Gli ultimi 42 minuti…

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Nel novembre 1839 Maria Ann Smith ed il marito Thomas arrivarono in Australia dall’East Essex a bordo della Lady Nugent, andando a vivere nei pressi di Ryde, New South Wales. Maria Ann e Thomas avevano già avuto diversi figli e nella loro nuova casa lei venne conosciuta come Nonnina Smith, molto stimata dalla comunità. Maria Ann amava preparare torte di frutta fresca che ella stessa coltivava. E fu proprio nel suo compost che un giorno del 1868 vide esser spuntata una piantina nuova. Se ne prese cura e nel 1876, dopo la morte di Thomas, Maria Ann era morta nel 1870, il frutticoltore Edward Gallard acquistò parte della fattoria degli Smith sviluppando la piantina di Maria Ann, i cui frutti vennero chiamati in suo onore Granny Smith.
Io adoro le Granny Smith e adoro usarle per cucinare torte, da quelle tipiche italiane all’americana Apple Pie.
Evidentemente la Granny Smith piaceva anche ai Beatles dato che la scelsero come logo della loro Apple Corps Limited, fondata nel 1968 e che a fine anni ‘60 del secolo scorso vedeva la propria sede nel cosiddetto Apple Building, al 3 Savile Road.
E proprio sul tetto dell’Apple Corps il 30 gennaio 1969 i Beatles improvvisarono quella che poi sarebbe risultata la loro ultima performance pubblica. Insieme al tastierista Billy Preston suonarono nove riprese di cinque canzoni per un totale di quarantadue minuti, prima che la polizia entrasse nell’edificio interrompendo l’esibizione.

Ieri, centottantacinque anni fa…

Il brigantino classe Cherokee H.M.S. Beagle si trovava in viaggio da quasi quattro anni e da circa una settimana aveva lasciato il porto di Lima, in Perù.
Varato nel maggio 1820 sotto la Royal Navy e armato di dieci cannoni (divenuti successivamente sei), partecipò alla parata per i festeggiamenti dell’incoronazione di Giorgio IV, il re soprannominato First Gentleman per il suo abbigliamento ed il suo comportamento entrambi assai eccentrici. Dopo un periodo in acqua ma senza attività, il Beagle levò le ancore nel maggio del 1825 con il compito di fungere da supporto per la H.M.S. Adventure del capitano King, in un viaggio esplorativo dell’estrema America meridionale. Fu un viaggio molto duro, soprattutto per il capitano del Beagle, Pringle Stokes, che cadde in una delirante depressione finendo con il suicidarsi. Dopo alcune vicissitudini il nuovo comandante fu il capitano Robert FitzRoy, considerato poi un innovatore nel campo delle previsioni meteorologiche.
FitzRoy non perse tempo. Rientrato in Inghilterra fece apportare modifiche e migliorie al brigantino, introducendo un equipaggiamento notevole ed utile allo scopo esplorativo che si sarebbe ripetuto nel nuovo viaggio. Nel primo pomeriggio del 27 dicembre 1831 il Beagle salpò dal porto di Plymouth. Dopo quasi quattro anni, di cui più di tre trascorsi in una minuziosa esplorazione del Sudamerica, compresi le Falkland, la Patagonia e la Cordigliera delle Ande, il brigantino lasciò Lima ed il 15 Settembre 1835 calò le ancore nei pressi di San Cristóbal, la più orientale delle isole che formano l’arcipelago delle Galápagos. A bordo settantadue membri dell’equipaggio ed il giovanissimo naturalista Charles Darwin.

Nato nel febbraio 1809 a Shrewsbury, nelle West Midlands, Darwin aveva poco prima ricevuto lettere nelle quali lo consigliavano di accettare l’offerta di unirsi alla spedizione del Beagle. Decisivo presso il padre fu l’intervento dello zio, Josiah Wedgwood II, uomo di cultura e figlio di quel Josiah senior che fondò la famosa ditta di porcellane Wedgwood. Le osservazioni del giovane Darwin, all’epoca della partenza era ventiduenne, iniziarono nel gennaio 1832 presso le isole di Capo Verde.
L’entusiasmo di Darwin durante tutto il viaggio ben traspare dal saggio The Voyage of the Beagle, in italiano Viaggio di un naturalista intorno al mondo, originariamente pubblicato nel maggio del 1839 come terzo volume del più ampio The Narrative of the Voyages of H.M. Ships Adventure and Beagle. Fu il capitano FitzRoy a proporre a Darwin di partecipare alla stesura dell’ampio e dettagliato resoconto, per occuparsi della parte relativa alla storia naturale. Il volume scritto dal giovane Charles, intitolato Journal and Remarks, 1832–1835, fu così di impatto ed ebbe così successo da far decidere all’editore di ripubblicarlo ad agosto da solo con il titolo Journal of Researches into the Geology and Natural History of the various countries visited by H.M.S. Beagle. A quanto pare senza chiedere nulla al diretto interessato…
Nel 1845 uscì una nuova edizione, grazie all’interessamento dell’editore John Murray da cui Darwin fu pagato, nella quale iniziarono a vedersi modifiche, aggiunte e riflessioni, partendo dal titolo, Journal of Researches into the Natural History and Geology of the countries visited during the voyage of H.M.S. Beagle round the world, frutto di un continuo lavoro da parte del giovane naturalista che si basava non soltanto sui resoconti scritti ma in particolare dall’attento studio di tutto il materiale raccolto nei cinque anni di viaggio, durante il quale trascorse più di tre anni a terra. Nel 1905 la ripubblicazione, questa volta recante il titolo divenuto poi quello definitivo ossia The Voyage of The Beagle. Dalla morfologia del territorio agli usi e costumi delle varie popolazioni, soprattutto indigene, dalla biologia alla geologia, tutto il saggio è pregno dell’esuberante entusiasmo di Darwin; finissimo ed attento osservatore, non c’era nulla che non attirasse la sua curiosità ed in particolare nell’edizione del 1845 si possono già trovare dubbi e riferimenti sulla fissità delle specie e accenni e primi germogli di quella che sarà la sua teoria dell’evoluzione basata sulla discendenza e sulla selezione naturale. Durante gli anni della esplorazione, Darwin non si tirò indietro di fronte a nulla. Ogni esperienza veniva accolta con fervore e portata a termine con acutezza ed intelligenza. Scalò montagne, percorse a cavallo sperdute pianure, incontrò i più svariati personaggi, scendendo in un porto e dando appuntamento al Beagle in quello successivo. Con sé sul brigantino aveva copia dei volumi componenti il saggio Personal Narrative del prussiano Alexander von Humboldt, naturalista e geografo ed esploratore di enorme impatto sulle scienze ma attualmente un po’ dimenticato, di cui si può leggere la stupenda ed appassionata storia nel saggio L’ invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, l’eroe perduto della scienza di Andrea Wulf.
Viaggio di un naturalista è un resoconto minuzioso, puntiglioso, estremamente ricco dove protagonista è l’infinita passione del giovanissimo naturalista che proprio grazie a molte osservazioni comparate effettuate alle isole Galápagos, getterà il seme di una delle più grandi rivoluzioni scientifiche. A tratti pecca forse un po’ di logorrea, ma poiché da Darwin non si torna indietro ciò gli è perdonato.

aMici Speciali…

foto mia

Lo so, lo so, c’è un pezzetto di gamba/tuta che rovina l’immagine o forse no, a me piace così, piace il fatto che al micionzolo piaccia spaparanzarsi vicino a me, farsi grattugiare e poi ronfolare… e mentre lui ronfola, cullato dal venticello in mezzo al prato, io studio macchie, striature, colori, pelo… si possono riconoscere dei pois sulla pancia, la M sulla fronte, ha due evidenti righe che segnano le guance e il sottomento bianco, il naso è rosa salmoncino e qui non si vede ma coda e zampe hanno anelli neri. Quindi dovrebbe essere mackerel tabby, detto anche Tigrè. Una delle tipologie di mantelli del Gatto Europeo. Ma è un Gatto Europeo? O è un Soriano?

Soriano è semplicemente uno dei termini con i quali indichiamo il gatto meticcio, tutti quei randagi che compongono colonie ad esempio e di cui non si sa bene la provenienza. Europeo è una razza, ufficialmente riconosciuta e come tutte le razze rispondente a determinate caratteristiche. Tommy, lo stronzetto di casa, è un Europeo. Il pazzerello qui sopra nella foto invece è parte della famigliola di cui mi occupo e che sta fuori perché Tommy in casa non vuole nessuno, pena la morte…
Quella dell’Europeo è una delle tante razze ufficialmente riconosciute esistenti, su alcuni siti si legge una sessantina e su altri un centinaio.
L’origine del gatto ha ancora molti punti da chiarire. I primi avvicinamenti uomo-gatto avvennero nella Mezzaluna Fertile, attorno ai 9.000/10.000 anni fa, quando i primi agricoltori stanziali diedero ai progenitori del gatto domestico la possibilità di caccia (i topi che si trovavano nei luoghi di accumulo scorte), ma anche altre fonti di cibo presenti nei primi insediamenti. A Cipro è stata rinvenuta una tomba al cui interno, acciambellato non molto distante da resti umani, si trovava un gatto. La tomba dovrebbe risalire a circa 8.000/8.500 anni fa, quindi molto prima dell’apparente domesticazione da parte degli antichi egizi.
Nel villaggio agricolo di Quanhucun nello Shaanxi, Cina, sono state ritrovate evidenti tracce di una chiara convivenza tra uomo, gatto e roditore risalenti a 5/5.500 anni fa; una dieta a base soprattutto di miglio, uno dei cereali maggiormente coltivati, per tutte e tre le specie ed in alcuni gatti, già non più appartenenti alla linea selvatica ma non ancora quella attuale domestica, quindi una via di mezzo, la dieta era stata di meno carne e più cereale a dimostrare che fosse l’uomo a nutrirlo, sicuramente per quell’aiuto iniziale nella caccia ai roditori divenuto col tempo un legame anche affettivo.
Alcune ricerche genetiche compiute su una vasta porzione di felini domestici ha dimostrato che i gruppi selvatici Felis silvestris silvestris (gatto selvatico europeo), F. s. lybica (gatto selvatico del Vicino Oriente), F. s. ornata (gatto selvatico dell’Asia centrale), F. s. cafra (gatto selvatico dell’Africa meridionale) e F. s. bieti (gatto del deserto cinese), rappresentano una sottospecie distintiva di Felis silvestris. In pratica da questi cinque felini selvatici, sottospecie di Felis silvestris, derivano le tantissime razze del moderno gatto domestico, Felis silvestris catus.

È nota l’importanza che la figura del gatto ricopriva nell’antico Egitto. Radersi le sopracciglia in segno di lutto per la perdita del gatto di casa era usanza comune, così come, potendo, farlo imbalsamare. Inutile riportare le varie divinità egizie inneggianti il piccolo felino, a partire dalla dea Bastet… L’uccisione volontaria di un gatto comportava pene assai severe! Myeou e Techau erano i termini usati (sempre dagli antichi egizi) per indicare gatto maschio e gatto femmina. In Grecia si passò dall’Ailouros (‘dalla coda mobile’) di Erodoto a Kàttos, Cattus poi in latino. Per i Romani era Felis, da cui deriva l’odierno felino. Il Cattus latino, da cui derivano la maggior parte dei termini moderni, è forse di origine nubiana, Kadis, o celto-germanica, Cat/Chazza. E proprio grazie anche ai Romani, il gatto arrivò un po’ ovunque giungendo al numero attuale di seicentocinquanta milioni… ?! Sarà una stima o una cifra precisa? Pur amandoli ammettiamolo, sono troppi. Ecco perché occorre una seria e scrupolosa campagna di sterilizzazione e di controllo nascite.

Dalle stelle a New Orleans…

Il 5 settembre 1977 dalla piattaforma Space Launch Complex 41, SLC-41, della Cape Canaveral Air Force Station, a bordo del sistema di lancio Titan 3E, NASA e JPL lanciano in orbita Voyager 1, sonda spaziale con la missione di esplorare i pianeti esterni, con flyby su Giove e Saturno, per poi proseguire verso lo spazio interstellare dove attualmente si trova. È stato stimato che probabilmente fra i 14.000 ed i 28.000 anni la sonda sarà dalle parti della Nube di Oort, la zona sferica che circonda il Sistema Solare composta da vari oggetti celesti.
Voyager 1 è l’oggetto artificiale costruito dall’essere umano più lontano dalla Terra. Dopo aver inviato tantissime immagini ed altrettante informazioni, ha proseguito il suo viaggio di cui si possono avere tutte le informazioni QUI.
Una commisione guidata da Carl Sagan, cosmologo astrofisico astronomo e importantissimo divulgatore scientifico, scelse il vasto materiale tra audio e immagini da inserire nel Voyager Golden Record, un disco dorato testimone eterno del passaggio della nostra specie in questo forse infinito ma sicuramente affascinante e misterioso universo. La lista del contenuto potete trovarla QUI e su SoundCloud la NASA ha caricato i files audio presenti sul disco. Potete ascoltarli QUI e QUI. Sempre Carl Sagan chiese, ed ottenne, una serie di scatti tutt’oggi importanti ed emozionanti. Nel febbraio 1990, Voyager 1 immortalò il primo Family Portrait da una distanza di sei miliardi di chilometri. Della serie di immagini, una in particolare dichiara quanto piccola e insignificante sia per l’Universo la nostra specie. Lo scatto battezzato da Sagan Pale Blue Dot è emozionante come poche cose…

Il programma scientifico Voyager Program che ha portato al lancio di Voyager 1 e Voyager 2, sonda gemella lanciata il 20 agosto 1977 e recante lo stesso disco dorato, era nato all’interno del Mariner Program ed aveva sostituito, causa cancellazione per alto costo, il Grand Tour Program che prevedeva il lancio di ben quattro sonde con la missione di esplorare i pianeti esterni del Sistema Solare. L’elaborazione del programma Grand Tour iniziò nel 1964, quando al Jet Propulsion Laboratory, JPL, scoprirono l’allineamento di Giove, Saturno, Urano e Nettuno sul finire degli anni ‘70, fattore da poter sfruttare per una missione unica con il minimo impiego di sonde.
Ed il 5 settembre 1964 in testa alla Billboard Hot 100 si trovava una canzone dalla storia alquanto particolare.

The House of the Rising Sun, dal sound Rock, Pop, Blues con una vena psichedelica, viene registrata nel maggio 1964 in un piccolo studio londinese. Pubblicata a giugno in UK, dove scalò in fretta le classifiche, arrivò in US ad agosto dove fece ben presto ad entrare in classifica Billboard dove giunse in vetta il 5 settembre rimanendovi tre settimane. La band The Animals, formatasi a Newcastle tra il 1962 ed il 1963, si trovava in tour con Chuck Berry ed avendo precedentemente ascoltato una versione della canzone nella loro città d’origine, decise che quella sarebbe stata perfetta come pezzo per distinguersi, una chiusura delle loro esibizioni alquanto particolare. E fu proprio l’entusiastica reazione del pubblico a convincere tutti, soprattutto il loro produttore, a registrarne una loro precisa versione.
Ma quali sono le sue origini?
Da dove realmente provenga e chi ne sia stato l’autore, rimane tuttora un mistero. La versione scritta più vecchia risale al 1925, all’interno della rubrica Old Songs Men Have Sung del folclorista Robert Winslow Gordon (la rubrica apparteneva all’allora famoso magazine Adventure), mentre l’incisione più vecchia conosciuta è del 1933 ed appartiene al duo Clarence ‘Tom’ Ashley e Gwen Foster, banjo e chitarra il primo e chitarra e armonica il secondo, artisti di quella Appalachian Music che è stata culla per la musica Folk americana (Old-Time), Country e Bluegrass. La loro versione portava titolo di Rising Sun Blues ed il testo mostrava alcune differenze da quello riportato dal folclorista Gordon. Conosciuta probabilmente fin dai primi del 1900, la ballata vede di volta in volta protagonisti una donna o un uomo, la cui vita è stata distrutta e segnata nella città di New Orleans. Quest’ultima potrebbe essere stata la sostituta del luogo originario, dato che probabilmente la ballata ha origini europee. Rising Sun infatti era un termine usato nelle canzoni tradizionali inglesi per indicare sia un bordello che il tipico pub un po’ bettola. Nel corso degli anni diversi artisti hanno registrato una loro versione, da Woody Guthrie a Nina Simone, da Bob Dylan a Dolly Parton, per citarne alcuni, ognuno modificava soggetto e termini relativi. Per gli Animals fu la signature song con la quale presero parte alla British Invasion americana esplosa con i Beatles.

There is a house in New Orleans
They call the Rising Sun
And it’s been the ruin of many a poor boy
Dear God, I know I was one





Me, myself and… Books #6

In diverse occasioni mi è capitato di leggere che il Mazagran viene considerato come il caffè freddo originale.

Il racconto vorrebbe che soldati della French Foreign Legion, la Legione Straniera Francese, durante l’assedio della fortezza di Mazagran, in Algeria, nel 1840, per trovare refrigerio dalla pressante calura bevessero un miscuglio fatto con acqua fredda e sciroppo di caffè oppure acqua fredda nel caffè, per ovviare alla mancanza di liquori che usavano aggiungere alla scura e famosa bevanda. Rientrati in patria, portarono con loro l’usanza di questo nuovo modo di bere il caffè che prese il nome dalla fortezza algerina.

Dalla Francia poi a tutto il mondo. Nella versione portoghese possono essere previsti, in aggiunta al caffè, limone o menta e/o rum. E il rum è presente anche nella versione austriaca. In quella australiana ci sono latte, molto zucchero ed anche panna e gelato. In Canada viene venduto una sorta di denso sciroppo di caffè che poi viene diluito e servito con panna o anche latte e/o cioccolato a seconda del gusto del bevitore; tale bevanda viene chiamata Iced Capps. In Cile c’è il Café Helado, dove al caffè vengono aggiunti gelato, dulce de leche, vaniglia, cannella, panna montata. In India va molto una sorta di smoothie fatto con caffè istantaneo e latte ghiacciato, a volte anche gelato alla vaniglia. In Giappone l’usanza di bere caffè freddo la si poteva trovare già nell’epoca definita Taishō, così chiamata per l’omonimo e centoventitreesimo imperatore che regnò dal 30 luglio 1912 al 25 Dicembre 1926; al caffè freddo venivano aggiunti latte e sciroppo di gomma arabica (gomme syrup). In Grecia, Romania e Cipro sono molto richiesti dei frappé fatti con caffè istantaneo, acqua ghiacciata, zucchero e a volte latte. In quel di Valencia già dall’Ottocento si usava servire la tazzina di caffè accompagnandola con un altro bicchiere colmo di ghiaccio (cubetti) ed una fettina di limone. Il consumatore stesso, ancor oggi, versa il caffè nel bicchiere col ghiaccio prima di consumarlo. La versione valenciana si chiama Café del Tiempo ed è parente della portoghese ma anche dell’italiana. Il Caffè in Ghiaccio, tipico del Salento, viene servito assieme ad un bicchiere contenente ghiaccio nel quale viene versato per poi essere bevuto. E poi c’è il caffè alla leccese, dove dopo aver versato il caffè appena fatto nel bicchiere contenente ghiaccio si aggiungono pochi cucchiai di latte di mandorla. Ed infine eccoci al caffè shakerato: caffè espresso, cubetti di ghiaccio, zucchero e volendo liquore alla vaniglia; il tutto viene shakerato e servito preferibilmente in coppe da Martini.

Il caffè shakerato, che nella mia versione prevede solo caffè e cubetti di ghiaccio, è accompagnato da Stereotipi e Pregiudizi, pubblicato da Il Mulino e datato 1997. L’autore è Bruno M. Mazzara, professore ordinario presso La Sapienza di Roma di cui è stato, dal 2016 al 2019, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale.

La nostra è una specie sociale che vive in gruppi ed è anche una specie che necessita di semplificazioni, intese come concetto base di ragionamento. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi esperimenti per capire perché tendiamo a raggrupparci. Tra di questi molto famosi furono quelli di Muzafer Sherif e di sua moglie Carolyn Wood Sherif. Entrambi psicologi sociali che lavorarono sugli aspetti psicologici di norma e giudizio sociali, sul perché della naturale tendenza alla formazione di gruppi e sul funzionamento di questi.

Sherif & Sherif

Se quella del gruppo è una necessità biologica ed evolutiva, i meccanismi del loro funzionamento sono molto più complessi. Proprio per questo intrinseco bisogno di raggrupparci dobbiamo anche trovare differenze tra il nostro gruppo e quello altrui. Da qui all’affermare che i tedeschi sono algidi, i genovesi taccagni, gli asiatici tutti uguali beh, il passo è breve. Ma dietro il bisogno di differenziare il nostro gruppo e quello degli altri, si nasconde l’uso pericoloso che stereotipi e pregiudizi possono arrecare conducendo l’Uomo a guerre e persecuzioni. Il saggio è suddiviso in tre capitoli principali dove in più paragrafi vengono spiegati cosa sono stereotipi e pregiudizi, come nascono, come vengono vissuti da individui e gruppi. Lo stile è chiaro, esaustivo, senza fronzoli né tecnicismi che potrebbero spaventare il lettore. La lettura è consigliata. La versione cartacea conta 127 pagine, ma lo si può trovare anche in digitale ed in audiolibro.

Concludo con una splendida ciliegina: l’etimologia. Pregiudìzio: dal latino praeiudicium, parola composta da prae, pre, e iudicium ossia giudizio. Giudizio anticipato; nel diritto romano il praeiudicium era una azione che poteva influire sulle decisioni del giudice poiché veniva portata in essere prima del giudizio definitivo. Stereòtipo: questo termine deriva dal neologismo francese stéréotype che merita qualche parola in più. Nato nel 1682, François Didot fu il capostipite di una famosa famiglia francese di stampatori, editori e tipografi; nel 1795 il nipote Firmin brevettò un nuovo metodo di stampa, lo stereotipo parola composta dal greco stereos, duro/rigido, e da typos, immagine/impressione. Il significato odierno di stereotipo è quello di opinione precostituita molto semplificata e soprattutto condivisa dalla massa di persone, luoghi, accadimenti, eccetera. Pregiudìzi e stereòtipi, oggi, indossano quindi negative accezioni.

FotoPoesia #5

Foto Mia

I.
“Will you walk into my parlour?” said a spider to a fly;
“ ‘Tis the prettiest little parlour that ever you did spy. The way into my parlour is up a winding stair, And I have many pretty things to shew when you are there.”
“Oh no, no!” said the little fly, “to ask me is in vain, for who goes up your winding stair can ne’er come down again.”

II.
“I’m sure you must be weary, with soaring up so high,
Will you rest upon my little bed?” said the spider to the fly.
“There are pretty curtains drawn around, the sheets are fine and thin; And if you like to rest awhile, I’ll snugly tuck you in.”
“Oh no, no!” said the little fly, “for I’ve often heard it said, They never, never wake again, who sleep upon your bed!”

III.
Said the cunning spider to the fly, “Dear friend, what shall I do,
To prove the warm affection I’ve always felt for you? I have, within my pantry, good store of all that’s nice;
I’m sure you’re very welcome—will you please to take a slice?”
“Oh no, no!” said the little fly, “kind sir, that cannot be,”I’ve heard what’s in your pantry, and I do not wish to see.”

IV.
“Sweet creature!” said the spider, “you’re witty and you’re wise.
How handsome are your gauzy wings, how brilliant are your eyes!
I have a little looking-glass upon my parlour shelf, If you’ll step in one moment, dear, you shall behold yourself.”
“I thank you, gentle sir,” she said, “for what you’re pleased to say, And bidding you good morning now, I’ll call another day.”

V.
The spider turned him round about, and went into his den,
For well he knew, the silly fly would soon come back again:
So he wove a subtle web, in a little corner, sly, And set his table ready, to dine upon the fly.
Then he went out to his door again, and merrily did sing,
“Come hither, hither, pretty fly, with the pearl and silver wing; Your robes are green and purple—there’s a crest upon your head;
Your eyes are like the diamond bright, but mine are dull as lead.”

VI.
Alas, alas! how very soon this silly little fly, Hearing his wily, flattering words, came slowly flitting by;
With buzzing wings she hung aloft, then near and nearer drew,
Thinking only of her brilliant eyes, and green and purple hue-
Thinking only of her crested head, poor foolish thing!
At last Up jumped the cunning spider, and fiercely held her fast.

VII.
He dragged her up his winding stair, into his dismal den,
Within his little parlour—but she ne’er came out again!
—And now, dear little children, who may this story read, To idle, silly, flattering words, I pray you ne’er give heed:
Unto an evil counsellor, close heart, and ear, and eye, And take a lesson from this tale, of the Spider and the Fly.



Mary Howitt (1829)

Mary Howitt nacque Botham nel marzo 1799 in una cittadina del Gloucestershire, contea dell’Inghilterra sud-occidentale (googolando tra alcune immagini mi è parso di udir campanelli di greggi e filastrocche di vecchie fiabe…). Iniziò a scrivere versi fin da piccola e nel 1821 sposò William Howitt, come lei quacchero e poeta. Insieme diedero vita ad una larga produzione, che iniziò con The Forest Minstrels and other Poems.

Mary e William traslocarono varie volte (vivendo un paio di anni anche in Germania e successivamente anche in Italia) annoverando tra le proprie amicizie e frequentazioni nomi quali Elizabeth Gaskell ed i fratelli William e Dorothy Wordsworth. Tra il 1842 ed il 1863 Mary tradusse diverse novels di Frederika Bremer e Hans Christian Andersen.
Mary si specializzò in versi moralistici e poesie per ragazzi e bambini. La storiella dell’astuto ragno che manipola la povera mosca, The Spider and the Fly, risale al 1829 e fa parte della raccolta intitolata The New Year’s Gift and Juvenile Souvenir.
La strofa d’apertura, Will you walk into my parlour?, è una delle più riconosciute e citate ed è diventata un aforisma, spesso usata per indicare una offerta di aiuto o d’amicizia che in realtà si rivelano una trappola.
Ed è diventata anche una canzone dei Rolling Stones.

Uscita nel 1965 come traccia nella versione statunitense dell’album Out of Our Heads e in UK come B-Side del singolo (I Cant’ Get No) Satisfaction (solo nel 1971 vi arrivò come traccia dell’album compilation Stone Age), è stata suonata dal vivo raramente.

NowListening #4

Il 17 agosto 1959 sotto etichetta Columbia Records usciva Kind of Blue.
Registrato in due sessioni tra marzo ed aprile dello stesso anno, negli studi della 30th Street a New York, viene considerato uno dei capolavori non soltanto di Davis ma di tutta la produzione jazzistica. Nel 2002 la Library of Congress lo sceglie per il National Recording Registry, mentre nel 2003 la rivista Rolling Stone lo piazza dodicesimo nella sua classifica dei 500 album migliori di tutti i tempi. Nel 2019 viene certificato dalla RIAA come Quintuple Platinum per aver venduto oltre cinque milioni di copie.
Lo spettacolare sestetto riunisce Miles Davis, trombettista e compositore considerato un genio innovatore del genere; i sassofonisti John Coltrane e Julian “Cannonball” Adderley, il pianista Bill Evans, il bassista Paul Chambers e il batterista Jimmy Cobb (il pianista Wynton Kelly appare in Freddie Freeloader al posto di Evans).
Ognuno con il proprio stile, con la firma unica magistralmente unita alle altre. Davis non richiese precedenti prove, mostrando solo linee guida, qualche istruzione per ogni pezzo, abbozzi di set di scale entro le quali far progredire le rispettive improvvisazioni. In sala di controllo vennero poi mixati i risultati dell’uso di un microfono per ogni musicista, due per la batteria.
Il risultato è un album osannato da critica e pubblico; la prima lo indica come il primo di quel Jazz Modale ispirato al testo fondamentale Lydian Chromatic Concept of Tonal Organization del compositore, pianista e teorico musicale George Russell; per i secondi beh, Kind of Blue ha fatto scoccare la scintilla amorosa per il Jazz a tantissime persone di più generazioni, delizia mente e timpani di amanti esigenti così come neofiti o semplici ascoltatori per lo più ignoranti sul genere. La sottoscritta rientra in quest’ultima categoria.
Per ascoltarlo Music.YouTube + Deezer + Spotify.

Lato A
So What – 9:22
Freddie Freeloader – 9:46
Blue in Green – 5:37
Lato B
All Blues – 11:33
Flamenco Sketches – 9:26

16 Agosto

Il 16 agosto 2018 all’età di settantasei anni ci lasciava Aretha Franklin. Cantautrice, pianista, anche attrice ed attivista per i diritti civili. Aretha iniziò a cantare fin da piccola nel coro della chiesa, presso la New Bethel Baptist Church di Detroit (Michigan) dove il padre, noto predicatore battista, si era trasferito per divenirne ministro dopo il divorzio (matrimonio turbolento, la madre morì nel 1952). Vari tentativi, un iniziale contratto con Columbia (il primo singolo, Today I Sing the Blues, entrò nella Top Ten della classifica Billboard Hot Rhythm & Blues) con la quale incise album di generi vari tra cui vocal jazz, blues, doo-wop e rhythm and blues (Rock-a-Bye Your Baby with a Dixie Melody divenne la sua prima hit internazionale), poi nel novembre 1966 il contratto terminò e Aretha firmò con la Atlantic Records. Nonostante i primi passi verso il successo che sarebbe arrivato, con la Columbia non si era sentita realmente compresa. Nell’aprile 1967 Aretha registrò la sua versione del singolo di Otis Redding intitolato Respect; raggiunse le vette delle classifiche Pop e R&B e divenne un inno dei diritti civili e la sua signature song.
Trentotto studio album, centotrentuno singoli di cui venti al numero uno nella classifica Billboard Hot R&B, Aretha possedeva un importante strumento vocale: timbro da mezzo-soprano, gran elasticità, capacità interpretativa e d’improvvisazione, la voce era la sua firma, ciò che l’ha resa unica e che tale la farà restare nell’universo musicale.

Il 16 Agosto 1977, quarantun anni prima di Aretha, quando il di lei ventitreesimo album, Sweet Passion, si stava mostrando un fallimento di critica e commerciale (due anni più tardi, 1979, lasciò la Atlantic Records), un’altra voce di quelle uniche si spegneva. Ginger Alden, la sua compagna di quel periodo, trovò Elvis Presley riverso nel bagno. Da tempo soffriva di numerose patologie soprattutto causate dall’abuso di droghe.
La sua carriera musicale iniziò nel 1954 quando registrò alla Sun Records per poi firmare con la RCA Victor l’anno successivo. Nel gennaio 1956 arrivò Heartbreak Hotel, il singolo scalò le classifiche e lo portò al successo. Il primo vero N°1 di Elvis fu però nel 1955, I Forgot To Remember To Forget giunse in testa alla Billboard Country Charts dove rimase per cinque settimane. Sono ben quarantatré anni che di Elvis si legge e si sente di tutto e di più. Online ci sono siti su cui sapere qualunque cosa si possa sapere. Io voglio aggiungere solo un paio di cose sulla sua voce. Come per Aretha Franklin, la voce era la sua firma, la sua unicità, il suo strumento. Come Aretha, spaziava nei generi risultando sempre vincente. Qualità, potenza, estensione che copriva più di due ottave e con un registro che poteva essere definito baritono alto, una elasticità che lo portava dal falsetto al vibrato, la maestosità della sua voce veniva sottolineata soprattutto nei pezzi gospel.

King of Rock & Roll e Queen of Soul.
Tra cento anni la maestosità delle loro voci, le loro inequivocabili firme, saranno ancora riconoscibili almeno dagli estimatori della Musica, coloro che amano quest’Arte dagli albori e con tutto il suo enorme e complesso bagaglio. Tra cento anni, i prodotti musicali dell’attuale epoca saranno stati inglobati da quel vuoto cosmico paragonabile al Nulla che divora Fantàsia. Già a partire dagli anni ‘90 ma con preponderanza dal 2000, una multifattorialità ha partorito la globalizzazione di gusti letterari, musicali, di abbigliamento, culinari, di atteggiamento, di pensiero. Il nostro Nulla sta creando una società di Borg e non sto di certo parlando di cloni del vincitore di undici Grande Slam.
Solito sound, solite voci. Se in rari casi qualcuna di queste potrebbe farsi notare, viene subito soffocata dalla standardizzazione globale. Io chiamo tutto ciò cultura intensiva. Le aziende, le grandi aziende di qualsiasi campo, stanno portando avanti una inesorabile e miserevole targetizzazione. Una cultura appiattita sul consumo. Cultura Intensiva. Ritornerò su questo pensiero, ora preferisco trovare un momento di sublime pace ascoltando Elvis e Aretha, due voci da cui il Nulla sopracitato possono sicuramente salvarsi.

Chi ben comincia…

Un’abitudine è qualcosa che puoi fare senza pensare, il che spiega perché molti di noi ne hanno così tante.

Frank A. Clark.

Abitùdine. Dal latino hăbĭtŭdo/dĭnis, a sua volta derivante da hăbĭtŭs; quindi abito ma anche tendenza a ripetere determinate azioni; atteggiamento, condizione. In Filosofia qualità individuale.
Ci sono abitudini buone ed abitudini cattive, seppur tutto dipenda non molto dai propri gusti ma dalle usanze, dalle consuetudini e convenzioni della società nella quale viviamo. Tradizione ed abitudine italiana vede la giornata iniziare con la classica colazione cappuccino e brioche. Ho sempre mangiato poche brioches, troppo dolci e molto poco nutrienti, meglio una fetta di pane integrale! Sicuramente qualcuno penserà alla famosa frase di Maria Antonietta, S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. Purtroppo la altrettanto famosa regina di Francia, moglie di Luigi XVI, è stata vittima di attacchi soprattutto postumi al fine di esautorarla agli occhi della popolazione e, perché no, del globo intero.
La frase, che sulla bocca di Maria Antonietta è un falso storico, in realtà si ritroverebbe nel Libro VI delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, quando il filosofo e scrittore svizzero ricorda un aneddoto a proposito di una panetteria in cui desiderava entrare.
Infine mi ricordai il ripiego suggerito da una grande principessa a cui avevano detto che i contadini non avevano pane e che rispose: che mangino brioche. Comprai brioche.
Il Libro VI delle Confessioni rientra nella parte in cui Rousseau descrive il periodo 1712/1740-41; Maria Antonietta nacque nel 1755 e giunse in Francia soltanto nel 1770, quindi temporalmente impossibile. La frase, così o modificata in qualche termine, è stata messa su bocche di vari personaggi, da Maria Teresa d’Asburgo ad un imperatore cinese. C’è chi dice che sia invece tutta farina del sacco di Rousseau…
A proposito di farina, insieme a uova, burro, latte, zucchero, lievito, è l’ingrediente per preparare la brioche. Brioche deriva dal normanno brier, ossia impastare. Ed è proprio nella Normandia del XVI secolo che si possono ritrovare tracce certe del piccolo dolcetto somigliante ad un pandoro rovesciato che si declina in moltissime varianti. In Italia brioche viene usato come sinonimo di cornetto, ma non sono la stessa cosa. Il cornetto è la versione italiana dell’austriaco kipferl, che leggenda vuole esser stato creato da pasticceri austriaci per festeggiare la vittoria sull’esercito dell’Impero Ottomano (Vienna, 1683) dandogli proprio forma di mezzaluna. In realtà il kipferl sarebbe molto più vecchio, ma il mistero avvolge sempre pietanze così lontane… Dall’Austria il dolcetto a mezzaluna arrivò in Italia, assumendo il nome e la forma del cornetto. Più tardi, grazie alle Viennoiserie, conquista anche il territorio francese prendendo il nome croissant ed aggiungendo più burro negli ingredienti.
Tornando alla Battaglia di Vienna nel 1683, cos’altro poteva mancare dopo l’invenzione del padre del cornetto? Il cappuccino, ovviamente! Leggenda vuole che il frate Marco d’Aviano si trovasse a Vienna mandato da Papa Innocenzo XI con il delicato incarico di ricreare una coalizione cristiana; entrato in una caffetteria in cerca di una pausa di ristoro ordinò un caffè, ma trovandolo particolarmente amaro chiese qualcosa per addolcirlo. Il latte aggiunto rese la bevanda di un colore simile al saio indossato dal frate, il cameriere, notando la cosa, esclamò kapuziner!, ed il resto sarebbe storia. Sarebbe perché altra leggenda vede l’ex-soldato Franciszek Jerzy Kulczycki aprire una caffetteria con la scorta di caffè turco abbandonato dall’esercito Ottomano, ma poiché il caffè turco è molto forte ecco che il caffè servito veniva edulcorato con latte (o panna?) e miele.
Con il tempo e la diffusione si iniziò ad aggiungere spezie e panna montata, poi arrivò la schiuma che divenne parte must con l’invenzione delle macchine da espresso, all’inizio del XX secolo.
Quindi, d’ora in poi, ad ogni cappuccino con o senza cornetto ricordate che quel momento di mattutina dolcezza è frutto di una cruenta battaglia svoltasi tra l’11 e 12 settembre 1683 presso Kahlenberg, collina viennese che in italiano diventa Monte Calvo, che vide 17.000 morti (15.000 della coalizione composta da Impero ottomano, Principato di Transilvania, Khanato di Crimea, Principato di Valacchia e Principato di Moldavia).
E in quanto a me beh, niente cornetto ma sicuramente è tempo di riprendere l’abitudine di scribacchiare per il blog.

Caro Alfred ti scrivo…

Da qualche settimana un nuovo personaggio si è palesato nella vita di quartiere. Beh insomma, definirlo quartiere è alquanto pretenzioso… Riformulo. (schiarimento di voce con sistemazione occhiali).
Da qualche settimana un nuovo personaggio si è palesato nella vita di questa zona del paese. Inizialmente il suo comportamento è stato preso con divertimento dagli abitanti, un qualcosa di nuovo ed un po’ strambo, diventando poi ultimamente fastidioso ed anche potenzialmente pericoloso. Il personaggio in questione è un rappresentante di Corvus Cornix, Specie tra le 5.300 appartenenti all’Ordine Passeriformes. Superfamiglia Corvoidea, Genere Corvus.
Uccelli longevi dalla vispa intelligenza, onnivori con tendenza opportunistica, possiedono un vasto range di vocalizzi con cui comunicano soprattutto con i conspecifici, sono in grado di fabbricare utensili con cui potersi procacciare il cibo ed anche se alcune specie sono di tendenza solitaria, di norma sono gregari e moderatamente sociali e sono anche monogami.
La cornacchia grigia, specie di appartenenza del nostro personaggio, è un uccello diurno gregario. Trascorre molto tempo a socializzare e rinforzare i rapporti con gli appartenenti al proprio gruppo. È chiassosa, quel craaak craaak ripetuto più volte può essere davvero fastidioso. Uniti in gruppo possono diventare pericolosi, arrivando ad attaccare cani, gatti, altri uccelli ed anche persone, soprattutto nelle stagioni della nidificazione.

Giorno dopo giorno, il nuovo personaggio ha iniziato a presentarsi su finestre, balconi, giardini e orti, gazebo di vari paesani. Un po’ in disparte, quasi con educazione, osservava e se gli veniva allungato del cibo manifestava soddisfazione. E la gente, divertita, ha iniziato a viziarlo un po’. Dal mattino alla sera, su e giù per questo lato del paese, la cornacchia riceveva un fiorone (siconio, falso frutto derivante dall’omonima infiorescenza del Fico), una prugna, pezzetti di brioche, avanzi vari di cibo ed anche acqua. Vizi su vizi e la cornacchia ha iniziato a manifestare invadenza, pretendendo ostinatamente arrivando a soffiare e beccare nel caso non venga soddisfatta. Ha iniziato a rubare e non solo cibo. Accendini, chiavi, cannucce, piccole posate. Da gatti e cani prima stava alla larga e se non la consideravi se ne andava, ultimamente niente pare intimorirla. Si butta contro qualunque cosa, emettendo quel sibilo stridulo a becco aperto in chiara motivazione minacciosa. Noi non le abbiamo mai dato cibo né altro, quando arriva il turno del nostro terrazzo ci premuriamo solo che non accada nulla al gatto. E come noi molti altri, ma l’invadenza e l’essere molesta stanno purtroppo aumentando.

Nel film hitchcockiano datato 1963 e tratto dall’omonimo racconto di Daphne du Maurier (autrice di Rebecca la prima moglie, Mia cugina Rachele, Jamaica Inn), a mostrare comportamenti angoscianti e in odor di terrorismo erano pappagalli, galline, gabbiani, tutta una quantità di varie specie di uccelli. Cabine telefoniche non ce ne sono più, impossibilitati ad una chiamata d’urgenza, o a veder comparire un mantello rosso su calzamaglia blu, non vorremo essere costretti a retrocedere in silenzio salendo sulle auto per abbandonare il nostro paesello, sotto il giogo di una mefistofelica cornacchia.