4, 3, 2…

Il 4 Dicembre 1956, Sam Phillips diede appuntamento ad un certo Jerry Lee Lewis presso gli Sun Record Studios in quel di Memphis, Tennessee. Straordinario cantante e pianista, Lewis non era ancora conosciuto fuori i confini di Memphis e Phillips contava di sfornare l’ennesimo successo, dato che di recente i suoi studios parevano un po’ esser diventati la famosa gallina dalle uova d’oro. Quel giorno alla Sun Records si sarebbe dovuto lavorare su materiale per Carl Perkins, la cui fama era scoppiata con la pubblicazione, esattamente un anno prima, di Blue Suede Shoes. Phillips aveva richiesto la presenza di Lewis proprio per questo, affinché aiutasse nelle registrazioni. Prima l’uno e poi l’altro, separatamente, arrivarono negli studios anche Elvis Presley e Johnny Cash, anche loro con un anno davvero fortunato alle spalle. Nacque così una impromptu (non pianificata) jam session chiamata poi Million Dollar Quartet.

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Il nome, Million Dollar Quartet, venne dato dal giornalista che scrisse un pezzo sull’inaspettato quartetto e che giunse agli studios, assieme ad un fotografo, su richiesta proprio di Phillips. Fu solo nel 1981, in Europa, che la jam session venne pubblicata con il titolo The Million Dollar Quartet. Qualche anno dopo venne rivista e rieditata, sempre in Europa, dopo che altri pezzi vennero trovati nei vasti e preziosi archivi della Sun Records; il titolo venne anch’esso modificato in The Complete Million Dollar Session. Negli Stati Uniti, la pubblicazione giunse infine nel 1990 con il titolo di Elvis Presley: The Million Dollar Quartet.

Il 3 Dicembre 1968, dagli NBC Studios a Burbank, California, dopo sette anni in cui si era dedicato a sfornare film uno dietro l’altro, molti dei quali di assai dubbia qualità, Elvis Presley ritorna alla musica con l’evento Singer Presents … Elvis.

Con la regia di Steve Binder, conosciuto poi come il ’68 Comeback Special, venne registrato negli stessi studio nel giugno precedente e divenne lo spettacolo più visto con un altissimo gradimento televisivo. Seppur con una gestazione un po’ complicata, soprattutto per disaccordi nati con il Colonnello Tom Parker, lo speciale rilanciò la carriera dormiente di Elvis. Numerosi articoli di giornale osannarono il ritorno del vero Elvis, dopo un declino dovuto in parte a pessimi film. La colonna sonora uscì su LP poco dopo, scalando le classifiche Billboard ed ottenendo il certificato oro della RIAA nel luglio successivo.

Il 2 Dicembre 2022 è uscito un cofanetto composto da 6 CD ed 1 Blu-ray. Nulla di nuovo sotto il sole, ma il box set include anteprime di concerti e prove remixati e il documentario Elvis on Tour del 1972, vincitore l’anno successivo di un Golden Globe.

Disc 1- registrato il 9 Aprile 1972, all’ Hampton Roads Coliseum, Hampton, Virginia
Disc 2 – registrato il 10 Aprile 1972, al Richmond Coliseum, Richmond, Virginia
Disc 3 – registrato il 14 Aprile 1972, al Greensboro Coliseum, Greensboro, North Carolina
Disc 4 – registrato il 18 Aprile 1972, alla Convention Center Arena, San Antonio, Texas
Disc 5 – prove del tour registrate agli RCA Recording Studios di Hollywood, California, il 30 e 31 Marzo 1972
Disc 6 – completa le registrazioni del disco 5.

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Il docu-film Elvis on Tour è la testimonianza senza veli di quanto Elvis vivesse la musica, trasformandola grazie ad una energia creativa che non aveva eguali e forse ne ha ancora ben pochi… Il cofanetto poi è corredato da pezzi scritti da Jerry Schilling e Warren Zanes. Forse nulla di così nuovo sotto il sole, ma un pezzo che non può mancare agli appassionati di Elvis di qualunque età.

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Baby, it’s cold outside…

Tempo da lupi, come si suol dire…
Sulla corolla appenninica che mi circonda nevica, in alcuni punti anche intensamente. Dopo aver portato a termine varie commissioni, me ne torno al calduccio di casa e pranzo davanti alla stufa a legna. Fuori il vento gelido a tratti sferza fischiando, nel giro di una settimana l’inverno è infine giunto. Giornata perfetta per tornare all’amato Rossini.

La Cambiale di Matrimonio, ROF 2020

Presentata al ROF, Rossini Opera Festival, del 2020, La cambiale di matrimonio è un’opera buffa scritta nel 1810 da un Rossini diciottenne e messa in scena nel novembre dello stesso anno, al San Moisè di Venezia. Non la prima opera composta, ma bensì la prima ad essere portata sul palco.
Nel 1791, l’attore e drammaturgo piemontese Camillo Federico scrisse La cambiale di matrimonio da cui, anni dopo, il giovane pesarese trasse ispirazione per la propria farsa omonima il cui libretto venne affidato al veronese Gaetano Rossi, con cui collaborerà anche per il Tancredi (e nel 1841/42 il librettista lavorerà anche con Donizetti). La trama è semplice ma perfetta per godere delle sublimi arie rossiniane, in questa edizione poste in essere da quasi tutti giovani capeggiati, per età e carisma canoro, da Carlo Lepore, basso napoletano che porta sul palco del festival una forza lirica chiara ed esperta. Tutti i protagonisti hanno reso giustizia ai propri personaggi, mostrando qualità canore di ottimo timbro, dinamico fraseggio e dizione eccellente. Scene e costumi vivaci, che fanno da perfetta corolla ad un cast delizioso anche nei pezzi concertati. Un po’ buffo il simbolismo allegorico portato dall’orso che giunge con uno dei protagonisti e che ritroviamo anche ai fornelli.

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Come dicevo, la trama è semplice. La tipica farsa buffa che gira attorno ad un equivoco sentimentale. Il ricco mercante di stoffe Sir Tobia, promette in sposa la figlia Fanny al canadese Slook, dietro cambiale di matrimonio. Ma Fanny ama Edoardo e l’arrivo di Slook porterà scompiglio e, ovviamente, l’agognato lieto fine. Le arie di Rossini sono barocche, gustose e raggianti, fanno assaporare il lato godurioso della vita. Rossini è Rossini. Rossini mon amour.

Una tazza di tè

È sempre l’ora del tè, e negli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze.

Bianconiglio aveva ragione. Ci sono tè diversi per diversi momenti della giornata ed anche per diversi stati d’animo. Dopo una giornata stancante o per una pausa rinfrancante, una delle mie coccole preferite è una tazza di chai.

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Masala Chai, letteralmente tè con misto di spezie (masala infatti è un mix di spezie usato nella cucina indiana), è una bevanda tipica dell’India conosciuta praticamente ovunque. Esistono preparati in bustine e sfusi per infusione, da aggiungere al mix di acqua e latte. Tra le marche migliori che ho provato c’è Vahdam, con una lunga storia alle spalle. Tuttavia, da gran amante delle spezie, non resto mai senza e le uso praticamente ovunque, mi piace preparare il chai da me. Non si dice chai tea o tè chai, dato che chai GIÀ significa tè. Ha origine dal mandarino chà e dal persiano chay; se volete approfondire l’etimologia, date un’occhiata qui.
Preparare una tazza di chai è davvero facile; non c’è una ricetta unica per il masala, come in ogni luogo esistono varianti da zona a zona. Dopo aver letto, guardato video, provato, la versione che prediligo prevede due tazze di acqua in un pentolino, su fuoco medio, a cui aggiungo 2 o 3 chiodi di garofano, un paio di pezzetti di zenzero fresco, 2 o 3 pezzetti di stecca di cannella, 3 o 4 baccelli di cardamomo verde pestati. Porto a bollore a fiamma viva, abbasso e mescolando ogni tanto lascio cuocere qualche minuto, affinché le spezie siano morbide ed abbiano rilasciato tutti i sentori. Di solito calcolo dai 4 ai 6 minuti, a seconda della intensità che voglio ottenere. A questo punto aggiungo un cucchiaino abbondante di Assam, tè nero coltivato nell’omonima regione storica indiana (a volte uso il Darjeeling, altro tè nero indiano, ma per il chai prediligo l’Assam) e lascio cuocere non più di due minuti, fiamma al minimo, poiché non voglio dar troppo accento al tipico sapore astringente. Trascorso questo tempo aggiungo un paio di cucchiai di latte, comunque non più di tre, faccio bollire alzando la fiamma e appena bolle spengo e allontano dal fornello. Lascio riposare un poco, con un colino filtro nella tazza e con calma mi gusto il mio chai.

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Un preparato, bustina o sfuso, è sicuramente più veloce ma il tè è un rituale, un momento di calma, di relax, una pausa zen…
Ieri nel primo pomeriggio soffiava un bel venticello che teneva il cielo limpido. I raggi del sole carezzavano i rami del mio alberello ed io me ne stavo seduta alla finestra, con il mio chai appena tolto dai fornelli ed in sottofondo il Concerto per Violino e Orchestra n° 3 di Camille Saint-Saëns (il movimento degli alberi imposto dal vento fa sempre risuonare nella mia testa il paradisiaco suono del violino…).
Un intenso momento zen.

Violin Concert n°3 – sec. mov. Andantino Quasi Allegretto

Questo post è stato, involontariamente, suggerito da Paola.

Isole nella corrente

Il 29 Ottobre 1983, al N° 1 della Billboard Hot 100, era posizionato Islands In The Stream, un duetto eseguito da Dolly Parton e Kenny Rogers.

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Con un ritmo Pop con un pizzico di R&B che ha scalato anche le classifiche Country and Adult Contemporary, prende il titolo da un romanzo di Ernest Hemingway. Certificata oro e doppio platino dalla Recording Industry Association of America, fu scritta inizialmente pensando a Marvin Gaye. Gli autori? I fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb. The Bee Gees. Quando Kenny Rogers si ritrovò in studio per la registrazione, qualcosa non lo prendeva. Il pezzo non lo convinceva. Fortunatamente, i fratelli Gibb, sapendo della presenza di Dolly Parton nello stesso edificio per altre registrazioni sue, ebbero l’idea di raggiungerla e proporle un duetto. E successo fu. Islands in the stream ha scalato le classifiche sia Country che Pop negli USA e le classifiche Pop di mezzo mondo, compreso Spagna, Belgio, Canada, Australia, contando anche milioni di digital downloads.
I Bee Gees hanno eseguito la loro versione dal vivo allo MGM Grand di Las Vegas nel 1997, mentre la versione in studio si trova nella compilation Their Greatest Hits: The Record del 2001.

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Islands In The Stream è stato il primo dei romanzi di Ernest Hemingway pubblicati postumi, esattamente nel 1970 e venne scritto dall’autore tra il 1950 ed il 1951. La genesi fu lunga e complessa, l’autore proveniva dalle pessime recensioni di Across the River and Into the Trees. Islands in the stream è composto da tre parti il cui protagonista è Thomas Hudson in, appunto, tre periodi differenti della sua vita. Thomas Hudson lo conosciamo pittore sull’isola di Bimini, spensierato e tranquillo in attesa dell’arrivo dei tre figli. E la prima parte si svolge con essi e con il grande amico Roger Davis, un animo più dinamico e conflittuale rispetto ad Hudson. Le vicende sulla splendida e assolata isola di Bimini finiscono con un dramma e ritroviamo poi Hudson a Cuba, in una versione più cinica, quasi brutale. Ma è il dramma che lega le due parti, anzi tutte e tre poiché è subentrata la Seconda Guerra Mondiale ed il lungo racconto di Thomas Hudson termina tra ricordi, rammarichi, disperazione e rinunce…
Isole Nella Corrente è un romanzo a tratti dispersivo ed a tratti pesante, con richiami a molti altri scritti dell’autore, in particolare Per Chi Suona La Campana. Sinceramente, in molti punti, soprattutto nella prima parte che avrebbe dovuto nominarsi The Sea When Young e che poi in fase di correzione postuma divenne semplicemente Bimini, sono stata tentata di abbandonare. Eppure Hemingway mi piace, molto, ma non tutte le ciambelle escono col buco…

Reali Connessioni…

Fredericton è il capoluogo del New Brunswick, Nouveau-Brunswick in francese, provincia del cosiddetto Canada francese. Il nome della città, che al 2021 contava 63.116 abitanti (108.610 l’area metropolitana), deriva dal principe Federico Augusto di Hannover, Duca di York e di Albany, figlio di Giorgio III. Quest’ultimo, Re del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, con 59 anni e 96 giorni, è il monarca con il terzo regno più lungo di tutta la storia britannica. E ne fu anche il primo, poiché il Regno venne istituito con un atto nel 1800. Sotto il regno di Giorgio III ci furono le guerre napoleoniche, la guerra d’indipendenza degli Stati Uniti e l’inizio della rivoluzione industriale. E sempre Giorgio III è il protagonista del film The Madness of King George di Nicholas Hytner del 1994, con Nigel Hawthorne nel ruolo del Re ed Helen Mirren in quelli della Regina Carlotta. Giorgio, a quanto pare, sarebbe stato affetto da porfiria, un insieme di patologie per lo più ereditarie causate da accumulo di porfirine che attaccano il sistema nervoso (nel 2005 alcuni esami sui capelli hanno riscontrato una alta concentrazione di arsenico, portando così il dubbio che la pazzia possa derivare da intossicazione da arsenico).
Da buon padre (o forse no…) nominò il figlio Federico (secondo di ben quindici!) a rango di Colonnello dell’esercito britannico. E da buon (…) figlio, Federico venne inviato nelle Fiandre nel 1793 riportando una colossale sconfitta (perse in tre battaglie nel giro di un anno). Sei anni più tardi, nominato Comandante in capo delle Forze armate, Federico arrivò nei Paesi Bassi per unirsi al corpo d’armata russo; fu sconfitto dal generale Guillaume Marie Anne Brune nella battaglia di Castricum firmando la Convenzione di Alkmaar.
Rimpatriato, dietro una scrivania promosse riforme che, strano a dirsi, portarono enormi miglioramenti nell’esercito e vittorie contro Napoleone I. Dovette dimettersi nel 1809 a causa di uno scandalo legato alla sua amante, venendo poi tuttavia reintrodotto quando, in seguito a varie indagini, si scoprì esser stato vittima di un tradimento perpetuato dal suo accusatore e dall’amante stessa. Federico morì nel gennaio 1827 e fu sepolto nella St George’s Chapel del Castello di Windsor. Nello stesso luogo, presso la Cappella Commemorativa di Re Giorgio VI, il 19 settembre verrà sepolta Elisabetta II.

St. George’s Chapel at Windsor Castle

Nei pressi del St. James’s Park, a Londra, tra Regent Street ed il viale denominato The Mall, nell’aprile 1834 venne eretta la colonna monumento alla figura di Federico. A commissionare il monumento, l’intero corpo dell’esercito che mise insieme, membro dopo membro, la paga di un giorno per ordinarne la costruzione.

Duke of York Column

I territori dove attualmente sorge Fredericton, capoluogo del New Brunswick, erano abitati dalle tribù dei the Mi’kmaq e Maliseet, appartenenti al popolo delle First Nations, i nativi canadesi. I primi insediamenti dei coloni europei cominciarono nel 1692 con la costruzione di Fort Nashwaak. Nel 1783 nacque l’insediamento di Ste. Anne’s Point, fondata dai cosiddetti Loyalists (United Empire Loyalists), americani rimasti leali alla corona britannica. Ste. Anne’s Point divenne Frederick’s Town e nel 1785 cambiò definitivamente nome in Fredericton.

Fredericton

Al 411 University Avenue di Fredericton sorge il Lady Beaverbrook Rink, impianto sportivo dedicato principalmente ad hockey, pattinaggio artistico, ringette e pattinaggio di velocità. Nel maggio 1959 Johnny Cash si esibì proprio al Lady Beaverbrook Rink, durante un tour per promuovere il suo album d’esordio, Johnny Cash and His Hot and Blue Guitar!

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Ma non fu l’unica volta in cui Cash si ritrovò a Fredericton. Infatti, nel 1976 fu di nuovo al Lady Beaverbrook dove, nel backstage, incontrò l’allora principe ed oggi King Charles III.

Il confirmation bias, pregiudizio di conferma, è l’atteggiamento insito nella nostra specie a cercare e trovare conferme in ciò che crediamo di sapere, in nostre opinioni, giungendo così ad avvalorare (o cercare di farlo) convinzioni preesistenti. In questo inganno del cervello cadde anche Johnny Cash. Durante una intervista al Larry King Show, nel 2002, Cash parla di un sogno che gli ha ispirato il testo di una canzone. Nel sogno si ritrova all’interno di Buckingham Palace ed ha un incontro con Queen Elizabeth II.

“There she sat on the floor and she looked up at me and said, ‘Johnny Cash, you’re like a thorn tree in a whirlwind’. I woke up and thought, what could a dream like this mean? I forgot about it for two or three years, but it kept haunting me. I kept thinking about how vivid it was. I thought maybe it was biblical.”

Johnny Cash at Larry King Show

Johnny Cash è stato un uomo con una fortissima fede religiosa, tanto da divenire ministro. Ed il suo bias di conferma lo ha portato a trovare nella Bibbia il significato di quello strano sogno. Precisamente, il riferimento che Cash crede di aver trovato è all’interno del Libro di Giobbe e del Libro dell’Apocalisse. Il testo che questo sogno gli ispira diviene The Man Comes Around, scritta diverso tempo prima della pubblicazione avvenuta nel maggio 2002 e dal sound che mescola Gospel ed Alternative Country. La canzone si trova nell’album American IV: The Man Comes Around, parte di una serie ed ultimo pubblicato (novembre 2002) quando era in vita.

Hear the trumpets hear the pipers
One hundred million angels singin’
Multitudes are marchin’ to the big kettledrum
Voices callin’, voices cryin’
Some are born and some are dyin’
It’s alpha and omega’s kingdom come
And the whirlwind is in the thorn tree
The virgins are all trimming their wicks
The whirlwind is in the thorn trees
It’s hard for thee to kick against the prick
In measured hundredweight and penny pound
When the man comes around

The Man Comes Around

12 Settembre

Il 12 Settembre 2003 all’incirca alle 2 di notte, presso il Baptist Hospital di Nashville (dal 2013 conosciuto come Saint Thomas – Midtown Hospital), Tennessee, moriva Johnny Cash. Causa della morte, complicazioni legate al diabete di cui soffriva da tempo. La diagnosi finale della sua patologia avvenne dopo svariati errori medici, sicuramente dovuti all’ampia sintomatologia che accusava. Capire che male lo affliggesse, fu un percorso altrettanto travagliato come lo fu la sua stessa vita.
Vita di cui parlerò nel giorno del suo compleanno, il 26 febbraio…

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Johnny Cash iniziò il suo percorso ufficiale nel mondo della musica nel 1954, quando, dopo essersi trasferito a Memphis, Tennessee, riuscì ad ottenere un contratto discografico con la Sun Records di Sam Phillips. Il primo singolo fu Cry! Cry! Cry!, uscito nel giugno 1955 e seguito, a dicembre, da So Doggone Lonesome. Ma è nel maggio 1956 che finalmente ottiene il primo posto nella classifica Country di Billboard, con quella che diverrà una delle sue signature songs: I Walk The Line. Nel 1957 esce l’album di esordio, Johnny Cash with His Hot and Blue Guitar!, che contiene un’altra canzone iconica: Folsom Prison Blues. Johnny apriva ogni concerto con il solito saluto, Hello, I’m Johnny Cash, seguito proprio da Folsom Prison Blues. Ad accompagnare Johnny, già prima della Sun Records, il chitarrista Luther Perkins ed il bassista Marshall Grant, conosciuti come The Tennessee Two (la storia della band è un po’ più complicata). I tre daranno subito conto del loro inconfondibile sound, accompagnato dalla voce basso-baritonale di Johnny. Nonostante il cantante abbia subito un declino di notorietà a partire dagli anni ‘80 del secolo scorso, una ripresa consistente la vedrà nell’ultimo periodo della sua vita grazie alla collaborazione con Rick Rubin che lo produrrà in American Recordings, dove Johnny sarà in cabina di registrazione accompagnato solo dalla chitarra. Con oltre 90 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, Johnny Cash, il cui stile abbracciava Country, Rock and Roll, Blues, Folk e Gospel, è uno dei musicisti più venduti di tutti i tempi.

“I wear the black for the poor and the beaten down, livin’ in the hopeless, hungry side of town, I wear it for the prisoner who has long paid for his crime, but is there because he’s a victim of the times.”

Johnny Cash

EP & The B

Ci sono incontri di cui poco si conosce e che rimarranno sempre avvolti in una famelica curiosità, oltre che nella popolare nebbia del mistero tranne che per i partecipanti. Come quello che avvenne il 27 agosto 1965 al 565 di Perugia Way a Bel Air. Il Colonnello Tom Parker e Brian Epstein organizzarono l’incontro, che avvenne nella serata di quello che era un venerdì. In testa alle classifiche USA e UK si trovava I Got You Babe di Sonny & Cher, mentre in Italia c’era Petula Clark con Ciao Ciao. Erano da poco nati il regista Sam Mendes e l’attrice Marlee Matlin ed era morta la scrittrice Shirley Jackson. Dopo venti mesi aveva avuto termine il secondo processo di Auschwitz, dove vennero condannate diciassette persone e presenziarono 358 testimoni. Il mondo girava ignaro di quell’incontro di cui poco si sa, non ci sono testimonianze video né immagini tranne POCHISSIME e non professionali. I Beatles, a Los Angeles per dei concerti durante la fortunata tournée statunitense, giunsero alla villa di Elvis attorno alle ventuno e la lasciarono tra le 2:30 e 3:30 della notte. Dopo un ovvio, e forse un po’ voluto, imbarazzo iniziale, Elvis prese il basso e iniziò ad intonare un pezzo di Charlie Rich. Così ebbe inizio una jam session tra The King of Rock ‘N’ Roll di Tupelo Mississippi ed i Fab Four di Liverpool.

“If you’re going to sit here all night staring at me I’m going to bed.”

Elvis to Beatles

Elvis was the thing, whatever people say, he was it. I was not competing against Elvis, rock happened to be the media I was born into – it was the one, that’s all.

John Lennon

Nothing affected me until I heard Elvis. Without Elvis, there would be no Beatles.

John Lennon

There was an advert for ‘Heartbreak Hotel’. Elvis looked so great: ‘That’s him, that’s him – the Messiah has arrived!’ Then when we heard the song, there was the proof. That was followed by his first album, which I still love the best of all his records. It was so fantastic we played it endlessly and tried to learn it all. Everything we did was based on that album.

Paul McCartney

16 Agosto

Come ogni anno anche per me oggi è Elvis Day. Oggi, quarantacinque anni fa, anche allora un martedì, nella sua amata Graceland, Elvis moriva a causa di un infarto indotto da varie e gravi problematiche. Di norma ascolto qualche pezzo o album e poi guardo un film o un documentario. Oggi ho finalmente guardato Elvis di Baz Luhrmann.

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Non sono brava come Raffa nel recensire film, esprimo solo un parere personale su ciò che la visione mi ha trasmesso. E guardare il film di Luhrmann è stato come vivere una esperienza onirica, un caleidoscopio sfarzoso e abbacinante tramite il quale vediamo Elvis attraverso occhi e parole della controversa, mai chiara, soffocante ed onnipresente figura del Colonnello Tom Parker, nome d’arte dell’immigrato clandestino Andreas Van Kuijs, originario dei Paesi Bassi. Ovviamente, essendo questo un film e non un documentario biografico, porta in sé elementi romanzati, non propriamente precisi, ma adattati a creare un racconto emozionante, che dia ad Elvis quell’alone da supereroe da lui stesso menzionato. Un supereroe che si ritrova a combattere contro numerosi nemici, avendo al suo fianco un amico/nemico, nel perenne tentativo di raggiungere quei sogni infantili ed ingenui che tutti facciamo, ma che raramente, molto raramente, riusciamo a realizzare. Ma in caso si avverino, il prezzo da pagare è alto, molto alto, a volte letale.
Elvis di Luhrmann è un lungo racconto luccicante, roboante, frenetico, tra la biopic romanzata ed il musical accennato, che seduce e abbàcina gli spettatori, ma in primis lo stesso Elvis.
La regia inconfondibile e circense di Luhrmann è accompagnata splendidamente da un giovane Austin Butler che mostra un appassionato impegno nel portare la sua versione di Elvis sullo schermo ed una altrettanto mostruosa capacità camaleontica di un Tom Hanks quasi irriconoscibile sotto il pesante trucco, forse non molto realistico ma perfetto per l’incarnazione del villain anteposto al supereroe.
L’Elvis di Luhrmann è un giovane uomo all’inseguimento di un sogno, profondamente legato alla madre, forse troppo ingenuo e illuso e forse anche disilluso negli ultimi anni. Elvis Aaron Presley è nel profondo afflitto da solitudine e fragilità. Forse dovute alla morte alla nascita del gemello Jesse Garon e alle apprensioni ed alla prematura perdita di una madre dedita all’ansia, all’inadeguatezza, all’alcool (dopo Graceland), forse a quell’essere più utile che realmente voluto da chi lo circondava intimamente, forse incapace di esprimere sé stesso se non sul palcoscenico. Una fragilità ed una solitudine che non gli permetteranno mai di liberarsi dal laccio con cui il Colonnello Parker ha saputo tenerlo non solo legato ai suoi indirizzi, ma ad un terreno che gli ha concesso solo l’illusione, l’abbozzo, di quello spiccare il volo e librarsi lontano a cui tanto agognava. L’Elvis di Luhrmann sarà forse incompleto, non preciso, romanzato, cangiante, sfarzoso, eccessivo, ma resta un omaggio sfavillante ad un mito. Una icona che in molti, moltissimi, continuano ad amare anche dopo quarantacinque anni dalla sua morte. Morte avvenuta all’età di quarantadue anni. Elvis RESTA Elvis, il Mito, The King of Rock & Roll, nonostante sia più tempo che siamo senza di lui di quanto lui sia stato con noi.