Ciao, Piero

1928 – 2022

Da oggi gli italiani sono un bel po’ meno intelligenti e molto più stupidi. Sono cresciuta con Quark, imparando con te ad amare tutto ciò che è Conoscenza, Curiosità e Sapere. Grazie per il tuo continuo amore per la Scienza.

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Di limoni e attimi di pace…

Ovunque io vada, qualunque sia la durata del mio stare fuori casa, il Kindle è sempre con me. A seconda dell’ispirazione del momento riprendo una delle letture in corso oppure sfoglio pigramente qualche poesia. In questi giorni tocca a Rimbaud, Una Stagione all’Inferno.
Dopo una bella passeggiata tra faggeto e laghi, al fresco ventilato di 21/22º C di Cerreto Laghi, località situata sull’Appennino Reggiano (sezione del Tosco-Emiliano), decidiamo una sosta in un bar. Un tè caldo ed una poesia, pausa perfetta. Quindi chiedo un tè. Di norma portano una piccola selezione di bustine, affinché tu decida quale gusto scegliere. Invece mi ritrovo una tazza contenente poca acqua, una fetta di limone ed una unica bustina di tè, tra l’altro insapore. Orrore! Limone nel tè! Il mio cervello rischia un corto circuito. Afferro il cucchiaino cercando di prelevare svelta l’intrusa fettina, borbottando, un po’ troppo a voce alta, solo i barbari mettono il limone nel tè! I barbari!

pic by me

La fortuna di vivere circondata dagli Appennini mi permette gitarelle come questa. In circa un’ora o poco più d’auto, spazio dal versante ligure a quello parmense o reggiano. La zona che prediligo è quella più a nord, ma al Cerreto vengo spesso. L’anno scorso ho preso anche dei freschissimi mirtilli. Camminare nel bosco, osservare le lievi increspature della superficie lacustre agitarsi debolmente sotto il soffio della frizzante brezza, ascoltare i suoni degli animali, respirare gli odori del sottobosco, sono momenti preziosi che riportano pace e armonia.

Seduta sulle rive del lago, all’ombra dei faggi, ho osservato per un po’ due piccoli storni; il primo di anatrelle che, mostrando buffamente il piumato bianco derrière, buttavano la parte anteriore sott’acqua in cerca di prede; il secondo, piccoli uccelli non ben identificati, roteava dando alternanza ai singoli in un armonico tuffarsi nel lago sicuramente a caccia di cibo. Purtroppo l’unico video che sono riuscita a fare è risultato molto sfocato, ma in quei frangenti non ho pensato a ritentare, mi sono semplicemente goduta la visione. Proprio come quando stavo prendendo l’ultima foto qua sopra, quella che ritrae le Alpi Apuane. Lo strìdere inconfondibile dei rapaci mi ha fatta alzare lo sguardo e poco dopo eccolo là, un magnifico falco che si librava leggiadro e potente sfruttando le correnti. Attimi preziosi congelati nel tempo e nella memoria. Momenti che allontanano le brutture del mondo, proprio come quelli trascorsi in compagnia di un libro.

Il momento più lugubre

In ospedale sicuramente è la notte.
La luce blu è invadente e per nulla tranquillizzante anzi, è sinistra. Modifica e aggiunge ombre, creandole dal nulla o sviandole da ciò che in realtà sono. I suoni mentono, si mostrano ovattati distanti quasi illusori, ma quando ti raggiungono è come lo abbia fatto un grido breve ed improvviso che ti mette in allerta e titilla i sensi. I passi degli infermieri sembrano leggere onde sismiche e quando uno di essi entra all’improvviso, è come uno squarcio in quella sorta di bolla dalla quale spiavi un set dal sapore hitchcockiano.
A volte però trovi una distrazione ed è così che ho scovato il canale YouTube di Luca Stricagnoli, presente anche sui vari social tra cui Instagram. Trentenne talentoso chitarrista, esplora il vasto mondo degli strumenti a corde rivelando una bravura eccezionale. Come in questa versione con banjo della famosa serenata in Sol maggiore, detta Piccola serenata notturna (Eine kleine Nachtmusik), composta dall’allora trentenne Mozart nell’agosto 1757. La cosa spettacolare è quanto il suono del banjo (che io adoro) sia così di gusto barocco! (che io adoro…)

D’amore e more…

Come ogni giorno la quotidianità prevede una bella camminata, in estate vado al mattino e quando il caldo incombe esco prestissimo. In questi ultimi tre, quattro giorni, le temperature minime si sono un poco abbassate permettendomi di uscire presto ma non troppo e, soprattutto, attardarmi a raccogliere qualche mora.

In alcuni punti molte stanno finendo di maturare ed in altri il frutto è bello grosso. Fino ad alcuni anni fa c’erano alcune zone, lungo fiume, dove si trovavano ampi rovi, eliminati poi dalla ditta che ha comprato i terreni per costruirvi allevamenti di pesci.
Ho tantissimi ricordi di quella parte del fiume, legati alle lunghe passeggiate che facevo in compagnia del mio Pastore Tedesco…

La mora è il frutto della pianta arbustiva detta Rubus fruticosus, specie appartenente al genere Rubus (allo stesso genere appartiene ad esempio Rubus idaeus, ossia il lampone), e varietà affini. Rubus è uno dei tanti generi della sottofamiglia delle Rosoideae; altri generi sono l’alchemilla, la fragraria (a cui dobbiamo il falso frutto fragola) e la ROSA. Le Rosoideae a loro volta sono parte della famiglia delle Rosaceae, che comprendono circa cinquemila specie di erbe, alberi e arbusti, usati dall’uomo su larga scala sia per scopi alimentari che industriali e medicinali. Nella grande famiglia delle Rosaceae troviamo prugno, barba di capra, ciliegie, eccetera. Il rovo da more è una pianta mellìfera, dei suoi fiori ne vanno ghiotte le api, i cui frutti (appunto la mòra) si distinguono dai lamponi anche per il piccolo particolare del talamo detto anche ricettacolo: staccando il frutto dalla pianta, nel lampone resta su di essa mentre sulla mora sul frutto.

Nei giorni scorsi ne ho raccolte un bel po’, non quante ai tempi delle passeggiate col cane, ma abbastanza per farne una piccola crostata.

Senza saccarosio, la frolla con farina di avena (metà integrale), burro di qualità (faccio un uso oculato di olio e burro e quando non ne trovo di locali mi rivolgo a marchi selezionati, per il burro ad esempio compro esclusivamente Beppino Occelli) e uova da allevamento a terra (di nuovo, contadini locali). Crema con le solite uova, eritritolo, un poco di farina di mandorle, latte (uno dei pochi casi nei quali uso quello Intero e, ancora, di alta qualità quindi non certo Granarolo e compagnia cantante…). Maritozzo (il mio, non quello di pasticceria…) ha talmente apprezzato che la crostata ha avuto vita breve…
Io l’ho apprezzata accompagnata da una tazza di Darjeeling derivante dal raccolto In-Between, ossia tra aprile e maggio, la cui aromaticità è mediamente fruttata e corposa.
Una manciata di more le ho gustate questa mattina a colazione, insieme ad una fetta di ananas grigliato (più che altro spadellato…), un pancake integrale e l’ascolto odierno del libro in lettura Year of Wonder: Classical Music for Every Day di Clemency Burton-Hill.

La pastella del pancake la preparo la sera, prima di andare a dormire. In un vasetto mescolo bene 25 g di farina di avena integrale, 25 g di farina di grano saraceno, 15 g di eritritolo, 1 albume, 30/40 g di latte vaccino magro o bevanda vegetale senza zucchero (ad esempio questa volta ho usato bevanda d’avena) ed un pizzico di lievito di birra fresco. Chiudo col coperchio e lascio in fondo al frigo fino al mattino, quando riprendo il vasetto e lo apro qualche minuto prima di buttare la pastella nella padellina antiaderente senza grassi aggiunti per la cottura. Con questa quantità vengono un paio di bei pancake, quando sono sola dimezzo, ovviamente, le dosi.

Il pezzo scelto oggi, sabato 4 settembre, dall’autrice Burton-Hill, è il famoso quartetto vocale Bella figlia dell’amore; intonato nel terzo atto dai personaggi del Duca di Mantova (tenore), Maddalena (contralto), Gilda (soprano) e Rigoletto (baritono), è un intreccio di voci e situazioni affascinante e intricato. Maddalena, presso la locanda del fratello Sparafucile, seduce il Duca che di certo non si tira indietro e, al contempo, Gilda viene redarguita dal padre a proposito del suo ostinato amore per un uomo che di certo non lo merita.

Ieri…

L’evasione di ieri, in fuga dalla stupidità, mi ha condotta nella località di Cerreto Laghi.
Provincia di Reggio Emilia (Emilia Romagna), da cui dista una settantina di chilometri, Cerreto Laghi è una frazione tipicamente turistica. In inverno c’è il Palaghiaccio aperto, ci sono le piste da sci ed un’area per lo snowboard. Nella bella stagione (non per me, per me è il contrario…), ci sono sentieri escursionistici, varie vette da scalare, ippovie, percorsi per mountain bike, raccolta funghi (dal 2012 si tiene il Campionato mondiale del fungo) e molto altro. La zona è ricca di laghi d’origine glaciale, denominati sistema lacustre Cerretano, come quello dove siamo stati oggi. Cerretano deriva dal lago che caratterizza l’omonima frazione.

I sentieri per le escursioni spesso coincidono con antiche mulattiere, grazie alle quali si possono visitare vecchissimi piccoli borghi. Questi sentieri sono numerosi, molti partono dal piccolo centro abitato, altri lungo la strada provinciale da cui si gode una bella vista sulle Alpi Apuane (citate alcuni post fa…).

Le temperature si aggiravano attorno ai 18/22º, il cielo era nascosto da un grosso e argenteo fronte nuvoloso a tratti quasi plumbeo ed un venticello fresco serpeggiava nella faggeta. Abbiamo gironzolato un po’ in questa e pranzato poi nei pressi del lago Pranda…

video by me

E poi una bella camminata, tra alberi e ruscelli. Godendo dei rumori del bosco e della lontananza dal resto del mondo…

pic by me
pic by me

In uno dei negozietti che vendono prodotti locali, ho acquistato mirtilli raccolti poche ore prima. Mirtilli che diventeranno marmellata (senza zuccheri aggiunti).

La giornata di ieri è stata una sorta di caricabatterie. Quando il mondo diventa troppo, mi rifugio sulle mie amate montagne.

Così…

Bend low again, night of summer stars.
So near you are, sky of summer stars,
So near, a long-arm man can pick off stars,
Pick off what he wants in the sky bowl,
So near you are, summer stars,
So near, strumming, strumming,
So lazy and hum-strumming.


Summer StarsCarl Sandburg {Smoke and Steel}

Sulla terrazza solo la luce di stelle e luna, ancora parziale. Il frinire dei grilli, un lieve venticello fresco che a tratti carezza il viso. Ciò che ho letto oggi è lontano eppur ferisce ancora. Ferisce ogni giorno di più, ma il dolore è sordo. Si sta trasformando in un immenso vuoto che riecheggia nel nulla. Un potenziale così immenso, capace di Bellezza, affogato e vanificato dalla Bruttezza che inesorabile avanza e si amplifica. Meritiamo tutto ciò che stiamo vivendo.

Nel mezzo del cammin…

No, non mi sono ritrovata per nessuna selva oscura né tanto meno mi sono persa, anche se quasi squagliata dal fastidioso caldo sì. Ieri abbiamo di nuovo toccato i 38/39ª C (con punta di 44º misurata al sole) ed oggi, probabilmente, replicherà.

pic by me

Laggiù, in fondo, la fièvole sagoma delle Alpi Apuane, che si ergono tra le valli del Magra, del Serchio e dell’Aulella. Catena antiappenninica, formatasi in epoca molto più antica rispetto all’Appennino, così denominata ad inizio 1800 dall’allora nuovo dipartimento del Regno italico, a causa della somiglianza con il tratto dolomitico, unendo quindi alpe al nome dei popoli locali, Ligures Apuani, fieri e orgogliosi che dettero filo da torcere ai romani, anche se, alla fine, molti vennero catturati e deportati nel Sannio.

si stancarono prima gli Apui di inseguire, che i romani di fuggire…

link

Come ogni mattina, camminando, passo nei pressi di un angolo in cui cresce della profumata menta campestre, Mentha arvensis secondo la classificazione di Linneo, parte del genere Mentha, famiglia delle Lamiaceae che, possedendo molte qualità aromatiche, vengono usate in cucina, liquoreria, profumeria ed anche farmacia. Delle Lamiaceae fanno parte anche le piante aromatiche del genere Ocimum, suddiviso in varie specie di basilico.
Il nome menta deriva dal greco Minthe/Myntha, quello di una ninfa dei fiumi che fu tramutata in un’erba da Persefone, regina degli inferi e sposa di Ade, figlio di Crono e Rea e dio del regno morti e delle ombre. Leggende sul perché Persefone compì un tale atto sono diverse, una vede la ninfa amata proprio da Ade e Persefone, gelosa, attuò la sua vendetta.

Avendo, a casa, delle belle zucchine, ho deciso per la cena una crema da servire fredda (date le alte temperature) con menta, zenzero, curcuma e pepe. Verdi cucchiaiate, profumate, un po’ piccantine, belle fresche…
Per la psicologia del colore, il verde trasmette calma e concentrazione. È il colore della natura e dell’armonia. Forse è per questo che mi garba tanto… cosa buffa, è che l’arancione, mio colore preferito, viene associato sia a libertà ed originalità ma anche a ottimismo ed entusiasmo! Ottimismo ed io non so neanche se ci salutiamo più, ormai.
Ovviamente, la menta restante l’ho usata per un’altra preparazione dedicata al pranzo.

Pesto, dal tardo latino pistāre/pinsĕre ossia battere, macinare, frantumare, pigiare.
Il Re dei pesti di norma è quello genovese, il cui ingrediente base è il basilico genovese ossia una cultivar specifica dell’area. Un cultivar, semplicemente, è una coltivazione con miglioramenti genetici.
Nel mio caso, nel mortaio ho messo, oltre alle foglie di menta, pistacchi, bacche di pepe nero, pezzetti di zenzero, scorza e succo di lime a cui poi ho aggiunto dell’olio EVO pugliese (preferisco gli oli del sud, più intensi). Questo pestino lo userò col pranzo, durante il quale spero di riuscire a finire uno dei libri in lettura anzi, in audiolettura. Adoro gli audiolibri, nel mio rapporto con la lettura hanno un importante peso. Certo, molto dipende dal lettore ma ultimamente, per mia fortuna, questo formato sta avendo un buon riscontro anche in Italia e quindi c’è sempre più materiale da poter sfruttare.
Quindi, dopo una bella camminata, un buon pranzo accompagnato da un buon ascolto. Cibo per corpo e mente.