Una tazza di tè

È sempre l’ora del tè, e negli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze.

Bianconiglio aveva ragione. Ci sono tè diversi per diversi momenti della giornata ed anche per diversi stati d’animo. Dopo una giornata stancante o per una pausa rinfrancante, una delle mie coccole preferite è una tazza di chai.

pic by me

Masala Chai, letteralmente tè con misto di spezie (masala infatti è un mix di spezie usato nella cucina indiana), è una bevanda tipica dell’India conosciuta praticamente ovunque. Esistono preparati in bustine e sfusi per infusione, da aggiungere al mix di acqua e latte. Tra le marche migliori che ho provato c’è Vahdam, con una lunga storia alle spalle. Tuttavia, da gran amante delle spezie, non resto mai senza e le uso praticamente ovunque, mi piace preparare il chai da me. Non si dice chai tea o tè chai, dato che chai GIÀ significa tè. Ha origine dal mandarino chà e dal persiano chay; se volete approfondire l’etimologia, date un’occhiata qui.
Preparare una tazza di chai è davvero facile; non c’è una ricetta unica per il masala, come in ogni luogo esistono varianti da zona a zona. Dopo aver letto, guardato video, provato, la versione che prediligo prevede due tazze di acqua in un pentolino, su fuoco medio, a cui aggiungo 2 o 3 chiodi di garofano, un paio di pezzetti di zenzero fresco, 2 o 3 pezzetti di stecca di cannella, 3 o 4 baccelli di cardamomo verde pestati. Porto a bollore a fiamma viva, abbasso e mescolando ogni tanto lascio cuocere qualche minuto, affinché le spezie siano morbide ed abbiano rilasciato tutti i sentori. Di solito calcolo dai 4 ai 6 minuti, a seconda della intensità che voglio ottenere. A questo punto aggiungo un cucchiaino abbondante di Assam, tè nero coltivato nell’omonima regione storica indiana (a volte uso il Darjeeling, altro tè nero indiano, ma per il chai prediligo l’Assam) e lascio cuocere non più di due minuti, fiamma al minimo, poiché non voglio dar troppo accento al tipico sapore astringente. Trascorso questo tempo aggiungo un paio di cucchiai di latte, comunque non più di tre, faccio bollire alzando la fiamma e appena bolle spengo e allontano dal fornello. Lascio riposare un poco, con un colino filtro nella tazza e con calma mi gusto il mio chai.

video by me

Un preparato, bustina o sfuso, è sicuramente più veloce ma il tè è un rituale, un momento di calma, di relax, una pausa zen…
Ieri nel primo pomeriggio soffiava un bel venticello che teneva il cielo limpido. I raggi del sole carezzavano i rami del mio alberello ed io me ne stavo seduta alla finestra, con il mio chai appena tolto dai fornelli ed in sottofondo il Concerto per Violino e Orchestra n° 3 di Camille Saint-Saëns (il movimento degli alberi imposto dal vento fa sempre risuonare nella mia testa il paradisiaco suono del violino…).
Un intenso momento zen.

Violin Concert n°3 – sec. mov. Andantino Quasi Allegretto

Questo post è stato, involontariamente, suggerito da Paola.

Pubblicità

Me, myself and… Books #16

pic by me

Un pomeriggio in cui il caldo è meno opprimente, i colori della Echinopsis sbocciati in tutta la loro vividezza ed ecco che la terrazza diventa il luogo perfetto per una tazzina di buon caffè e l’audiolettura di un racconto di Cesare Pavese.

pic by me

Poeta, traduttore, scrittore, nato in un piccolo comune piemontese nel 1908, Pavese termina nel febbraio 1932, ventiquattrenne, la stesura dei dieci racconti che danno vita al ciclo raccolta Ciau Masino. Ambientati in quello che era il suo proprio habitat, il Po e le Langhe, i dieci scritti narrano le vite di due quasi omonimi dai destini opposti; il giornalista Tommaso Ferrero, detto Masino, ed il meccanico Giantommaso Dalmastro soprannominato Masin. Storie semplici, crude, profonde, scapestrate, quasi filosofiche. Storie dove il dialetto locale non è solo un modo di comunicare, ma diventa stretta caratteristica di un mondo unico e sé stante, dove assume le forme di note musicali, dove i due Masino arrivano a rappresentare anche valori estremi dell’autore stesso. Un po’ autobiografia, un po’ Langhe blues, un po’ scritto sperimentale, Ciau Masino, i cui racconti sono intervallati da una poesia che unisce e consegna, furono riposti in un cassetto e pubblicati soltanto postumi nel 1968 da Einaudi, nel volume dei Racconti (che potete trovare QUI).

Echinopsis è un Genere di Succulenta della Famiglia delle Cactaceae, volgarmente famiglia dei cactus, descritta inizialmente nel 1837 dal botanico tedesco Joseph Gerhard Zuccarini, che conta un altissimo numero di specie diverse provenienti dal Sud America. Il nome Echinopsis ha origine greca; ἐχῖνος, echînos, riccio/riccio di mare e ὄψις, ópsis, aspetto, quindi una pianta somigliante al riccio.

Lascio i link dove poter trovare liberi alcuni racconti della raccolta Ciau Masino; i primi due sono di Masino, i successivi due di Masin.
Il Blues delle Cicche
L’acqua del Po
Congedato
I cantastorie

Nel mezzo del cammin…

No, non mi sono ritrovata per nessuna selva oscura né tanto meno mi sono persa, anche se quasi squagliata dal fastidioso caldo sì. Ieri abbiamo di nuovo toccato i 38/39ª C (con punta di 44º misurata al sole) ed oggi, probabilmente, replicherà.

pic by me

Laggiù, in fondo, la fièvole sagoma delle Alpi Apuane, che si ergono tra le valli del Magra, del Serchio e dell’Aulella. Catena antiappenninica, formatasi in epoca molto più antica rispetto all’Appennino, così denominata ad inizio 1800 dall’allora nuovo dipartimento del Regno italico, a causa della somiglianza con il tratto dolomitico, unendo quindi alpe al nome dei popoli locali, Ligures Apuani, fieri e orgogliosi che dettero filo da torcere ai romani, anche se, alla fine, molti vennero catturati e deportati nel Sannio.

si stancarono prima gli Apui di inseguire, che i romani di fuggire…

link

Come ogni mattina, camminando, passo nei pressi di un angolo in cui cresce della profumata menta campestre, Mentha arvensis secondo la classificazione di Linneo, parte del genere Mentha, famiglia delle Lamiaceae che, possedendo molte qualità aromatiche, vengono usate in cucina, liquoreria, profumeria ed anche farmacia. Delle Lamiaceae fanno parte anche le piante aromatiche del genere Ocimum, suddiviso in varie specie di basilico.
Il nome menta deriva dal greco Minthe/Myntha, quello di una ninfa dei fiumi che fu tramutata in un’erba da Persefone, regina degli inferi e sposa di Ade, figlio di Crono e Rea e dio del regno morti e delle ombre. Leggende sul perché Persefone compì un tale atto sono diverse, una vede la ninfa amata proprio da Ade e Persefone, gelosa, attuò la sua vendetta.

Avendo, a casa, delle belle zucchine, ho deciso per la cena una crema da servire fredda (date le alte temperature) con menta, zenzero, curcuma e pepe. Verdi cucchiaiate, profumate, un po’ piccantine, belle fresche…
Per la psicologia del colore, il verde trasmette calma e concentrazione. È il colore della natura e dell’armonia. Forse è per questo che mi garba tanto… cosa buffa, è che l’arancione, mio colore preferito, viene associato sia a libertà ed originalità ma anche a ottimismo ed entusiasmo! Ottimismo ed io non so neanche se ci salutiamo più, ormai.
Ovviamente, la menta restante l’ho usata per un’altra preparazione dedicata al pranzo.

Pesto, dal tardo latino pistāre/pinsĕre ossia battere, macinare, frantumare, pigiare.
Il Re dei pesti di norma è quello genovese, il cui ingrediente base è il basilico genovese ossia una cultivar specifica dell’area. Un cultivar, semplicemente, è una coltivazione con miglioramenti genetici.
Nel mio caso, nel mortaio ho messo, oltre alle foglie di menta, pistacchi, bacche di pepe nero, pezzetti di zenzero, scorza e succo di lime a cui poi ho aggiunto dell’olio EVO pugliese (preferisco gli oli del sud, più intensi). Questo pestino lo userò col pranzo, durante il quale spero di riuscire a finire uno dei libri in lettura anzi, in audiolettura. Adoro gli audiolibri, nel mio rapporto con la lettura hanno un importante peso. Certo, molto dipende dal lettore ma ultimamente, per mia fortuna, questo formato sta avendo un buon riscontro anche in Italia e quindi c’è sempre più materiale da poter sfruttare.
Quindi, dopo una bella camminata, un buon pranzo accompagnato da un buon ascolto. Cibo per corpo e mente.

Vanità e Orgoglio

Vanità e orgoglio sono ben diversi tra loro, anche se queste due parole vengono spesso usate nello stesso senso. Una persona può essere orgogliosa senza essere vanitosa. L’orgoglio si riferisce soprattutto a quello che pensiamo di noi stessi; la vanità a ciò che vorremmo che gli altri pensassero di noi

Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen

Parole di Mary, terza e mediana sorella del quintetto Bennet, voce di Jane Austen. Pride and Prejudice non è il mio romanzo preferito della Austen, anzi, a dirla tutta, per come viene letto e manipolato dai più, inizia anche un po’ a starmi antipatico…
Mary, che delle sorelle viene descritta come quella bruttina, con troppa morale, la tipica sciocchina che legge molto senza capire realmente ciò che ha letto (ne conosco assai, così…). Poiché legge molto credendo di capire, ma in realtà non capisce, sentenzia con presunzione ed ipocrisia (di nuovo, ne conosco… ecc…) spesso mettendosi in situazioni ridicole ed anche un poco umilianti. Le parole riportate sopra, tuttavia, le ricordo sempre con piacere giacché ho sempre ritenuto che un poco di orgoglio male non faccia. L’orgoglio necessario a mantenere quell’onore che abbiamo perso, di cui sto leggendo in un libriccino del 2017 di cui poi scriverò due righe, e la cui perdita non è che uno dei tanti sintomi dell’involuzione a cui la nostra specie è soggetta già da tempo.
Ma sto tergiversando. Mi capita praticamente ogni volta, parto per un sentiero e mi smarrisco in mille stradine laterali…
Vanità ed orgoglio, dicevo.
Dal latino vānĭtās, derivazione di vānus ossia falso, frivolo, infruttuoso, privo di contenuto. Orgòglio, dal provenzale orgolh e dal tedesco antico urgol, sentimento eccessivo della propria personalità.
Un moto di vanità capita a tutti, almeno una volta nella vita. E pure d’orgoglio. Quando, dopo molto impegno e molta fatica, infine, si raggiunge l’obiettivo prefissato ecco, mi par giusto provare un moto di bonario orgoglio, di sincera vanità. Come darsi da soli una pacca sulle spalle. Oppure, ancora, quando tua madre ripete per l’ennesima volta che no, questo taglio così corto è roba da maschiacci e insomma alla mia età e poi mette in evidenza il sedere a forma di portaerei. Suvvia, comportati da donna!… e lo dice con quel cipìglio fastidio che conosco da una vita e che trovo digeribile quanto un mazzo di chiodi. Alla soglia dei cinquant’anni, l’unica persona al mondo in grado di farmi sentire una cinquenne stupida e immeritevole è la portatrice d’utero che m’ha fornito il 50% del materiale genetico (poi, tra l’altro, dato che è un pessimo materiale difettoso poteva anche risparmiarsi…).
Oggi però, mentre fuori la colonnina lievitava e l’aria pareva quella di un forno quasi pronto alla cottura, il mio orgoglio e la mia vanità hanno sussultato, fatto una piccola òla, alzato i calici brindando e ridendo a gran voce. Tiè, mammina cara! Con un sorriso a diecimilamiliardi di denti, gongolando impuneménte, ho ringraziato la cassiera ancora a bocca aperta per l’errore d’avermi dato dieci anni in meno, sottolineando quanto questo taglio cortissimo le piaccia davvero su di me e complimentandosi per come sono. L’ho già detto? Tiè, mammina cara!
In auto, socchiudendo gli occhi poiché la luce mi causa fastidio, ho messo in moto dopo aver fatto partire le meravigliose note della Danza ungherese n. 4 di Johannes Brahms, orchestrata poi (poiché le danze ungheresi nascono in origine per pianoforte a quattro mani) dal compositore russo naturalizzato svizzero Paul Juon. E con Brahams e Juon, ho danzato pure io anzi, vanità ed orgoglio si sono amorevolmente strette in un abbraccio prendendo a danzare.
Tiè, mammina cara!

Homo Absūrdus

Assùrdo: dal latino absurdus, derivazione da surdus ossia sordo; absŭrdus/m ossia stonato, dissonante.
Una dissonanza è un qualcosa che stride, sgradevole, all’orecchio fastidioso. Può risultare stonato anche come frase, come concetto. Assurdo è tutto ciò che va oltre la ragione, la norma, il buon senso, il reale. Per trovare ampia quantità di esempi di assurdità, basta semplicemente sfogliare le miriadi di commenti di un qualunque argomento, come ad esempio le notizie sulle recenti esternazioni del presidente francese Macron. Ormai sulla COVID-19 (la malattia) causata dal SARS-CoV-2 (il virus) ne sono state dette di tutte e di più, poiché è un virus ancora tutto da scoprire, così come ciò che causa, sarebbe saggio limitare abbondantemente ascolti ed esternazioni (sia per i non addetti ai lavori che per molti del settore). Ma di stonature e di stonati invece abbondano i social, ahimè antenna amplificatrice della dissonanza che i più hanno in testa. Tra i vari commenti, oggi ne ho trovato uno davvero esilarante oltre che sintomo di scarsa capacità di discernimento.

È un farmaco sperimentale con dosi placebo e doppio cieco… Sveglia.

Devo ammettere che lo sveglia finale ormai è stimolo per risate, grasse seppur amare. Gli stonati in questione, hanno evidentemente letto alcuni dei molteplici articoli su cosa sia, come venga sviluppato e testato un vaccino, mescolato il tutto all’interno di un cranio in cui di note non ne sono mai state azzeccate nemmeno una e, infine, partorito verità oscure che soltanto loro sono in grado di smascherare. La nostra specie, auto-definitasi Homo Sapiens (io, onestamente, modificherei…), ama le storie. Ama raccontarle, crearle, modificarle, ascoltarle. Di base, H. Sapiens ha un meccanismo animista e semplicista, tutto ha uno scopo e tutto ha un perché e, soprattutto, c’è l’eterna lotta tra il bene ed il male, il cavaliere che per salvare dama e regno deve lottare contro il cattivo e perfido drago. Una sorta di diktat evoluzionistico, diciamo… Questo specifico drago avrebbe escogitato una finta malattia al fine di poterci somministrare una pseudo cura per assoggettarci al suo volere, rendendoci schiavi. All’interno di questa non cura, microchip per controllare le nostre menti e chissà cos’altro. Direi che la trama sta ben avanzando, mi munisco di qualche snack salutare (la fine del mondo sta incombendo e così la nostra schiavitù, anche perché io ne sono già soggetta poiché ho completato le due dosi vaccinali attualmente richieste, ma ciò non significa ch’io possa mangiare Pringles) ed attendo l’arrivo del cavaliere. Sperando non sia quello nero…

Here we go again…

pic by me

È tornata. Dal 1º giugno meteorologica, dal 21 anche quella astronomica che dura all’incirca una novantina di giorni. Il caldo tuttavia era già qui a fine maggio, piombato su questi lidi nel giro di 24/48 ore con temperature attorno ai 30º C ed un alto tasso di umidità. In pratica, dal piumone al ventilatore. Non tollero il caldo, oltre i 23/24º si spegne l’interruttore del pensiero e tutto ciò che vedo e sento è caffè freddo e tè freddo. E pochi cibi freddi.
L’estate è fatta di luce e per me luce è rumore, come se qualcuno urlasse e scalciasse e graffiasse dall’alba al tramonto trovando pace e silenzio solo con l’avvento del crepuscolo vespertino. Causa sinestesia, l’alba equivale ad un grido che si prolunga per tutto il giorno e che sfuma, per morirvi, in quella che viene nominata Golden Hour serale (c’è quella mattutina, anche), quando il sole si trova molto basso all’orizzonte e tutto è soffuso d’una luce calda, morbida, soave… dorata, appunto. L’etimologia di estate risale all’antica lingua indoeuropea sanscrita, con la radice aidh il cui significato equivale a infiammare, ardere. Dal sanscrito si arriva al greco, aitho ardere e poi al latino, aestus/aestās ossia calore/calore bruciante. Bello… (…)
L’estate è la stagione che meno preferisco; c’è, occorre sopportarla, qualcosa di buono pure lo ha ma ne farei volentieri a meno. Oggi tuttavia è una giornata abbastanza ventilata, perfetta quindi per crogiolarsi sulla sdràio, in terrazza, armati di tè freddo e libro. In questo periodo sto portando avanti svariate letture: Lettere di Jane Austen, edito da Parole d’Argento Edizioni e che posseggo in vari formati e varie edizioni; Lettere di Fëdor Dostoevskij, a cura di Alice Farina e edito da Il Saggiatore; Pillole di Storia Antica di un giovane appassionato e studioso di Storia; YEAR OF WONDER: Classical Music for Every Day, edito da Neri Pozza, orrendamente, ed incomprensibilmente, tradotto in italiano con Un anno con Mozart, di Clemency Burton-Hill; Specchi nel Cervello edito da Raffaello Cortina. Quest’ultimo è stato scritto a quattro mani dal neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, vincitore di numerosi premi, famoso a livello internazionale, da poco eletto membro della Royal Society e scopritore dei neuroni specchio, e da Corrado Sinigaglia docente di Filosofia della Scienza. È un testo sicuramente complesso e non di così facile digestione, ma estremamente affascinante (in parole povere, i neuroni specchio sono neuroni, cellule altamente specializzate, che vengono attivati sia da azioni compiute da noi stessi sia dalle medesime azioni osservate e portate in essere da qualcuno che stiamo osservando), che porto avanti nelle ore pomeridiane. Year of Wonder è una piacevole compagnia mattutina, durante la colazione; l’autrice ha creato su Spotify la relativa playlist che accompagna la lettura del pezzo ch’ella stessa ha selezionato per quel giorno. Ho scoperto molti nomi prima sconosciuti, ma ho avuto l’ennesima conferma che l’arte contemporanea non fa per me. I due titoli epistolari sono simili eppur diversi al contempo: Fëdor Dostoevskij è un fiume in piena, critico e pensatore con una penna sferzante che scrive di getto, con passione e spesso pessimismo; Jane Austen, anch’ella un fiume in piena, è leggera, civettuola, ironica e spesso caustica, fine e sempre positiva anche nei momenti tragici. Il primo è più da lettura invernale, con un buon tè forte ed il fuoco che scoppietta confortante. La seconda da tè profumato e leggero, consumato ad un grazioso tavolino sotto un ciliegio in fiore in una tiepida e ventosa giornata primaverile. Pillole di Storia Antica è il parto di Costantino Andrea De Luca, giovanissimo appassionato e studioso di Storia innamoratosi di questa materia fin da bambino e che ha iniziato sui social per poi approdare alla Newton Compton. Potete trovarlo proprio su Facebook se avete un account, io non l’ho quindi mi limito ad apprezzare queste piccole pillole davvero ben scritte e documentate.
Prossimamente, mi auguro di riuscire a riportare qui qualche pensiero su ciascuna di queste letture.

aMici Speciali…

foto mia

Lo so, lo so, c’è un pezzetto di gamba/tuta che rovina l’immagine o forse no, a me piace così, piace il fatto che al micionzolo piaccia spaparanzarsi vicino a me, farsi grattugiare e poi ronfolare… e mentre lui ronfola, cullato dal venticello in mezzo al prato, io studio macchie, striature, colori, pelo… si possono riconoscere dei pois sulla pancia, la M sulla fronte, ha due evidenti righe che segnano le guance e il sottomento bianco, il naso è rosa salmoncino e qui non si vede ma coda e zampe hanno anelli neri. Quindi dovrebbe essere mackerel tabby, detto anche Tigrè. Una delle tipologie di mantelli del Gatto Europeo. Ma è un Gatto Europeo? O è un Soriano?

Soriano è semplicemente uno dei termini con i quali indichiamo il gatto meticcio, tutti quei randagi che compongono colonie ad esempio e di cui non si sa bene la provenienza. Europeo è una razza, ufficialmente riconosciuta e come tutte le razze rispondente a determinate caratteristiche. Tommy, lo stronzetto di casa, è un Europeo. Il pazzerello qui sopra nella foto invece è parte della famigliola di cui mi occupo e che sta fuori perché Tommy in casa non vuole nessuno, pena la morte…
Quella dell’Europeo è una delle tante razze ufficialmente riconosciute esistenti, su alcuni siti si legge una sessantina e su altri un centinaio.
L’origine del gatto ha ancora molti punti da chiarire. I primi avvicinamenti uomo-gatto avvennero nella Mezzaluna Fertile, attorno ai 9.000/10.000 anni fa, quando i primi agricoltori stanziali diedero ai progenitori del gatto domestico la possibilità di caccia (i topi che si trovavano nei luoghi di accumulo scorte), ma anche altre fonti di cibo presenti nei primi insediamenti. A Cipro è stata rinvenuta una tomba al cui interno, acciambellato non molto distante da resti umani, si trovava un gatto. La tomba dovrebbe risalire a circa 8.000/8.500 anni fa, quindi molto prima dell’apparente domesticazione da parte degli antichi egizi.
Nel villaggio agricolo di Quanhucun nello Shaanxi, Cina, sono state ritrovate evidenti tracce di una chiara convivenza tra uomo, gatto e roditore risalenti a 5/5.500 anni fa; una dieta a base soprattutto di miglio, uno dei cereali maggiormente coltivati, per tutte e tre le specie ed in alcuni gatti, già non più appartenenti alla linea selvatica ma non ancora quella attuale domestica, quindi una via di mezzo, la dieta era stata di meno carne e più cereale a dimostrare che fosse l’uomo a nutrirlo, sicuramente per quell’aiuto iniziale nella caccia ai roditori divenuto col tempo un legame anche affettivo.
Alcune ricerche genetiche compiute su una vasta porzione di felini domestici ha dimostrato che i gruppi selvatici Felis silvestris silvestris (gatto selvatico europeo), F. s. lybica (gatto selvatico del Vicino Oriente), F. s. ornata (gatto selvatico dell’Asia centrale), F. s. cafra (gatto selvatico dell’Africa meridionale) e F. s. bieti (gatto del deserto cinese), rappresentano una sottospecie distintiva di Felis silvestris. In pratica da questi cinque felini selvatici, sottospecie di Felis silvestris, derivano le tantissime razze del moderno gatto domestico, Felis silvestris catus.

È nota l’importanza che la figura del gatto ricopriva nell’antico Egitto. Radersi le sopracciglia in segno di lutto per la perdita del gatto di casa era usanza comune, così come, potendo, farlo imbalsamare. Inutile riportare le varie divinità egizie inneggianti il piccolo felino, a partire dalla dea Bastet… L’uccisione volontaria di un gatto comportava pene assai severe! Myeou e Techau erano i termini usati (sempre dagli antichi egizi) per indicare gatto maschio e gatto femmina. In Grecia si passò dall’Ailouros (‘dalla coda mobile’) di Erodoto a Kàttos, Cattus poi in latino. Per i Romani era Felis, da cui deriva l’odierno felino. Il Cattus latino, da cui derivano la maggior parte dei termini moderni, è forse di origine nubiana, Kadis, o celto-germanica, Cat/Chazza. E proprio grazie anche ai Romani, il gatto arrivò un po’ ovunque giungendo al numero attuale di seicentocinquanta milioni… ?! Sarà una stima o una cifra precisa? Pur amandoli ammettiamolo, sono troppi. Ecco perché occorre una seria e scrupolosa campagna di sterilizzazione e di controllo nascite.

Me, myself and… Books #6

In diverse occasioni mi è capitato di leggere che il Mazagran viene considerato come il caffè freddo originale.

Il racconto vorrebbe che soldati della French Foreign Legion, la Legione Straniera Francese, durante l’assedio della fortezza di Mazagran, in Algeria, nel 1840, per trovare refrigerio dalla pressante calura bevessero un miscuglio fatto con acqua fredda e sciroppo di caffè oppure acqua fredda nel caffè, per ovviare alla mancanza di liquori che usavano aggiungere alla scura e famosa bevanda. Rientrati in patria, portarono con loro l’usanza di questo nuovo modo di bere il caffè che prese il nome dalla fortezza algerina.

Dalla Francia poi a tutto il mondo. Nella versione portoghese possono essere previsti, in aggiunta al caffè, limone o menta e/o rum. E il rum è presente anche nella versione austriaca. In quella australiana ci sono latte, molto zucchero ed anche panna e gelato. In Canada viene venduto una sorta di denso sciroppo di caffè che poi viene diluito e servito con panna o anche latte e/o cioccolato a seconda del gusto del bevitore; tale bevanda viene chiamata Iced Capps. In Cile c’è il Café Helado, dove al caffè vengono aggiunti gelato, dulce de leche, vaniglia, cannella, panna montata. In India va molto una sorta di smoothie fatto con caffè istantaneo e latte ghiacciato, a volte anche gelato alla vaniglia. In Giappone l’usanza di bere caffè freddo la si poteva trovare già nell’epoca definita Taishō, così chiamata per l’omonimo e centoventitreesimo imperatore che regnò dal 30 luglio 1912 al 25 Dicembre 1926; al caffè freddo venivano aggiunti latte e sciroppo di gomma arabica (gomme syrup). In Grecia, Romania e Cipro sono molto richiesti dei frappé fatti con caffè istantaneo, acqua ghiacciata, zucchero e a volte latte. In quel di Valencia già dall’Ottocento si usava servire la tazzina di caffè accompagnandola con un altro bicchiere colmo di ghiaccio (cubetti) ed una fettina di limone. Il consumatore stesso, ancor oggi, versa il caffè nel bicchiere col ghiaccio prima di consumarlo. La versione valenciana si chiama Café del Tiempo ed è parente della portoghese ma anche dell’italiana. Il Caffè in Ghiaccio, tipico del Salento, viene servito assieme ad un bicchiere contenente ghiaccio nel quale viene versato per poi essere bevuto. E poi c’è il caffè alla leccese, dove dopo aver versato il caffè appena fatto nel bicchiere contenente ghiaccio si aggiungono pochi cucchiai di latte di mandorla. Ed infine eccoci al caffè shakerato: caffè espresso, cubetti di ghiaccio, zucchero e volendo liquore alla vaniglia; il tutto viene shakerato e servito preferibilmente in coppe da Martini.

Il caffè shakerato, che nella mia versione prevede solo caffè e cubetti di ghiaccio, è accompagnato da Stereotipi e Pregiudizi, pubblicato da Il Mulino e datato 1997. L’autore è Bruno M. Mazzara, professore ordinario presso La Sapienza di Roma di cui è stato, dal 2016 al 2019, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale.

La nostra è una specie sociale che vive in gruppi ed è anche una specie che necessita di semplificazioni, intese come concetto base di ragionamento. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi esperimenti per capire perché tendiamo a raggrupparci. Tra di questi molto famosi furono quelli di Muzafer Sherif e di sua moglie Carolyn Wood Sherif. Entrambi psicologi sociali che lavorarono sugli aspetti psicologici di norma e giudizio sociali, sul perché della naturale tendenza alla formazione di gruppi e sul funzionamento di questi.

Sherif & Sherif

Se quella del gruppo è una necessità biologica ed evolutiva, i meccanismi del loro funzionamento sono molto più complessi. Proprio per questo intrinseco bisogno di raggrupparci dobbiamo anche trovare differenze tra il nostro gruppo e quello altrui. Da qui all’affermare che i tedeschi sono algidi, i genovesi taccagni, gli asiatici tutti uguali beh, il passo è breve. Ma dietro il bisogno di differenziare il nostro gruppo e quello degli altri, si nasconde l’uso pericoloso che stereotipi e pregiudizi possono arrecare conducendo l’Uomo a guerre e persecuzioni. Il saggio è suddiviso in tre capitoli principali dove in più paragrafi vengono spiegati cosa sono stereotipi e pregiudizi, come nascono, come vengono vissuti da individui e gruppi. Lo stile è chiaro, esaustivo, senza fronzoli né tecnicismi che potrebbero spaventare il lettore. La lettura è consigliata. La versione cartacea conta 127 pagine, ma lo si può trovare anche in digitale ed in audiolibro.

Concludo con una splendida ciliegina: l’etimologia. Pregiudìzio: dal latino praeiudicium, parola composta da prae, pre, e iudicium ossia giudizio. Giudizio anticipato; nel diritto romano il praeiudicium era una azione che poteva influire sulle decisioni del giudice poiché veniva portata in essere prima del giudizio definitivo. Stereòtipo: questo termine deriva dal neologismo francese stéréotype che merita qualche parola in più. Nato nel 1682, François Didot fu il capostipite di una famosa famiglia francese di stampatori, editori e tipografi; nel 1795 il nipote Firmin brevettò un nuovo metodo di stampa, lo stereotipo parola composta dal greco stereos, duro/rigido, e da typos, immagine/impressione. Il significato odierno di stereotipo è quello di opinione precostituita molto semplificata e soprattutto condivisa dalla massa di persone, luoghi, accadimenti, eccetera. Pregiudìzi e stereòtipi, oggi, indossano quindi negative accezioni.

Chi ben comincia…

Un’abitudine è qualcosa che puoi fare senza pensare, il che spiega perché molti di noi ne hanno così tante.

Frank A. Clark.

Abitùdine. Dal latino hăbĭtŭdo/dĭnis, a sua volta derivante da hăbĭtŭs; quindi abito ma anche tendenza a ripetere determinate azioni; atteggiamento, condizione. In Filosofia qualità individuale.
Ci sono abitudini buone ed abitudini cattive, seppur tutto dipenda non molto dai propri gusti ma dalle usanze, dalle consuetudini e convenzioni della società nella quale viviamo. Tradizione ed abitudine italiana vede la giornata iniziare con la classica colazione cappuccino e brioche. Ho sempre mangiato poche brioches, troppo dolci e molto poco nutrienti, meglio una fetta di pane integrale! Sicuramente qualcuno penserà alla famosa frase di Maria Antonietta, S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. Purtroppo la altrettanto famosa regina di Francia, moglie di Luigi XVI, è stata vittima di attacchi soprattutto postumi al fine di esautorarla agli occhi della popolazione e, perché no, del globo intero.
La frase, che sulla bocca di Maria Antonietta è un falso storico, in realtà si ritroverebbe nel Libro VI delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, quando il filosofo e scrittore svizzero ricorda un aneddoto a proposito di una panetteria in cui desiderava entrare.
Infine mi ricordai il ripiego suggerito da una grande principessa a cui avevano detto che i contadini non avevano pane e che rispose: che mangino brioche. Comprai brioche.
Il Libro VI delle Confessioni rientra nella parte in cui Rousseau descrive il periodo 1712/1740-41; Maria Antonietta nacque nel 1755 e giunse in Francia soltanto nel 1770, quindi temporalmente impossibile. La frase, così o modificata in qualche termine, è stata messa su bocche di vari personaggi, da Maria Teresa d’Asburgo ad un imperatore cinese. C’è chi dice che sia invece tutta farina del sacco di Rousseau…
A proposito di farina, insieme a uova, burro, latte, zucchero, lievito, è l’ingrediente per preparare la brioche. Brioche deriva dal normanno brier, ossia impastare. Ed è proprio nella Normandia del XVI secolo che si possono ritrovare tracce certe del piccolo dolcetto somigliante ad un pandoro rovesciato che si declina in moltissime varianti. In Italia brioche viene usato come sinonimo di cornetto, ma non sono la stessa cosa. Il cornetto è la versione italiana dell’austriaco kipferl, che leggenda vuole esser stato creato da pasticceri austriaci per festeggiare la vittoria sull’esercito dell’Impero Ottomano (Vienna, 1683) dandogli proprio forma di mezzaluna. In realtà il kipferl sarebbe molto più vecchio, ma il mistero avvolge sempre pietanze così lontane… Dall’Austria il dolcetto a mezzaluna arrivò in Italia, assumendo il nome e la forma del cornetto. Più tardi, grazie alle Viennoiserie, conquista anche il territorio francese prendendo il nome croissant ed aggiungendo più burro negli ingredienti.
Tornando alla Battaglia di Vienna nel 1683, cos’altro poteva mancare dopo l’invenzione del padre del cornetto? Il cappuccino, ovviamente! Leggenda vuole che il frate Marco d’Aviano si trovasse a Vienna mandato da Papa Innocenzo XI con il delicato incarico di ricreare una coalizione cristiana; entrato in una caffetteria in cerca di una pausa di ristoro ordinò un caffè, ma trovandolo particolarmente amaro chiese qualcosa per addolcirlo. Il latte aggiunto rese la bevanda di un colore simile al saio indossato dal frate, il cameriere, notando la cosa, esclamò kapuziner!, ed il resto sarebbe storia. Sarebbe perché altra leggenda vede l’ex-soldato Franciszek Jerzy Kulczycki aprire una caffetteria con la scorta di caffè turco abbandonato dall’esercito Ottomano, ma poiché il caffè turco è molto forte ecco che il caffè servito veniva edulcorato con latte (o panna?) e miele.
Con il tempo e la diffusione si iniziò ad aggiungere spezie e panna montata, poi arrivò la schiuma che divenne parte must con l’invenzione delle macchine da espresso, all’inizio del XX secolo.
Quindi, d’ora in poi, ad ogni cappuccino con o senza cornetto ricordate che quel momento di mattutina dolcezza è frutto di una cruenta battaglia svoltasi tra l’11 e 12 settembre 1683 presso Kahlenberg, collina viennese che in italiano diventa Monte Calvo, che vide 17.000 morti (15.000 della coalizione composta da Impero ottomano, Principato di Transilvania, Khanato di Crimea, Principato di Valacchia e Principato di Moldavia).
E in quanto a me beh, niente cornetto ma sicuramente è tempo di riprendere l’abitudine di scribacchiare per il blog.

Se le formiche si mettono d’accordo… (FotoPoesia #2)

Formica, dal latino formīca/formīcŭla, dal greco mýrmēnx, il mitologico popolo greco dei Mirmidoni. Leggenda narra che Eaco, re dell’isola di Egina, chiese aiuto e grazia a Zeus, di cui era uno dei molti figli illegittimi, affinché tramutasse in uomini le formiche per poter così ripopolare l’isola decimata da una pestilenza. Quella delle formicidae è una vastissima Famiglia dell’Ordine degli imenotteri, parte della Superfamiglia delle Vespoidea; suddivisa in venti Sottofamiglie, sedicimila Specie e quattrocentosettantadue Generi. Appartiene al Sottordine degli Apocrita, con torace e addome ben separati.

Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante. – Proverbio del Burkina Faso

Si può sostenere che siano le formiche gli animali più aggressivi e bellicosi: esse superano di gran lunga gli esseri umani quanto a cattiveria organizzata. Al confronto la nostra specie è gentile e mite. Il programma di politica estera delle formiche può essere riassunto così: aggressione ininterrotta, conquista territoriale e genocidio fino all’annientamento delle colonie limitrofe. – Edward O. Wilson

Se le formiche possedessero armi nucleari probabilmente distruggerebbero il mondo nel giro di qualche settimana. – Edward O. Wilson