FotoPoesia #31

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April brings the primrose sweet, scatters daises at our feet… Aprile porta la dolcezza della primula, sparge margherite ai nostri piedi…

Sara Coleridge

The Months è parte della raccolta intitolata Pretty Lessons in Verse for Good Children e pubblicata nel 1834. L’autrice, Sara Coleridge, nata nel Cumberland nel 1802, era figlia del noto filosofo e poeta inglese Samuel Taylor Coleridge, uno dei fondatori del Romanticismo inglese insieme all’amico William Wordsworth.

The Months
January brings the snow,
makes our feet and fingers glow.
February brings the rain, Thaws the frozen lake again.
March brings breezes loud and shrill, stirs the dancing daffodil.
April brings the primrose sweet, Scatters daises at our feet.
May brings flocks of pretty lambs, Skipping by their fleecy damns.
June brings tulips, lilies, roses,
Fills the children’s hand with posies.
Hot July brings cooling showers, Apricots and gillyflowers.
August brings the sheaves of corn, Then the harvest home is borne.
Warm September brings the fruit, Sportsmen then begin to shoot.
Fresh October brings the pheasants, Then to gather nuts is pleasant.
Dull November brings the blast, Then the leaves are whirling fast.
Chill December brings the sleet, Blazing fire, and Christmas treat.

Scrittrice a sua volta e traduttrice, Sara Coleridge sposò nel 1829 il cugino Henry Nelson Coleridge dopo un lunghissimo fidanzamento. Henry era a sua volta uno scrittore, soprattutto piccoli pamphlet e introduzioni ad altre opere e di ritorno da un viaggio alle Barbados in compagnia di uno zio vescovo, anche un libretto sul viaggio comprensivo di pensieri riguardanti l’emancipazione degli schiavi. Sara pubblicò numerosi scritti per bambini, tra cui Phantasmion, a Fairy Tale, considerato dalla critica ‘the first fairytale novel written in English’. Henry e Sara ebbero cinque figli ed Henry, alla morte del suocero e zio, ebbe il compito di editare e pubblicarne tutte le opere. Ma Henry morì nel 1843, lasciando tutto in carico alla vedova. Sara portò avanti egregiamente il lavoro di entrambi gli uomini, aggiungendo sue composizioni agli scritti paterni prima della pubblicazione. Scoprì di avere un tumore al seno nel 1850 e nel tempo che le rimase iniziò a scrivere una autobiografia, Memoirs and Letters of Sara Coleridge, che venne poi conclusa e pubblicata dalla figlia Edith, a sua volta scrittrice. Edith, assieme al fratello Herbert, furono gli unici due figli di Sara ed Henry a divenire adulti. Herbert fu filologo e tecnicamente fece parte del gruppo di editori di quello che sarebbe stato l’Oxford English Dictionary. Sara morì nel maggio 1852, a causa del cancro.

La foto è stata scattata pochi giorni fa, a fine ottobre.

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Me, myself and… Books #18 PREMIO BANCARELLA CUCINA

Costruito tra il 1742 ed il 1749 su commissione della ricca famiglia dei Marchesi Dosi, già proprietari della omonima Villa nata a cavallo tra 1600 e 1700 e sita poco fuori l’abitato principale, il Palazzo Dosi, sito a Pontremoli, dal 1931 ossia dopo l’acquisizione Dosi Magnavacca, ha ospitato l’edizione 2022 del Premio Bancarella della Cucina.

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Rimandato di una settimana per vari problemi, il Premio ha festeggiato il suo diciassettesimo compleanno. È la più giovane delle sottocategorie dell’originale che nacque nel 1953 per volere dei librai locali discendenti di quei librai ambulanti che, tomi in spalla, giravano tra paesi e valli.
Quest’anno la sestina finale vedeva:
Come riconoscere i vini di Jacopo Mazzeo (Newton Compton)
Il sapore dei sogni di Alessandro Morelli (Tarka)
Menu risorgimento di Collettivo Cougnet (Linkiesta)
Confesso che ho mangiato di Davide Paolini (Giunti)
Guadagnarsi il pane di Luca Clerici (Luni editrice)
Custodi del vino di Laura Donadoni (Slowfood)
Alla presentazione erano assenti Clerici e Mazzeo, gli altri invece hanno avuto modo di rispondere a qualche domanda del presentatore in attesa dell’estrazione che ha decretato il titolo scelto dalla giuria votante.

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Tutti e sei i titoli in finale sono interessanti; ognuno con stile e modi differenti, raccontano viaggi e mete dell’uomo e del cibo e in due casi del vino. Il viaggio di Laura Donadoni consta di più di dodicimila chilometri attraverso l’Italia, alla ricerca e scoperta di coloro che vivono di e per il vino. Luca Clerici viaggia tra importanti nomi della letteratura ed il loro rapporto con la tavola. Davide Paolini viaggia invece con ricordi culinari, impossibilitato al viaggio fisico a causa della pandemia che ci ha congelati per un paio d’anni. Il Collettivo Cougnet viaggia nel tempo, portando il lettore nel 1911 al pranzo organizzato per i festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Lo chef Alessandro Morelli viaggia nelle sue memorie, raccontando di cosa sia essere cuoco di professione, cosa ben lontana da tutti quei programmi acchiappa-popolo che impazzano sul piccolo schermo. È del mondo del vino, del lungo, appassionato, delicato, intrigante viaggio dell’uva fino al bicchiere, che parla Jacopo Mazzeo.
Ascoltando gli autori parlare della loro opera, sono rimasta subito intrigata da Menù Risorgimento, Custodi del Vino e ovviamente Confesso che ho mangiato; di quest’ultimo già conoscevo l’autore dato che lo seguo da tempo e che ho adorato il programma che per molti anni ha avuto su Radio24, Il Gastronauta.

Il primo acquisto l’ho realizzato in sito; alla classica bancarella presente con i titoli in lizza mi sono fermata per prendere Confesso che ho mangiato, subito fatto autografare dall’autore. Gli altri, a seguire…
Nonostante Morelli mi sia piaciuto, non avrei votato nell’ordine risultato vincente. Al primo posto avrei messo Menù Risorgimento, seguito da Confesso che ho mangiato, Custodi del vino, Come riconoscere il vino, Guadagnarsi il pane ed infine Il sapore dei sogni. Ovviamente è solo la prima opinione, quella avuta ascoltando gli autori e leggendo articoli riguardanti i titoli. Riformulerò dopo lettura.

Sigeric, la cooperativa che fornisce servizi turistici, ha numerosi eventi e pacchetti ideali per qualsiasi tipo di turismo; dalle escursioni a piedi o in bicicletta, a visite a castelli e luoghi storici, questa giovane impresa sta dando nuovo lustro alla visibilità della bellissima Lunigiana, regione storica incastonata tra Emilia e Liguria fino alla foce del fiume Magra.

FotoPoesia #28 – Equinozio d’Autunno, 23 Settembre 2022 ore 3:03 italiane.

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Fall, leaves, fall;
die, flowers, away…
Lengthen day and shorten day;
Every leaf speaks bliss to me
Fluttering from the autumn tree.
I shall smile when wreaths of snow
Blossom where the rose should grow;
I shall sing when night’s decay
Ushers in a drearier day.

Cadete, foglie, cadete;
e voi, fiori, svanite…
Allungati notte, giorno sii breve;
Ogni foglia mi parla di felicità
Volando via dall’albero d’autunno.
E sorriderò quando fiocchi di neve
Sbocceranno dov’era la rosa;
Canterò quando il declino della notte
Annuncerà un giorno ancor più buio.


Emily Brontë

Emily Jane Brontë nasce nel luglio del 1818, in una cittadina dello Yorkshire. Quinta dei sei figli di Patrick e Maria Brontë, prima di lei Maria (1814), Elizabeth (1815), Charlotte (1816) e Branwell (1817) e dopo Anne (1820). Maria ed Elizabeth morirono nel 1825, a pochissima distanza l’una dall’altra. Nel 1821, a causa di un tumore, era morta la madre e le sue veci furono assunte dalla zia Elizabeth. I quattro fratelli sopravvissuti strinsero un forte ed intenso legame, che li vide costruire un mondo immaginario con tanto di nome e personaggi e storie sempre più complesse ed articolate. Scrissero anche poesie e le tre sorelle, nel 1846, pubblicarono Poems by Currer, Ellis, and Acton Bell, usando degli pseudonimi. Tutte e tre scrissero romanzi, divenuti col tempo parte della letteratura classica vittoriana inglese. Emily pubblicò Cime Tempestose nel 1847 usando il suo pseudonimo di Ellis Bell; inizialmente il romanzo non ottenne successi ed anzi, molte furono le critiche pur dopo la nuova pubblicazione messa in atto da Charlotte nel 1850, ossia due anni dopo la prematura morte di Emily. Ma a Cime Tempestose occorsero diversi anni per iniziare ad essere rivalutato ed apprezzato. Sempre Charlotte, si occupò di far pubblicare le poesie che aveva scoperto aver scritto Emily durante tutta la vita. La poetica della quintogenita di casa Brontë è intensa, vivida, struggente, al contrario del suo carattere schivo e tendente al solitario.

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Il cimento dell’armonia e dell’inventione è una raccolta per violino e archi scritta tra il 1723 e il 1725 da Antonio Vivaldi; i concerti piu conosciuti sono La primavera, L’estate, L’autunno e L’inverno, ossia Le Quattro Stagioni. Come per il Solstizio d’Inverno e d’Estate e l’Equinozio di Primavera, anche l’Equinozio d’Autunno è accompagnato da un sonetto.


Celebra il Vilanel con balli e Canti
Del felice raccolto il bel piacere
E del liquor di Bacco accesi tanti
Finiscono col Sonno il lor godere.
Fa’ ch’ ogn’ uno tralasci e balli e canti
L’aria che temperata dà piacere,
E la Staggion ch’ invita tanti e tanti
D’ un dolcissimo sonno al bel godere.
I cacciator alla nov’alba à caccia
Con corni, Schioppi, e cani escono fuore
Fugge la belva, e Seguono la traccia;
Già Sbigottita, e lassa al gran rumore
De’ Schioppi e cani, ferita minaccia
Languida di fuggire, mà oppressa muore.

Di limoni e attimi di pace…

Ovunque io vada, qualunque sia la durata del mio stare fuori casa, il Kindle è sempre con me. A seconda dell’ispirazione del momento riprendo una delle letture in corso oppure sfoglio pigramente qualche poesia. In questi giorni tocca a Rimbaud, Una Stagione all’Inferno.
Dopo una bella passeggiata tra faggeto e laghi, al fresco ventilato di 21/22º C di Cerreto Laghi, località situata sull’Appennino Reggiano (sezione del Tosco-Emiliano), decidiamo una sosta in un bar. Un tè caldo ed una poesia, pausa perfetta. Quindi chiedo un tè. Di norma portano una piccola selezione di bustine, affinché tu decida quale gusto scegliere. Invece mi ritrovo una tazza contenente poca acqua, una fetta di limone ed una unica bustina di tè, tra l’altro insapore. Orrore! Limone nel tè! Il mio cervello rischia un corto circuito. Afferro il cucchiaino cercando di prelevare svelta l’intrusa fettina, borbottando, un po’ troppo a voce alta, solo i barbari mettono il limone nel tè! I barbari!

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La fortuna di vivere circondata dagli Appennini mi permette gitarelle come questa. In circa un’ora o poco più d’auto, spazio dal versante ligure a quello parmense o reggiano. La zona che prediligo è quella più a nord, ma al Cerreto vengo spesso. L’anno scorso ho preso anche dei freschissimi mirtilli. Camminare nel bosco, osservare le lievi increspature della superficie lacustre agitarsi debolmente sotto il soffio della frizzante brezza, ascoltare i suoni degli animali, respirare gli odori del sottobosco, sono momenti preziosi che riportano pace e armonia.

Seduta sulle rive del lago, all’ombra dei faggi, ho osservato per un po’ due piccoli storni; il primo di anatrelle che, mostrando buffamente il piumato bianco derrière, buttavano la parte anteriore sott’acqua in cerca di prede; il secondo, piccoli uccelli non ben identificati, roteava dando alternanza ai singoli in un armonico tuffarsi nel lago sicuramente a caccia di cibo. Purtroppo l’unico video che sono riuscita a fare è risultato molto sfocato, ma in quei frangenti non ho pensato a ritentare, mi sono semplicemente goduta la visione. Proprio come quando stavo prendendo l’ultima foto qua sopra, quella che ritrae le Alpi Apuane. Lo strìdere inconfondibile dei rapaci mi ha fatta alzare lo sguardo e poco dopo eccolo là, un magnifico falco che si librava leggiadro e potente sfruttando le correnti. Attimi preziosi congelati nel tempo e nella memoria. Momenti che allontanano le brutture del mondo, proprio come quelli trascorsi in compagnia di un libro.

FotoPoesia #25 – Solstizio d’Estate, 21 Giugno 2022 ore 11:13 italiane.

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The air around was trembling-bright
And full of dancing specks of light,
While butterflies were dancing too
Between the shining green and blue.
I might not watch, I might not stay,
I ran along the meadow way.

The straggling brambles caught my feet,
The clover field was, oh! so sweet;
I heard a singing in the sky,
And busy things went buzzing by;
And how it came I cannot tell,
But all the hedges sang as well.

Along the clover-field I ran
To where the little wood began,
And there I understood at last
Why I had come so far, so fast
On every leaf of every tree
A fairy sat and smiled at me!


Summer Morning di Rose Fyleman

Contenuta nella raccolta Fairies and Chimneys pubblicata a Londra nel 1918, Summer Morning esprime nella sua semplicità il caldo e luminoso languore di una mattina d’estate.

The air around was trembling-bright
And full of dancing specks of light…

Queste righe danno vivida l’immagine di quei lunghi e voluttuosi raggi di sole, dove, immersi in un fiume dorato, scintillano pulviscoli che paiono magiche polverine lanciate dalle fate dei boschi. E proprio fate sorridenti l’autrice vede su ogni foglia degli alberi del bosco nel quale si addentra, dopo aver calpestato un prato vibrante di erba verde e farfalle colorate, percorrendo un sentierino che vi si inoltra.
Poesia, e raccolta, sono figlie di Rose Amy Fyleman, nata a Nottingham (UK) nel marzo 1877, terzogenita di John Feilmann e Emilie Loewenstein. Figlia di un commerciante di merletti di provenienza ebraica, originario dell’attuale Bassa Sassonia che anglicizzerà il cognome di famiglia allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Rose Fyleman ancora bambina vede pubblicare un suo scritto su un giornale locale. Crescendo, affronterà prima un college privato e poi gli studi di canto, rimbalzando tra città quali Parigi, Berlino e Londra. Tuttavia fallirà nel tentativo di diventare cantante d’opera e rientrata a Nottingham farà l’insegnante. Poiché non era soddisfatta delle poesie nei testi scolastici, prese a scriverle essa stessa dedicandosi così anche alla scrittura di fairy poems. Un collega la porterà a tentare una pubblicazione e nel 1918 pubblica il suo primo libro, The Sunny Book, seguito da altri due volumi, Fairies and Chimneys e The Fairy Green. Nella sua lunga vita, morirà nell’agosto 1957 a ottant’anni, pubblicherà molte raccolte divenendo una delle più note e prolifiche scrittrici per ragazzi, verrà invitata in Canada per degli eventi (Winnipeg le ispirò quella che tuttora resta una delle sue più famose poesie, Winnipeg at Christmas), sarà curatrice di una rivista per bambini e tradurrà libri dall’italiano, dal francese e dal tedesco. Prolifica scrittrice, pubblicherà più di sessanta volumi di narrativa, poesia e opere teatrali.

Il cimento dell’armonia e dell’inventione è una raccolta per violino e archi scritta tra il 1723 e il 1725 da Antonio Vivaldi; i concerti piu conosciuti sono La primavera, L’estate, L’autunno e L’inverno, ossia Le Quattro Stagioni. Come per il Solstizio d’Inverno, e gli altri, anche l’Estate è accompagnata da un sonetto.


Sotto dura stagion dal sole accesa Langue l’huom, langue ‘l gregge, ed arde ‘l pino,
Scioglie il cucco la voce, e tosto intesa Canta la tortorella e ‘l gardellino.
Zeffiro dolce spira, ma contesa Muove Borea improvviso al suo vicino;
E piange il Pastorel, perché sospesa Teme fiera borasca, e ‘l suo destino;
Toglie alle membra lasse il suo riposo Il timore de’ lampi, e tuoni fieri
E de mosche, e mosconi il stuol furioso:
Tuona e fulmina il cielo grandinoso Tronca il capo alle spiche e a’ grani alteri.

Equinozio d’Autunno – 22 Settembre 2021 ore 20:21

Season of mists and mellow fruitfulness,
Close bosom-friend of the maturing sun;
Conspiring with him how to load and bless
With fruit the vines that round the thatch-eves run;
To bend with apples the moss’d cottage-trees,
And fill all fruit with ripeness to the core;
To swell the gourd, and plump the hazel shells
With a sweet kernel; to set budding more,
And still more, later flowers for the bees,
Until they think warm days will never cease,
For summer has o’er-brimm’d their clammy cells.

Who hath not seen thee oft amid thy store?
Sometimes whoever seeks abroad may find
Thee sitting careless on a granary floor,
Thy hair soft-lifted by the winnowing wind;
Or on a half-reap’d furrow sound asleep,
Drows’d with the fume of poppies, while thy hook
Spares the next swath and all its twined flowers:
And sometimes like a gleaner thou dost keep
Steady thy laden head across a brook;
Or by a cyder-press, with patient look,
Thou watchest the last oozings hours by hours.

Where are the songs of spring? Ay, where are they?
Think not of them, thou hast thy music too,
While barred clouds bloom the soft-dying day,
And touch the stubble-plains with rosy hue;
Then in a wailful choir the small gnats mourn
Among the river sallows, borne aloft
Or sinking as the light wind lives or dies;
And full-grown lambs loud bleat from hilly bourn;
Hedge-crickets sing; and now with treble soft
The red-breat whistles from a garden-croft;
And gathering swallows twitter in the skies.



Tempo di nebbie e d’ubertà matura,
Dell’almo sole amico prediletto;
Tu che, seco, la vite ti dai cura
Di far felice d’uve, intorno al tetto,
E di pomi i muscosi alberi adorni,
Gonfi la zucca, e alle nocciuòle un sapido
Gheriglio infondi, e i frutti empi di nettare,
E ancor fai gemme, ultimi fior per l’api,
Ond’esse credon che coi caldi giorni
Sopra la terra Estate ognor soggiorni,
Per cui trabocca ogni umida celletta.

Chi non ti ha visto tra le tue ricchezze?
Talor chi cerca scopre te: sei colco
Su un’aia, pigro, ventilanti brezze
Fra i tuoi crini asolando; o presso un solco
Mezzo-mietuto, mentre il tuo falcetto
Lascia di tagliar l’erba e i fiori attorti,
T’infondono i papaveri il sopore;
O, attraversando un rivo, il capo eretto,
Come spigolatrice, a volte porti;
O, ad un torchio di sidro, gli occhi assorti
Tu fissi al gemitio per ore ed ore.

Dove son, dove i cantici di Maggio?
Non pensarvi, hai tu pur tua melodia:
Quando, affocando il dì che muor, d’un raggio
Roseo le stoppie opaca nube stria,
Un coro di zanzare si querela
Tra i salci fluviali, in basso o in suso
Spinte, secondo il vento cada o aneli,
E dai borri gli agnelli adulti belano,
Cantano i grilli, ed un gorgheggio effuso
Fa il pettirosso da un giardino chiuso,
Rondini a stormi stridono pei cieli.


John Keats – To autumn/All’autunno

Considerato uno dei maggiori rappresentanti del Romanticismo, John Keats nacque a Londra nell’ottobre 1795 e morì giovanissimo a venticinque anni. Rimasto orfano da bambino, studiò medicina trovando però un malcontento da cui venne liberato soltanto quando lasciò gli sudi per dedicarsi completamente alla sua grande passione: la poesia. Tra il 1818 e 1819 pubblicò la maggior parte delle sue opere, pregnanti di sensuale bellezza che sapeva cogliere in ogni aspetto del quotidiano, del vissuto. Seppe stringere grandi ed importanti amicizie che lo accompagnarono nel suo artistico percorso; da Percy Bysshe Shelley al pittore Benjamin Haydon, da Horace Smith (co-fondatore della Smith&Wesson) a William Hazlitt (scrittore, filosofo e saggista). Nel febbraio 1821 morì di tubercolosi, nell’appartamento a Piazza di Spagna in cui risiedeva da alcuni mesi.

Le Quattro Stagioni fanno parte della raccolta di concerti intitolata Il cimento dell’armonia e dell’inventione, scritta da Antonio Vivaldi tra il 1724 ed il 1725. Il concerto numero 3, detto L’Autunno, si accentra sulla figura del dio Bacco, e le scene legate ai tre movimenti vedono la vendemmia, la festa del dopo raccolto e la caccia. Ogni stagione è accompagnata da sonetti.


Celebra il Vilanel con balli e Canti Del felice raccolto il bel piacere E del liquor di Bacco accesi tanti Finiscono col Sonno il lor godere.

Fa’ ch’ ogn’ uno tralasci e balli e canti L’aria che temperata dà piacere, E la Staggion ch’ invita tanti e tanti D’ un dolcissimo sonno al bel godere.

I cacciator alla nov’alba à caccia Con corni, Schioppi, e cani escono fuore Fugge la belva, e Seguono la traccia; Già Sbigottita, e lassa al gran rumore De’ Schioppi e cani, ferita minaccia Languida di fuggire, mà oppressa muore.

Me, myself and… Books #13

Qualche giorno fa ho raccolto della menta, che, assieme ad altri ingredienti e grazie al mortaio, è diventata un pesto fresco consumato durante il pranzo, il quale ha avuto come accompagnamento i capitoli finali di Viva il Latino di Nicola Gardini.

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Pubblicato nel maggio 2016 ed edito da Garzanti, Viva il latino nasce dalla penna di Nicola Gardini, molisano naturalizzato milanese, classe 1965, attualmente professore all’Università di Oxford, con alle spalle studi tra nuovo e vecchio mondo, latinista e scrittore e poeta e pittore…
Il latino, lingua italica d’antica origine indoeuropea, per Gardini è una passione che nasce da bambino e che tutt’ora arde e questo innamoramento traspare parola dopo parola, capitolo dopo capitolo. L’autore parla del suo incontro con il latino, del suo coinvolgimento, dei suoi studi. Parla con fervore dell’importanza che il latino ha avuto, ed ancora HA, nella storia italica e mondiale, la Bellezza ch’esso ha portato, che ha testimoniato nel corso dei secoli attraverso opere, proclami, poemi.


Viva il latino è un titolo presente in formato cartaceo, eBook e audio e proprio quest’ultimo, grazie ad Audible, ho ascoltato tramite la voce dell’autore stesso. E la voce ha dato maggior enfasi al profondo amore e rispetto che Gardini nutre per il latino. È stato come presenziare ad una lezione durante la quale l’insegnante inebria gli alunni con la passione per la Conoscenza, portata in essere tramite un’antica lingua non più parlata ma ancora pulsante. Viva il latino è una dichiarazione d’amore, un’ode moderna ad una complessa amante, che può essere apprezzata da chi ha studiato il latino ma anche da chi, purtroppo, non ha avuto questo privilegio coltivando tuttavia, nel proprio piccolo orticello, la gioia e la curiosità per il Sapere, per la Storia.
Tutto ha una storia, le parole per descriverla in primis ed il latino È parte fondamentale della storia delle parole. E della storia in sé.

Voce e saggio di Gardini, hanno fatto da sfondo ad un piatto di tartare di salmone, avocado, riso nerone, il tutto condito con il pesto alla menta di cui ho accennato ad inizio articolo. Il riso nero è originario della Cina e il nerone, integrale dal gusto aromatico e dalla lunga bollitura (circa quaranta minuti), è una varietà italiana che si differenzia dal Venere per grandezza del chicco. La varietà nerone viene coltivata nella Pianura Padana, nelle province di Novara e Vercelli. Poiché ha un indice glicemico molto più basso rispetto al classico riso bianco, può essere consumato da coloro che soffrono di diabete ed iperglicemia (in quantità controllate, ovviamente).

Nel mezzo del cammin…

No, non mi sono ritrovata per nessuna selva oscura né tanto meno mi sono persa, anche se quasi squagliata dal fastidioso caldo sì. Ieri abbiamo di nuovo toccato i 38/39ª C (con punta di 44º misurata al sole) ed oggi, probabilmente, replicherà.

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Laggiù, in fondo, la fièvole sagoma delle Alpi Apuane, che si ergono tra le valli del Magra, del Serchio e dell’Aulella. Catena antiappenninica, formatasi in epoca molto più antica rispetto all’Appennino, così denominata ad inizio 1800 dall’allora nuovo dipartimento del Regno italico, a causa della somiglianza con il tratto dolomitico, unendo quindi alpe al nome dei popoli locali, Ligures Apuani, fieri e orgogliosi che dettero filo da torcere ai romani, anche se, alla fine, molti vennero catturati e deportati nel Sannio.

si stancarono prima gli Apui di inseguire, che i romani di fuggire…

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Come ogni mattina, camminando, passo nei pressi di un angolo in cui cresce della profumata menta campestre, Mentha arvensis secondo la classificazione di Linneo, parte del genere Mentha, famiglia delle Lamiaceae che, possedendo molte qualità aromatiche, vengono usate in cucina, liquoreria, profumeria ed anche farmacia. Delle Lamiaceae fanno parte anche le piante aromatiche del genere Ocimum, suddiviso in varie specie di basilico.
Il nome menta deriva dal greco Minthe/Myntha, quello di una ninfa dei fiumi che fu tramutata in un’erba da Persefone, regina degli inferi e sposa di Ade, figlio di Crono e Rea e dio del regno morti e delle ombre. Leggende sul perché Persefone compì un tale atto sono diverse, una vede la ninfa amata proprio da Ade e Persefone, gelosa, attuò la sua vendetta.

Avendo, a casa, delle belle zucchine, ho deciso per la cena una crema da servire fredda (date le alte temperature) con menta, zenzero, curcuma e pepe. Verdi cucchiaiate, profumate, un po’ piccantine, belle fresche…
Per la psicologia del colore, il verde trasmette calma e concentrazione. È il colore della natura e dell’armonia. Forse è per questo che mi garba tanto… cosa buffa, è che l’arancione, mio colore preferito, viene associato sia a libertà ed originalità ma anche a ottimismo ed entusiasmo! Ottimismo ed io non so neanche se ci salutiamo più, ormai.
Ovviamente, la menta restante l’ho usata per un’altra preparazione dedicata al pranzo.

Pesto, dal tardo latino pistāre/pinsĕre ossia battere, macinare, frantumare, pigiare.
Il Re dei pesti di norma è quello genovese, il cui ingrediente base è il basilico genovese ossia una cultivar specifica dell’area. Un cultivar, semplicemente, è una coltivazione con miglioramenti genetici.
Nel mio caso, nel mortaio ho messo, oltre alle foglie di menta, pistacchi, bacche di pepe nero, pezzetti di zenzero, scorza e succo di lime a cui poi ho aggiunto dell’olio EVO pugliese (preferisco gli oli del sud, più intensi). Questo pestino lo userò col pranzo, durante il quale spero di riuscire a finire uno dei libri in lettura anzi, in audiolettura. Adoro gli audiolibri, nel mio rapporto con la lettura hanno un importante peso. Certo, molto dipende dal lettore ma ultimamente, per mia fortuna, questo formato sta avendo un buon riscontro anche in Italia e quindi c’è sempre più materiale da poter sfruttare.
Quindi, dopo una bella camminata, un buon pranzo accompagnato da un buon ascolto. Cibo per corpo e mente.

L’Urlo di Valeria(na)

L’illusione pareidolitica è quell’umana tendenza, che abbiamo istintivamente, di vedere forme familiari e ordinate dove in realtà non ci sono. Come l’astronave di ET in una nuvola o il famoso Volto su Marte, in una immagine catturata dalla sonda spaziale Viking 1 durante un volo orbitale sul pianeta rosso nel 1976. Dal greco parà (prefisso), nel significato di vicino ed èidōlon, immagine, la pareidolìa altro non è che una illusione subcosciente, che alcuni attribuiscono a processi evolutivi utili allo scorgere potenziali nemici e predatori.
Illusione o no, questa sera, cenando, mi sono sentita sia osservata sia una crudele assassina… 🤔

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Me, myself and… Books #6

In diverse occasioni mi è capitato di leggere che il Mazagran viene considerato come il caffè freddo originale.

Il racconto vorrebbe che soldati della French Foreign Legion, la Legione Straniera Francese, durante l’assedio della fortezza di Mazagran, in Algeria, nel 1840, per trovare refrigerio dalla pressante calura bevessero un miscuglio fatto con acqua fredda e sciroppo di caffè oppure acqua fredda nel caffè, per ovviare alla mancanza di liquori che usavano aggiungere alla scura e famosa bevanda. Rientrati in patria, portarono con loro l’usanza di questo nuovo modo di bere il caffè che prese il nome dalla fortezza algerina.

Dalla Francia poi a tutto il mondo. Nella versione portoghese possono essere previsti, in aggiunta al caffè, limone o menta e/o rum. E il rum è presente anche nella versione austriaca. In quella australiana ci sono latte, molto zucchero ed anche panna e gelato. In Canada viene venduto una sorta di denso sciroppo di caffè che poi viene diluito e servito con panna o anche latte e/o cioccolato a seconda del gusto del bevitore; tale bevanda viene chiamata Iced Capps. In Cile c’è il Café Helado, dove al caffè vengono aggiunti gelato, dulce de leche, vaniglia, cannella, panna montata. In India va molto una sorta di smoothie fatto con caffè istantaneo e latte ghiacciato, a volte anche gelato alla vaniglia. In Giappone l’usanza di bere caffè freddo la si poteva trovare già nell’epoca definita Taishō, così chiamata per l’omonimo e centoventitreesimo imperatore che regnò dal 30 luglio 1912 al 25 Dicembre 1926; al caffè freddo venivano aggiunti latte e sciroppo di gomma arabica (gomme syrup). In Grecia, Romania e Cipro sono molto richiesti dei frappé fatti con caffè istantaneo, acqua ghiacciata, zucchero e a volte latte. In quel di Valencia già dall’Ottocento si usava servire la tazzina di caffè accompagnandola con un altro bicchiere colmo di ghiaccio (cubetti) ed una fettina di limone. Il consumatore stesso, ancor oggi, versa il caffè nel bicchiere col ghiaccio prima di consumarlo. La versione valenciana si chiama Café del Tiempo ed è parente della portoghese ma anche dell’italiana. Il Caffè in Ghiaccio, tipico del Salento, viene servito assieme ad un bicchiere contenente ghiaccio nel quale viene versato per poi essere bevuto. E poi c’è il caffè alla leccese, dove dopo aver versato il caffè appena fatto nel bicchiere contenente ghiaccio si aggiungono pochi cucchiai di latte di mandorla. Ed infine eccoci al caffè shakerato: caffè espresso, cubetti di ghiaccio, zucchero e volendo liquore alla vaniglia; il tutto viene shakerato e servito preferibilmente in coppe da Martini.

Il caffè shakerato, che nella mia versione prevede solo caffè e cubetti di ghiaccio, è accompagnato da Stereotipi e Pregiudizi, pubblicato da Il Mulino e datato 1997. L’autore è Bruno M. Mazzara, professore ordinario presso La Sapienza di Roma di cui è stato, dal 2016 al 2019, Direttore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale.

La nostra è una specie sociale che vive in gruppi ed è anche una specie che necessita di semplificazioni, intese come concetto base di ragionamento. Nel corso del tempo sono stati fatti diversi esperimenti per capire perché tendiamo a raggrupparci. Tra di questi molto famosi furono quelli di Muzafer Sherif e di sua moglie Carolyn Wood Sherif. Entrambi psicologi sociali che lavorarono sugli aspetti psicologici di norma e giudizio sociali, sul perché della naturale tendenza alla formazione di gruppi e sul funzionamento di questi.

Sherif & Sherif

Se quella del gruppo è una necessità biologica ed evolutiva, i meccanismi del loro funzionamento sono molto più complessi. Proprio per questo intrinseco bisogno di raggrupparci dobbiamo anche trovare differenze tra il nostro gruppo e quello altrui. Da qui all’affermare che i tedeschi sono algidi, i genovesi taccagni, gli asiatici tutti uguali beh, il passo è breve. Ma dietro il bisogno di differenziare il nostro gruppo e quello degli altri, si nasconde l’uso pericoloso che stereotipi e pregiudizi possono arrecare conducendo l’Uomo a guerre e persecuzioni. Il saggio è suddiviso in tre capitoli principali dove in più paragrafi vengono spiegati cosa sono stereotipi e pregiudizi, come nascono, come vengono vissuti da individui e gruppi. Lo stile è chiaro, esaustivo, senza fronzoli né tecnicismi che potrebbero spaventare il lettore. La lettura è consigliata. La versione cartacea conta 127 pagine, ma lo si può trovare anche in digitale ed in audiolibro.

Concludo con una splendida ciliegina: l’etimologia. Pregiudìzio: dal latino praeiudicium, parola composta da prae, pre, e iudicium ossia giudizio. Giudizio anticipato; nel diritto romano il praeiudicium era una azione che poteva influire sulle decisioni del giudice poiché veniva portata in essere prima del giudizio definitivo. Stereòtipo: questo termine deriva dal neologismo francese stéréotype che merita qualche parola in più. Nato nel 1682, François Didot fu il capostipite di una famosa famiglia francese di stampatori, editori e tipografi; nel 1795 il nipote Firmin brevettò un nuovo metodo di stampa, lo stereotipo parola composta dal greco stereos, duro/rigido, e da typos, immagine/impressione. Il significato odierno di stereotipo è quello di opinione precostituita molto semplificata e soprattutto condivisa dalla massa di persone, luoghi, accadimenti, eccetera. Pregiudìzi e stereòtipi, oggi, indossano quindi negative accezioni.