FotoPoesia #27

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To see the Summer Sky Is Poetry,
though never in a Book it lie
True Poems flee.

Vedere il Cielo d’Estate È Poesia,
anche se mai in un Libro costretta
Le vere Poesie fuggono.



Emily Dickinson

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VideoPoesia #1

vid by me

A drop fell on the apple tree,
Another on the roof;
A half a dozen kissed the eaves,
And made the gables laugh.

A few went out to help the brook,
That went to help the sea.
Myself conjectured, Were they pearls,
What necklaces could be!

The dust replaced in hoisted roads,
The birds jocoser sung;
The sunshine threw his hat away,
The orchards spangles hung.

The breezes brought dejected lutes,
And bathed them in the glee;
The East put out a single flag,
And signed the fete away.



Una Goccia cadde sul Melo
Un’altra – sul Tetto
Una Mezza Dozzina baciarono le Gronde
E fecero ridere i Frontoni
Alcune si spinsero oltre per aiutare il Ruscello
Che andava ad aiutare il Mare
Io Congetturavo che fossero Perle
Che Collane sarebbero state

La Polvere fu rimpiazzata, nelle Strade in Salita
Gli Uccelli cantarono giocosi
La Luce del Sole gettò via il Cappello
I Cespugli – sparsero lustrini

Le Brezze portarono afflitti Liuti
E li bagnarono nel Gaudio
Poi l’Oriente espose un’unica Bandiera
E siglò la fine della Festa



Traduzione di Giuseppe Ierolli
Summer Shower – Emily Dickinson

Naso all’insù

Tra oggi, domenica 10 Luglio, e martedì 12, il nostro cielo sarà teatro di un bellissimo e affascinante spettacolo. La compagnia di attori sarà quella delle Pegàsidi e delle Capricornidi, più volgarmente denominate stelle cadenti. Saranno messe un po’ in ombra dalla regina del cielo notturno, la Luna infatti si trova in fase di gibbosa crescente e sarà piena il 13. Da giorni fioccano titoli sulla Luna Piena del Cervo, così nominata la fase di plenilunio che coinciderà con il trovarsi al perigeo, ovvero alla minima distanza dalla Terra, del nostro satellite. Lo sciame meteorico delle Pegàsidi è giovane, veloce e, leggendo un po’ sui vari siti tra cui UAI, seppur conosciuto già nell’800, ha una origine ancora non molto chiara. Al contrario, quello delle Capricornidi, scoperto attorno al 1935, è uno sciame più lento e brillante e nonostante la luna in fase crescente sarà poco disturbato dal nostro satellite, che resterà basso sull’orizzonte. Per entrambi gli sciami il radiante, il punto nel cielo notturno dal quale sembrano provenire le così dette stelle cadenti, apparirà attorno alle 23/23:30.
Quindi occhio al cielo!

Ah, Moon — and Star!
You are very far —
But were no one
Farther than you —
Do you think I’d stop
For a Firmament —
Or a Cubit — or so?
I could borrow a Bonnet
Of the Lark —
And a Chamois’ Silver Boot —
And a stirrup of an Antelope —
And be with you — Tonight!
But, Moon, and Star,
Though you’re very far —
There is one — farther than you —
He — is more than a firmament — from Me —
So I can never go!


Ah, Luna – e Stella!
Siete molto lontane
Ma se nessuno fosse
Più lontano di voi
Credete che mi bloccherei
Per un Firmamento
O un Cubito – o altro?
Potrei prendere il Berretto
Dell’Allodola
E gli Stivali Argentei di un Camoscio
E la staffa di un’Antilope
E sarei con voi – stanotte!
Ma, Luna, e Stella,
Benché siate molto lontane
C’è qualcuno – più lontano di voi
Egli – è a più di un firmamento – da me
Così non potrò mai andarci!



Emily DickinsonTraduzione di Giuseppe Ierolli.

FotoPoesia #24 – Solstizio d’Inverno, 21 Dicembre 2021 ore 16:59 italiane.

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Winter is good – his Hoar Delights
Italic flavor yield
To Intellects inebriate
With Summer, or the World
Generic as a Quarry
And hearty – as a Rose
Invited with Asperity
But welcome when he goes.


Buono è l’Inverno – le sue Bianche Delizie
Producono fragranze in corsivo
Per gli Intelletti inebriati
Dall’Estate, o dal Mondo
Generico come una Cava
E vigoroso – come una Rosa
Invitato con Asprezza
Ma gradito quando se ne va.



Winter is good – his Hoar Delights — Emily Dickinson
Traduzione di Giuseppe Ierolli – emilydickinson.it

❄️❄️❄️

Le Quattro Stagioni fanno parte della raccolta di concerti intitolata Il cimento dell’armonia e dell’inventione, scritta da Antonio Vivaldi tra il 1724 ed il 1725. Il concerto numero 4, detto L’Inverno, si accentra sulla pioggia scrosciante e sulla furia del vento, ma anche sulla pace interiore che questa gelida stagione reca. Avete mai camminato in un campo innevato? Ecco, quella è la pace invernale…
Ogni stagione è accompagnata da sonetti, anonimi o forse scritti da Vivaldi stesso.

Agghiacciato tremar tra nevi algenti
Al Severo Spirar d’orrido Vento,
Correr battendo i piedi ogni momento,
E pel Soverchio gel batter i denti.

Passar al foco i dì quieti e contenti
Mentre la pioggia fuor bagna ben cento.

Caminar sopra il ghiaccio e a passo lento
Per timore di cadere bene.
Gir forte Sdrucciolar, cader a terra
Di nuovo ir sopra ‘l ghiaccio e correr forte
Sin ch’il ghiaccio si rompe, e si disserra.
Sentir uscir dalle ferrate porte
Scirocco, Borea, e tutti i venti in guerra
Quest’è ‘l verno, ma tal, che gioia apporte.

FotoPoesia #23

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I bring an unaccustomed wine
To lips long parching
Next to mine,
And summon them to drink;
Crackling with fever, they essay,
I turn my brimming eyes away,
And come next hour to look.
The hands still hug the tardy glass.
The lips I w’d have cooled, alas
Are so superfluous cold
I w’d as soon attempt to warm
The bosoms where the frost has lain
Ages beneath the mould.
Some other thirsty there may be
To whom this w’d have pointed me
Had it remained to speak.
And so I always bear the cup
If, haply, mine may be the drop
Some pilgrim thirst to slake.
If, haply, any say to me
“Unto the little, unto me,”
When I at last awake.


Porto un vino inconsueto
A labbra da tempo inaridite
Vicine alle mie,
E le incito a bere;
Crepitanti dalla febbre, tentano,
Io distolgo i miei occhi traboccanti,
E torno dopo un’ora a controllare.
Le mani stringono ancora il tardivo bicchiere
Le labbra che avrei voluto rinfrescare, ahimè
Sono così esageratamente fredde
Farei prima a tentare di scaldare
Petti dove il gelo si è insediato
Da secoli sottoterra.
Alcuni altri assetati potrebbero esserci
Ai quali costui mi avrebbe indirizzato
Gli fosse rimasta la parola.
E così porto sempre la coppa
Se, per caso, mia potesse essere la goccia
Che spegne la sete di qualche pellegrino.
Se, per caso, qualcuno mi dicesse
“All’umile, a me”,
Quando alla fine mi risveglierò.



Emily Dickinson – I bring an unaccustomed wine/Porto un vino inconsueto

Nella foto: vino corposo, ben strutturato, caldo, avvolgente, dai sentori speziati, di prugne e ciliegie, il Nero di Troia è originario della Puglia in cui sarebbe giunto, stando alla leggenda, dalla Grecia grazie al mitologico Diomede. Oggi è stato compagno impeccabile durante un gustoso pranzo, mentre fuori imperversavano neve e pioggia.

FotoPoesia #21

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HOPE is the thing with feathers
That perches in the soul
And sings the tune without the words
And never stops at all
And sweetest – in the Gale is heard
And sore must be the storm
That could abash the little Bird
That kept so many warm
I’ve heard it in the chillest land
And on the strangest Sea
Yet never in Extremity,
It asked a crumb of me.

La SPERANZA è quella cosa piumata
che si viene a posare sull’anima
Canta melodie senza parole
e non smette mai
E la senti dolcissima nel vento
E dura deve essere la tempesta
capace di intimidire il piccolo uccello
che ha dato calore a tanti
Io l’ho sentito nel paese più gelido
e sui mari più alieni
Eppure mai, nemmeno allo stremo
ho chiesto una briciola di me.




Hope is the thing with feathers/La Speranza è quella cosa piumata

La vita di Emily Dickinson fu costellata da numerose problematiche, tra cui una salute traballante, una ossessione per il tema della morte ed una spiritualità molto personale e conflittuale, oltre che un forte desiderio di solitudine e vita ritirata. Tra tutte però svettava la passione per la poesia. Dopo la sua morte, la sorella Lavinia scoprì nella sua camera un vero tesoro. Emily aveva scritto centinaia di poesie, molte delle quali raccolte in volumetti improvvisati su fogli di carta che essa stessa cuciva insieme con ago e filo, ora denominati fascicoli. Questa poesia fa parte del Fascicolo 13, che ne conteneva circa una ventina e che probabilmente furono composte attorno al 1861/62.

FotoPoesia #14

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Bring me the sunset in a cup,
Reckon the morning’s flagons up
And say how many Dew,
Tell me how far the morning leaps
Tell me what time the weaver sleeps
Who spun the breadth of blue!
Write me how many notes there be
In the new Robin’s ecstasy
Among astonished boughs
How many trips the Tortoise makes
How many cups the Bee partakes,
The Debauchee of Dews!
Also, who laid the Rainbow’s piers,
Also, who leads the docile spheres
By withes of supple blue?
Whose fingers string the stalactite
Who counts the wampum of the night
To see that none is due?
Who built this little Alban House
And shut the windows down so close
My spirit cannot see?
Who’ll let me out some gala day
With implements to fly away,
Passing Pomposity?



Emily Dickinson – Bring Me The Sunset In A Cup


È la quarta poesia di Dickinson che associo ad una mia foto in questa rubrichetta. Trovo che la sua poesia sia semplice e profonda al contempo, dipinge il quadro che ha di fronte illustrandolo al lettore con una vividezza che lo rende tangibile. Per chi come me soffre di sinestesia, leggere una poesia di Emily equivale a vedere un film in un formato di gran lunga superiore al 3D. Un’esperienza cognitiva, ed emotiva, incredibile ed appagante.

FotoPoesia #12

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She sights a Bird – she chuckles – Emily Dickinson


She sights a Bird—she chuckles
She flattens—then she crawls
She runs without the look of feet
Her eyes increase to Balls

Her Jaws stir—twitching—hungry
Her Teeth can hardly stand
She leaps, but Robin leaped the first
Ah, Pussy, of the Sand

The Hopes so juicy ripening
You almost bathed your Tongue
When Bliss disclosed a hundred Toes
And fled with every one.

FotoPoesia #11

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Pic by me

The daisy follows soft the sun – Emily Dickinson.

The daisy follows soft the sun,
and when his golden walk is done,
sits shyly at his feet.
He, waking, finds the flower near.
“Wherefore, marauder, art thou here?”
“Because, sir, love is sweet!”
We are the flower, Thou the sun!
Forgive us, if as days decline,
we nearer steal to Thee?
Enamoured of the parting west,
the peace, the flight, the amethyst,
Night’s possibility!



Quando era in vita, Emily Dickinson (1830-1886) vide pubblicati soltanto sette suoi componimenti, a cui gli editori vollero apportare diverse modifiche. Una donna poetessa a quell’epoca era pressoché impensabile…
Dopo la sua morte, la sorella Vinnie scoprì nella sua camera centinaia di poesie tutte scritte su piccoli foglietti rilegati poi assieme manualmente. Nel corso degli anni sono state pubblicate molte raccolte, la prima delle quali nel 1890 voluta proprio da Vinnie e da Mabel Todd, amica di famiglia e amante del fratello maggiore Austin. La poesia della Dickinson è soave e forte al contempo, sottolineando le meraviglie del piccolo riesce ad illustrare la bellezza del grande.

Consiglio il sito italiano emilydickinson.it, un vero database ricchissimo e stupendo da sfogliare. Non consiglio invece la serie tv Dickinson, di cui non riporto alcun link poiché mi fa orrore il solo cercarli. Un insulto al gusto e alla storia della poetessa. Un guazzabuglio di stereotipi, pietosi anacronismi pop, musica moderna, gioventù da social trasportata al 1800. Sono allibita per il successo che ha riscontrato e che le ha fatto guadagnare il rinnovo per la terza stagione. Al peggio non c’è mai limite. Un po’ come alcuni musei francesi e la decisione di sostituire i numeri romani, sia mai che occorra un po’ sforzare il cervello di questi tempi dove la banalità, il vuoto, l’analfabetismo funzionale/di ritorno imperano soprattutto sui social, luogo in cui hanno attecchito meravigliosamente.

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