionieri politici di rilievo come Victor Canteros e Ines Cornejo, con l’arrivo della nazionale a Santiago. La Russia, ad esempio, si era rifiutata per protesta contro le torture e le sparizioni di massa, di disputare una gara di qualificazione al Mondiale del’74 in Cile. In quella circostanza andò in scena la commedia della Fifa, con i cileni che segnarono un gol per validare l’incontro senza avversari e qualificarsi. L’azione di De Vergottini fu, forse, l’opera più importante della nostra diplomazia».

🔗 https://www.larena.it/argomenti/sport/bertolucci-rivive-la-coppa-davis-eravamo-veramente-una-squadra-1.9476971

Una Squadra racconta un episodio del tennis italiano all’interno della Storia comune che riguarda tutti noi. E lo fa con leggerezza ma rendendo giustizia ai personaggi principali, così come a tutto il corollario di storie e situazioni che in quegli anni hanno caratterizzato l’orizzonte sociopolitico. Una Squadra è una docuserie per tutti, non soltanto per gli appassionati di tennis proprio per come viene narrata, con un garbo ed una ironia che catturano riuscendo però a farci sapere qualcosa di un tempo non così lontano.

Medievalis

Oggi, in quel di Pontremoli, cittadina di antiche origini adagiata su colli sotto l’arco appenninico, ha termine il programma di Medievalis.

Pontremoli
Campanone, Duomo, Castello
pic by me

Medievalis, ha il suo cuore nella rievocazione storica della concessione del diploma di Libero Comune alla Comunità di Pontremoli avvenuta nel 1226 da parte dell’Imperatore Federico II, che definì il borgo “clavis et ianua”(chiave e porta) delle comunicazioni tra la Lombardia e la Toscana.

🔗 https://visitlunigiana.it/events/medievalis-pontremoli-2022/

Al mattino, attorno alle 9:30, s’apre il mercato con banchi particolari. Quest’anno è stato il primo dopo la chiusura dovuta alla pandemia COVID ed anche il numero dei banchi ne ha un po’ risentito, essendoci stata presenza un poco minore rispetto agli anni passati.

Nel pomeriggio poi iniziano varie manifestazioni come gli sbandieratori, le rievocazioni di episodi storici, dimostrazioni con rapaci, musica e danza ma anche presentazioni di libri quasi sempre di carattere locale. Di Medievalis ne hanno parlato anche al TGRegionale.

Ovviamente, inutile dirlo, ci sono anche molte postazioni dove poter mangiare, anche con menù che richiamano, pur scherzosamente, antiche libagioni…
Io ormai vado solo al mattino, appena apre il mercato, quando l’affluenza non è ancora pesante. Non sono mai stata un tipo da feste, ma negli ultimi anni con la fibromialgia in peggioramento tendo a partecipare ancora meno. La confusione mi causa stress ed affaticamento. Per non parlare di un netto peggioramento del comportamento delle persone in generale ed in questi frangenti dei turisti! Dopo un bel giretto, un piccolo bottino ed un caffè, me ne sono tornata nella tranquillità della mia casetta.

Il bottino come sempre è composto da sapori e profumi; saponi artigianali, profumatori, incensi e spezie. Di queste ho fatto una bella scorta! Sarei stata tutto il giorno a sniffare alla bancarella delle spezie!

Tra i peperoncini ho preso il Wiri Wiri, piccole sferette dal sentore caldo e fruttato che raggiungono 100.000/300.000 sulla Scala di Scoville a seconda del luogo di raccolta e coltivazione e del periodo. Il Wiri Wiri è originario della foresta pluviale della Guyana, di cui è parte della cucina tipica in molte ricette tra cui salse, zuppe, stufati. E, a quel che ricordo, è bannato in alcuni stati come gli USA poiché pare perfetto anche per il traffico di droga.
Non vedo l’ora di trovare qualche ricetta e provarlo… il peperoncino!

Di limoni e attimi di pace…

Ovunque io vada, qualunque sia la durata del mio stare fuori casa, il Kindle è sempre con me. A seconda dell’ispirazione del momento riprendo una delle letture in corso oppure sfoglio pigramente qualche poesia. In questi giorni tocca a Rimbaud, Una Stagione all’Inferno.
Dopo una bella passeggiata tra faggeto e laghi, al fresco ventilato di 21/22º C di Cerreto Laghi, località situata sull’Appennino Reggiano (sezione del Tosco-Emiliano), decidiamo una sosta in un bar. Un tè caldo ed una poesia, pausa perfetta. Quindi chiedo un tè. Di norma portano una piccola selezione di bustine, affinché tu decida quale gusto scegliere. Invece mi ritrovo una tazza contenente poca acqua, una fetta di limone ed una unica bustina di tè, tra l’altro insapore. Orrore! Limone nel tè! Il mio cervello rischia un corto circuito. Afferro il cucchiaino cercando di prelevare svelta l’intrusa fettina, borbottando, un po’ troppo a voce alta, solo i barbari mettono il limone nel tè! I barbari!

pic by me

La fortuna di vivere circondata dagli Appennini mi permette gitarelle come questa. In circa un’ora o poco più d’auto, spazio dal versante ligure a quello parmense o reggiano. La zona che prediligo è quella più a nord, ma al Cerreto vengo spesso. L’anno scorso ho preso anche dei freschissimi mirtilli. Camminare nel bosco, osservare le lievi increspature della superficie lacustre agitarsi debolmente sotto il soffio della frizzante brezza, ascoltare i suoni degli animali, respirare gli odori del sottobosco, sono momenti preziosi che riportano pace e armonia.

Seduta sulle rive del lago, all’ombra dei faggi, ho osservato per un po’ due piccoli storni; il primo di anatrelle che, mostrando buffamente il piumato bianco derrière, buttavano la parte anteriore sott’acqua in cerca di prede; il secondo, piccoli uccelli non ben identificati, roteava dando alternanza ai singoli in un armonico tuffarsi nel lago sicuramente a caccia di cibo. Purtroppo l’unico video che sono riuscita a fare è risultato molto sfocato, ma in quei frangenti non ho pensato a ritentare, mi sono semplicemente goduta la visione. Proprio come quando stavo prendendo l’ultima foto qua sopra, quella che ritrae le Alpi Apuane. Lo strìdere inconfondibile dei rapaci mi ha fatta alzare lo sguardo e poco dopo eccolo là, un magnifico falco che si librava leggiadro e potente sfruttando le correnti. Attimi preziosi congelati nel tempo e nella memoria. Momenti che allontanano le brutture del mondo, proprio come quelli trascorsi in compagnia di un libro.

Il Ragno di Leonardo

Trovato il ragno uno grappolo d’uve, il quale per la sua dolcezza era molto visitato da ave e diverse qualità di mosche, li parve aver trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani dell’uve, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore còlta essa uva e messa coll’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu laccio e ’nganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.

Leonardo Da Vinci