Di limoni e attimi di pace…

Ovunque io vada, qualunque sia la durata del mio stare fuori casa, il Kindle è sempre con me. A seconda dell’ispirazione del momento riprendo una delle letture in corso oppure sfoglio pigramente qualche poesia. In questi giorni tocca a Rimbaud, Una Stagione all’Inferno.
Dopo una bella passeggiata tra faggeto e laghi, al fresco ventilato di 21/22º C di Cerreto Laghi, località situata sull’Appennino Reggiano (sezione del Tosco-Emiliano), decidiamo una sosta in un bar. Un tè caldo ed una poesia, pausa perfetta. Quindi chiedo un tè. Di norma portano una piccola selezione di bustine, affinché tu decida quale gusto scegliere. Invece mi ritrovo una tazza contenente poca acqua, una fetta di limone ed una unica bustina di tè, tra l’altro insapore. Orrore! Limone nel tè! Il mio cervello rischia un corto circuito. Afferro il cucchiaino cercando di prelevare svelta l’intrusa fettina, borbottando, un po’ troppo a voce alta, solo i barbari mettono il limone nel tè! I barbari!

pic by me

La fortuna di vivere circondata dagli Appennini mi permette gitarelle come questa. In circa un’ora o poco più d’auto, spazio dal versante ligure a quello parmense o reggiano. La zona che prediligo è quella più a nord, ma al Cerreto vengo spesso. L’anno scorso ho preso anche dei freschissimi mirtilli. Camminare nel bosco, osservare le lievi increspature della superficie lacustre agitarsi debolmente sotto il soffio della frizzante brezza, ascoltare i suoni degli animali, respirare gli odori del sottobosco, sono momenti preziosi che riportano pace e armonia.

Seduta sulle rive del lago, all’ombra dei faggi, ho osservato per un po’ due piccoli storni; il primo di anatrelle che, mostrando buffamente il piumato bianco derrière, buttavano la parte anteriore sott’acqua in cerca di prede; il secondo, piccoli uccelli non ben identificati, roteava dando alternanza ai singoli in un armonico tuffarsi nel lago sicuramente a caccia di cibo. Purtroppo l’unico video che sono riuscita a fare è risultato molto sfocato, ma in quei frangenti non ho pensato a ritentare, mi sono semplicemente goduta la visione. Proprio come quando stavo prendendo l’ultima foto qua sopra, quella che ritrae le Alpi Apuane. Lo strìdere inconfondibile dei rapaci mi ha fatta alzare lo sguardo e poco dopo eccolo là, un magnifico falco che si librava leggiadro e potente sfruttando le correnti. Attimi preziosi congelati nel tempo e nella memoria. Momenti che allontanano le brutture del mondo, proprio come quelli trascorsi in compagnia di un libro.

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Il Ragno di Leonardo

Trovato il ragno uno grappolo d’uve, il quale per la sua dolcezza era molto visitato da ave e diverse qualità di mosche, li parve aver trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani dell’uve, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore còlta essa uva e messa coll’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu laccio e ’nganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.

Leonardo Da Vinci

It’s a Bird… It’s a Plane… It’s…

A fox.
È una volpe o meglio, erano volpi e vari altri aninali selvatici tra cui lepri e gatti. In inglese fox tossing mentre fuchsprellen nei paesi di lingua tedesca, il gioco, che andava molto di moda nel Seicento e Settecento nelle nobili corti , consisteva letteralmente nel lanciare questi animali il più in alto possibile. Logicamente, il risultato era orripilante. Oltre al pericolo di attacchi causati dalla giusta difesa, la morìa dei poveri animali usati per puro divertissement aristocratico era altissima. Il gioco era formato da coppie; i due membri dovevano restare ad una distanza di sei, sette metri e reggere ognuno l’estremità di una sorta di panno rimbalzante, detta Prellgarn o Prelltuch, al centro della quale veniva sistemato l’animale che sarebbe poi stato lanciato. In alcune occasioni tutto e tutti venivano mascherati; gli uomini, ad esempio, da guerrieri famosi e mitici eroi come i centauri, mentre le donne da dee e ninfe. Ovviamente anche gli animali usati venivano decorati in modo assai carnevalesco. Vinceva la coppia che lanciava la bestiola più in alto. Tutto finiva in sontuosi banchetti, ma non per i poveri animali sopravvissuti ai lanci: nel 1672, ad esempio, Leopoldo I d’Asburgo, alla fine di una gara, partecipò con criticato entusiasmo all’abbattimento a bastonate delle suddette bestiole non decedute nei lanci.

immagine presa da Google

Un giorno di pioggia…

Scrivendo il titolo mi è balzata in testa la sigla di Kiss Me Licia, ora vi risuonerà per tutto il giorno…
Sono stati i forti tuoni ed il vento freddo che penetrava dalle imposte a svegliarmi e non c’è nulla di bucolico né romantico, dato che mi ero finalmente addormentata dopo una lunga notte insonne. Un cervello sempre su di giri non è un buon compagno di vita, soprattutto per chi soffre d’ansia ed ha svariati DOC. Ma questo passa il convento, come dice un vecchio detto…

pic by me


Dopo il rituale caffè e rivista, le varie incombenze accompagnate da scrosci equatoriali con temperatura che oscilla tra i 14º ed i 15º C. Il finale roboante composto da una intensa grandinata non poteva ovviamente mancare. E mentre stringo sulle spalle l’ampio foulard, penso alla cittadina canadese di Lytton che con 49º C ha ottenuto, tristemente, il record per le temperature più elevate del paese registrate fino ad ora. Lo stato della British Columbia, dove Lytton è ubicata, è stato investito negli ultimi giorni di giugno da calura anomala che ha causato oltre 480 decessi e vari incendi. E proprio quello di Lytton è stato orrendamente devastante, riducendo in macerie gran parte dell’abitato. Centinaia di abitanti sono stati fatti evacuare, mentre la cittadina veniva divorata dalle fiamme. In rete si trovano moltissime testimonianze fotografiche e video ed altrettanti articoli.

Lytton, immagine presa da Google

Il pianeta si salva da solo, noi siamo soltanto una delle varie forme di vita funzionali alla Vita stessa, il cui unico intento è proseguire a vivere. Con le capacità di cui siamo in possesso, siamo in grado di creare Bellezza tanto quanto Bruttezza e avremmo dovuto già capire molte cose ma ahimè, siamo una specie giovane, ancora poppanti e dubito fortemente che avremo il tempo di crescere veramente e diventare adulti. Non abbiamo ancora capito che uno dei primissimi problemi da risolvere è il sovrappopolamento ed il controllo delle nascite, però abbiamo sfornato pseudo-soluzioni pseudo-salutari, un po’ come cucinare un dolce mettendo Stevia a pioggia e poi olio di cocco, Rice Krispies e Kinder Cereali, spacciandolo per un dessert salutare, adatto persino ai diabetici. Ci sarebbe da ridere se non fosse amaramente indice del nulla cosmico che molta gente ha in testa.

Questo è stato uno dei mille protagonisti del sovraffollamento nel mio cervello, che mi ha impedito di riposare. Già ieri le temperature erano un po’ calate, era anche piovuto in mattinata ma stanotte… vento freddo, pioggia torrenziale, in mattinata entrambi fortificati e raggiunti da una bella grandinata. Più che metà luglio pareva settembre avanzato, ma quelli di qualche anno fa, quando l’estate era gradevole e non eccessiva grazie all’Anticiclone delle Azzorre e forti temporali abbassavano ulteriormente le temperature, facendoci scivolare verso ottobre ed il pieno autunno. Le anomalie meteorologiche sempre più frequenti e invasive sono state succedute dalla tristezza per la perdita del mio Biancolillo e dal come la sta prendendo il fratellino rimasto. Erano in tre, ad aprile abbiamo perso Selvy, così chiamato perché era un po’ selvaggio, e Grigio, che avrei chiamato Papillon per via della macchietta bianca sotto il collo, non è più il solito micio. I quattro stavano sempre insieme ed avevano un bel legame. Grigio viveva per mangiare, dormire, gironzolare, soprattutto le prime due. Quando ho trovato il corpicino privo di vita di Biancolillo, Grigio era lì con lui e vicini mi hanno poi riferito che lo vegliava da un bel po’. Da domenica, Grigio non mangia, dorme poco restando spesso con occhi sbarrati a fissare il vuoto, ha il musetto più mogio del solito e a volte piagnucola. Non posso entrare nella sua testolina per capire cosa gli sta succedendo, non so come poterlo aiutare. Cerco di fargli sentire la mia presenza senza tuttavia stressarlo troppo, impegnandomi a creare armonia tra i due rimasti e il Bimbone di casa che tra squilibri suoi e un po’ di gelosia non è mai stato proprio contento di ritrovarsi tra i piedi i quattro. L’unica loro convivenza fino ad ora era limitata alla bella stagione ed alla terrazza in condivisione, ma ora i due rimasti hanno chiaramente espresso interesse ad entrare in casa. Non vogliono evidentemente restare soli, hanno già perso due pezzi della famiglia. E noi due piccoli pelosi membri della nostra.

Mami – Grigio

Avrei voluto…

Avrei voluto terminare il pezzetto che stavo scrivendo su Berrettini e Wimbledon, primo italiano ad arrivare nella finale del più famoso torneo tennistico sull’erba, ma la voglia è passata. Cancellata dalla tristezza e dal vuoto dell’ennesima perdita. Tre mesi fa ho detto addio al fratellino, il mio pazzerello, ora a lui, che io chiamavo Biancolillo poiché era figlio dei fiori. Amava cacciare, inseguire le foglie, dormire sotto gli alberi, salutare tutti quelli che conosceva… quando arrivava, prima di mangiare o bere o rannicchiarsi per il meritato pisolino, veniva a salutare. Codina dritta, la cui punta vibrava di gioia e gratitudine, mi guardava facendomi l’occhiolino e accettando volentieri qualche carezza. Aveva le zampette anteriori leggermente arcuate, questo lo faceva procedere come un ballerino di danza classica. Snello, leggiadro, curioso, volteggiava tra alberi e tetti sempre a caccia di qualcosa. Mi ha portato topini, lucertole, uccellini… era il nemico giurato di tutte le nidiate del circondario, non gli sfuggiva nulla. Ed aveva una macchietta a lato del naso, che io paragonavo ad un piccolo cuore perché apparteneva ad un micio dolcissimo e buono. Addio mio piccolo amico, il mio mondo sarà più triste senza di te.

2019 – 2021

aMici Speciali…

foto mia

Lo so, lo so, c’è un pezzetto di gamba/tuta che rovina l’immagine o forse no, a me piace così, piace il fatto che al micionzolo piaccia spaparanzarsi vicino a me, farsi grattugiare e poi ronfolare… e mentre lui ronfola, cullato dal venticello in mezzo al prato, io studio macchie, striature, colori, pelo… si possono riconoscere dei pois sulla pancia, la M sulla fronte, ha due evidenti righe che segnano le guance e il sottomento bianco, il naso è rosa salmoncino e qui non si vede ma coda e zampe hanno anelli neri. Quindi dovrebbe essere mackerel tabby, detto anche Tigrè. Una delle tipologie di mantelli del Gatto Europeo. Ma è un Gatto Europeo? O è un Soriano?

Soriano è semplicemente uno dei termini con i quali indichiamo il gatto meticcio, tutti quei randagi che compongono colonie ad esempio e di cui non si sa bene la provenienza. Europeo è una razza, ufficialmente riconosciuta e come tutte le razze rispondente a determinate caratteristiche. Tommy, lo stronzetto di casa, è un Europeo. Il pazzerello qui sopra nella foto invece è parte della famigliola di cui mi occupo e che sta fuori perché Tommy in casa non vuole nessuno, pena la morte…
Quella dell’Europeo è una delle tante razze ufficialmente riconosciute esistenti, su alcuni siti si legge una sessantina e su altri un centinaio.
L’origine del gatto ha ancora molti punti da chiarire. I primi avvicinamenti uomo-gatto avvennero nella Mezzaluna Fertile, attorno ai 9.000/10.000 anni fa, quando i primi agricoltori stanziali diedero ai progenitori del gatto domestico la possibilità di caccia (i topi che si trovavano nei luoghi di accumulo scorte), ma anche altre fonti di cibo presenti nei primi insediamenti. A Cipro è stata rinvenuta una tomba al cui interno, acciambellato non molto distante da resti umani, si trovava un gatto. La tomba dovrebbe risalire a circa 8.000/8.500 anni fa, quindi molto prima dell’apparente domesticazione da parte degli antichi egizi.
Nel villaggio agricolo di Quanhucun nello Shaanxi, Cina, sono state ritrovate evidenti tracce di una chiara convivenza tra uomo, gatto e roditore risalenti a 5/5.500 anni fa; una dieta a base soprattutto di miglio, uno dei cereali maggiormente coltivati, per tutte e tre le specie ed in alcuni gatti, già non più appartenenti alla linea selvatica ma non ancora quella attuale domestica, quindi una via di mezzo, la dieta era stata di meno carne e più cereale a dimostrare che fosse l’uomo a nutrirlo, sicuramente per quell’aiuto iniziale nella caccia ai roditori divenuto col tempo un legame anche affettivo.
Alcune ricerche genetiche compiute su una vasta porzione di felini domestici ha dimostrato che i gruppi selvatici Felis silvestris silvestris (gatto selvatico europeo), F. s. lybica (gatto selvatico del Vicino Oriente), F. s. ornata (gatto selvatico dell’Asia centrale), F. s. cafra (gatto selvatico dell’Africa meridionale) e F. s. bieti (gatto del deserto cinese), rappresentano una sottospecie distintiva di Felis silvestris. In pratica da questi cinque felini selvatici, sottospecie di Felis silvestris, derivano le tantissime razze del moderno gatto domestico, Felis silvestris catus.

È nota l’importanza che la figura del gatto ricopriva nell’antico Egitto. Radersi le sopracciglia in segno di lutto per la perdita del gatto di casa era usanza comune, così come, potendo, farlo imbalsamare. Inutile riportare le varie divinità egizie inneggianti il piccolo felino, a partire dalla dea Bastet… L’uccisione volontaria di un gatto comportava pene assai severe! Myeou e Techau erano i termini usati (sempre dagli antichi egizi) per indicare gatto maschio e gatto femmina. In Grecia si passò dall’Ailouros (‘dalla coda mobile’) di Erodoto a Kàttos, Cattus poi in latino. Per i Romani era Felis, da cui deriva l’odierno felino. Il Cattus latino, da cui derivano la maggior parte dei termini moderni, è forse di origine nubiana, Kadis, o celto-germanica, Cat/Chazza. E proprio grazie anche ai Romani, il gatto arrivò un po’ ovunque giungendo al numero attuale di seicentocinquanta milioni… ?! Sarà una stima o una cifra precisa? Pur amandoli ammettiamolo, sono troppi. Ecco perché occorre una seria e scrupolosa campagna di sterilizzazione e di controllo nascite.

Caro Alfred ti scrivo…

Da qualche settimana un nuovo personaggio si è palesato nella vita di quartiere. Beh insomma, definirlo quartiere è alquanto pretenzioso… Riformulo. (schiarimento di voce con sistemazione occhiali).
Da qualche settimana un nuovo personaggio si è palesato nella vita di questa zona del paese. Inizialmente il suo comportamento è stato preso con divertimento dagli abitanti, un qualcosa di nuovo ed un po’ strambo, diventando poi ultimamente fastidioso ed anche potenzialmente pericoloso. Il personaggio in questione è un rappresentante di Corvus Cornix, Specie tra le 5.300 appartenenti all’Ordine Passeriformes. Superfamiglia Corvoidea, Genere Corvus.
Uccelli longevi dalla vispa intelligenza, onnivori con tendenza opportunistica, possiedono un vasto range di vocalizzi con cui comunicano soprattutto con i conspecifici, sono in grado di fabbricare utensili con cui potersi procacciare il cibo ed anche se alcune specie sono di tendenza solitaria, di norma sono gregari e moderatamente sociali e sono anche monogami.
La cornacchia grigia, specie di appartenenza del nostro personaggio, è un uccello diurno gregario. Trascorre molto tempo a socializzare e rinforzare i rapporti con gli appartenenti al proprio gruppo. È chiassosa, quel craaak craaak ripetuto più volte può essere davvero fastidioso. Uniti in gruppo possono diventare pericolosi, arrivando ad attaccare cani, gatti, altri uccelli ed anche persone, soprattutto nelle stagioni della nidificazione.

Giorno dopo giorno, il nuovo personaggio ha iniziato a presentarsi su finestre, balconi, giardini e orti, gazebo di vari paesani. Un po’ in disparte, quasi con educazione, osservava e se gli veniva allungato del cibo manifestava soddisfazione. E la gente, divertita, ha iniziato a viziarlo un po’. Dal mattino alla sera, su e giù per questo lato del paese, la cornacchia riceveva un fiorone (siconio, falso frutto derivante dall’omonima infiorescenza del Fico), una prugna, pezzetti di brioche, avanzi vari di cibo ed anche acqua. Vizi su vizi e la cornacchia ha iniziato a manifestare invadenza, pretendendo ostinatamente arrivando a soffiare e beccare nel caso non venga soddisfatta. Ha iniziato a rubare e non solo cibo. Accendini, chiavi, cannucce, piccole posate. Da gatti e cani prima stava alla larga e se non la consideravi se ne andava, ultimamente niente pare intimorirla. Si butta contro qualunque cosa, emettendo quel sibilo stridulo a becco aperto in chiara motivazione minacciosa. Noi non le abbiamo mai dato cibo né altro, quando arriva il turno del nostro terrazzo ci premuriamo solo che non accada nulla al gatto. E come noi molti altri, ma l’invadenza e l’essere molesta stanno purtroppo aumentando.

Nel film hitchcockiano datato 1963 e tratto dall’omonimo racconto di Daphne du Maurier (autrice di Rebecca la prima moglie, Mia cugina Rachele, Jamaica Inn), a mostrare comportamenti angoscianti e in odor di terrorismo erano pappagalli, galline, gabbiani, tutta una quantità di varie specie di uccelli. Cabine telefoniche non ce ne sono più, impossibilitati ad una chiamata d’urgenza, o a veder comparire un mantello rosso su calzamaglia blu, non vorremo essere costretti a retrocedere in silenzio salendo sulle auto per abbandonare il nostro paesello, sotto il giogo di una mefistofelica cornacchia.