4, 3, 2…

Il 4 Dicembre 1956, Sam Phillips diede appuntamento ad un certo Jerry Lee Lewis presso gli Sun Record Studios in quel di Memphis, Tennessee. Straordinario cantante e pianista, Lewis non era ancora conosciuto fuori i confini di Memphis e Phillips contava di sfornare l’ennesimo successo, dato che di recente i suoi studios parevano un po’ esser diventati la famosa gallina dalle uova d’oro. Quel giorno alla Sun Records si sarebbe dovuto lavorare su materiale per Carl Perkins, la cui fama era scoppiata con la pubblicazione, esattamente un anno prima, di Blue Suede Shoes. Phillips aveva richiesto la presenza di Lewis proprio per questo, affinché aiutasse nelle registrazioni. Prima l’uno e poi l’altro, separatamente, arrivarono negli studios anche Elvis Presley e Johnny Cash, anche loro con un anno davvero fortunato alle spalle. Nacque così una impromptu (non pianificata) jam session chiamata poi Million Dollar Quartet.

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Il nome, Million Dollar Quartet, venne dato dal giornalista che scrisse un pezzo sull’inaspettato quartetto e che giunse agli studios, assieme ad un fotografo, su richiesta proprio di Phillips. Fu solo nel 1981, in Europa, che la jam session venne pubblicata con il titolo The Million Dollar Quartet. Qualche anno dopo venne rivista e rieditata, sempre in Europa, dopo che altri pezzi vennero trovati nei vasti e preziosi archivi della Sun Records; il titolo venne anch’esso modificato in The Complete Million Dollar Session. Negli Stati Uniti, la pubblicazione giunse infine nel 1990 con il titolo di Elvis Presley: The Million Dollar Quartet.

Il 3 Dicembre 1968, dagli NBC Studios a Burbank, California, dopo sette anni in cui si era dedicato a sfornare film uno dietro l’altro, molti dei quali di assai dubbia qualità, Elvis Presley ritorna alla musica con l’evento Singer Presents … Elvis.

Con la regia di Steve Binder, conosciuto poi come il ’68 Comeback Special, venne registrato negli stessi studio nel giugno precedente e divenne lo spettacolo più visto con un altissimo gradimento televisivo. Seppur con una gestazione un po’ complicata, soprattutto per disaccordi nati con il Colonnello Tom Parker, lo speciale rilanciò la carriera dormiente di Elvis. Numerosi articoli di giornale osannarono il ritorno del vero Elvis, dopo un declino dovuto in parte a pessimi film. La colonna sonora uscì su LP poco dopo, scalando le classifiche Billboard ed ottenendo il certificato oro della RIAA nel luglio successivo.

Il 2 Dicembre 2022 è uscito un cofanetto composto da 6 CD ed 1 Blu-ray. Nulla di nuovo sotto il sole, ma il box set include anteprime di concerti e prove remixati e il documentario Elvis on Tour del 1972, vincitore l’anno successivo di un Golden Globe.

Disc 1- registrato il 9 Aprile 1972, all’ Hampton Roads Coliseum, Hampton, Virginia
Disc 2 – registrato il 10 Aprile 1972, al Richmond Coliseum, Richmond, Virginia
Disc 3 – registrato il 14 Aprile 1972, al Greensboro Coliseum, Greensboro, North Carolina
Disc 4 – registrato il 18 Aprile 1972, alla Convention Center Arena, San Antonio, Texas
Disc 5 – prove del tour registrate agli RCA Recording Studios di Hollywood, California, il 30 e 31 Marzo 1972
Disc 6 – completa le registrazioni del disco 5.

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Il docu-film Elvis on Tour è la testimonianza senza veli di quanto Elvis vivesse la musica, trasformandola grazie ad una energia creativa che non aveva eguali e forse ne ha ancora ben pochi… Il cofanetto poi è corredato da pezzi scritti da Jerry Schilling e Warren Zanes. Forse nulla di così nuovo sotto il sole, ma un pezzo che non può mancare agli appassionati di Elvis di qualunque età.

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Baby, it’s cold outside…

Tempo da lupi, come si suol dire…
Sulla corolla appenninica che mi circonda nevica, in alcuni punti anche intensamente. Dopo aver portato a termine varie commissioni, me ne torno al calduccio di casa e pranzo davanti alla stufa a legna. Fuori il vento gelido a tratti sferza fischiando, nel giro di una settimana l’inverno è infine giunto. Giornata perfetta per tornare all’amato Rossini.

La Cambiale di Matrimonio, ROF 2020

Presentata al ROF, Rossini Opera Festival, del 2020, La cambiale di matrimonio è un’opera buffa scritta nel 1810 da un Rossini diciottenne e messa in scena nel novembre dello stesso anno, al San Moisè di Venezia. Non la prima opera composta, ma bensì la prima ad essere portata sul palco.
Nel 1791, l’attore e drammaturgo piemontese Camillo Federico scrisse La cambiale di matrimonio da cui, anni dopo, il giovane pesarese trasse ispirazione per la propria farsa omonima il cui libretto venne affidato al veronese Gaetano Rossi, con cui collaborerà anche per il Tancredi (e nel 1841/42 il librettista lavorerà anche con Donizetti). La trama è semplice ma perfetta per godere delle sublimi arie rossiniane, in questa edizione poste in essere da quasi tutti giovani capeggiati, per età e carisma canoro, da Carlo Lepore, basso napoletano che porta sul palco del festival una forza lirica chiara ed esperta. Tutti i protagonisti hanno reso giustizia ai propri personaggi, mostrando qualità canore di ottimo timbro, dinamico fraseggio e dizione eccellente. Scene e costumi vivaci, che fanno da perfetta corolla ad un cast delizioso anche nei pezzi concertati. Un po’ buffo il simbolismo allegorico portato dall’orso che giunge con uno dei protagonisti e che ritroviamo anche ai fornelli.

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Come dicevo, la trama è semplice. La tipica farsa buffa che gira attorno ad un equivoco sentimentale. Il ricco mercante di stoffe Sir Tobia, promette in sposa la figlia Fanny al canadese Slook, dietro cambiale di matrimonio. Ma Fanny ama Edoardo e l’arrivo di Slook porterà scompiglio e, ovviamente, l’agognato lieto fine. Le arie di Rossini sono barocche, gustose e raggianti, fanno assaporare il lato godurioso della vita. Rossini è Rossini. Rossini mon amour.

Questione di tempo e velocità

Mancano poche ore al lancio di Artemis 1, visibile in diretta QUI.
Il programma Artemis, da Artemide dea della caccia e della luna, posto in essere da NASA e varie agenzie internazionali, prevede il ritorno di Homo Sapiens sulla superficie del nostro satellite. Sulla rampa di lancio, domattina ore 7:04 italiane, dal Kennedy Space Center – Cape Canaveral, il vettore Space Launch System, SLS, condurrà la capsula Orion ad orbitare attorno alla luna e proseguire anche oltre al fine di verificare tutti i sistemi per procedere poi con il lancio successivo, questa volta CON equipaggio.

Il lancio di Artemis 1 è già stato rimandato varie volte, sia per problemi tecnici che per avversità meteo. Domattina la finestra dovrebbe essere buona e se così fosse avrà inizio la missione di circa tre settimane, che fungerà da apripista per Artemis 2 che prevede presenza umana a bordo. L’ultima missione lunare è stata quella di Apollo 17, nel dicembre 1972, poiché, al contrario delle sciocche credenze complottiste, l’uomo ha messo piede sulla superficie lunare per ben sei volte con un totale di dodici astronauti. Cinquant’anni dopo, con l’avvio del programma Artemis, la NASA spera di poter compiere un giorno non lontano il settimo allunaggio…

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Il primo allunaggio, si sa, è avvenuto il 20 luglio 1969 e poche ore dopo, già il 21 luglio, Neal Armstrong mise piede sulla superficie. Cinquantatré anni fa. E cinquantatré anni fa a guardare la diretta tv o stare col naso all’insù o comunque quaggiù, c’erano 3,607 miliardi di rappresentanti della specie Homo Sapiens. Eravamo un po’ di più di tre miliardi e mezzo. Cinquantatré anni dopo siamo più che raddoppiati.

Oggi, 15 Novembre 2022, siamo 8 miliardi.
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Tanti. Troppi. La Terra si salva da sola ed al momento non è questione di produzione di cibo anzi, ne produciamo più del necessario e lo spreco è allarmante. Il problema, uno dei tanti, è la distribuzione. Il sovraffollamento È un problema reale, di complicata e complessa gestione. Una delle conseguenze più drammatiche è il cambiamento climatico, figlio dell’impatto della nostra specie sull’ambiente. Il Global Footprint Network ha stabilito che il deficit ecologico del 2022 è stato a fine luglio, per l’Italia ancora prima. Il 15 maggio. Nel 1800 eravamo attorno al miliardo; nel 1900 invece 1.6 miliardi e per passare da 7 ad 8 abbiamo impiegato soltanto dodici anni. Un miliardo in dodici anni. Nonostante si continui a dire che dobbiamo fare ogni sforzo per fermare il riscaldamento globale a non più di 1,5 gradi, purtroppo siamo già oltre. La lunghissima ed estenuante estate anomala durata praticamente da febbraio a pochi giorni fa (con qualche pausa ad inizio e fine), è stata soltanto una delle tante che verranno. Le stime indicano una entrata in un periodo di rallentamento per poi raggiungere il picco attorno a fine secolo. Avremo tempo per trovare e mettere in pratica tecniche efficaci al fine di salvare la nostra presenza sulla Terra? Perché la grande sfida è questa, non salvare la Terra. Il pianeta si salva da solo, noi no. Il pianeta andrà benissimo avanti senza di noi anzi, le altre specie ne trarranno vantaggio. Non c’è alcun fine, alcuno scopo, non siamo qui per volere di alcunché. Per puro caso la nostra specie ha mostrato peculiarità che le hanno permesso di adattarsi all’ambiente, conquistarlo, modificarlo, sfruttarlo. E lo abbiamo modificato al punto da averlo reso sempre più inospitale per noi. E per le altre specie. Siamo la prima specie in grado di studiare sé stessa e tutto ciò che la circonda. Saremo in grado di trovare una soluzione per salvarci dall’oblio? I voli e le ricerche spaziali hanno utilizzo ed impatto anche nel quotidiano (avete un materasso memory foam? conoscete l’origine degli pneumatici radiali?), forse il programma Artemis non solo ci riporterà sulla Luna ed anche oltre, ma da esso potrà derivare quell’idea illuminante che ci permetterà di restare su questo pianeta per molto tempo ancora.

Una tazza di tè

È sempre l’ora del tè, e negli intervalli non abbiamo il tempo di lavare le tazze.

Bianconiglio aveva ragione. Ci sono tè diversi per diversi momenti della giornata ed anche per diversi stati d’animo. Dopo una giornata stancante o per una pausa rinfrancante, una delle mie coccole preferite è una tazza di chai.

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Masala Chai, letteralmente tè con misto di spezie (masala infatti è un mix di spezie usato nella cucina indiana), è una bevanda tipica dell’India conosciuta praticamente ovunque. Esistono preparati in bustine e sfusi per infusione, da aggiungere al mix di acqua e latte. Tra le marche migliori che ho provato c’è Vahdam, con una lunga storia alle spalle. Tuttavia, da gran amante delle spezie, non resto mai senza e le uso praticamente ovunque, mi piace preparare il chai da me. Non si dice chai tea o tè chai, dato che chai GIÀ significa tè. Ha origine dal mandarino chà e dal persiano chay; se volete approfondire l’etimologia, date un’occhiata qui.
Preparare una tazza di chai è davvero facile; non c’è una ricetta unica per il masala, come in ogni luogo esistono varianti da zona a zona. Dopo aver letto, guardato video, provato, la versione che prediligo prevede due tazze di acqua in un pentolino, su fuoco medio, a cui aggiungo 2 o 3 chiodi di garofano, un paio di pezzetti di zenzero fresco, 2 o 3 pezzetti di stecca di cannella, 3 o 4 baccelli di cardamomo verde pestati. Porto a bollore a fiamma viva, abbasso e mescolando ogni tanto lascio cuocere qualche minuto, affinché le spezie siano morbide ed abbiano rilasciato tutti i sentori. Di solito calcolo dai 4 ai 6 minuti, a seconda della intensità che voglio ottenere. A questo punto aggiungo un cucchiaino abbondante di Assam, tè nero coltivato nell’omonima regione storica indiana (a volte uso il Darjeeling, altro tè nero indiano, ma per il chai prediligo l’Assam) e lascio cuocere non più di due minuti, fiamma al minimo, poiché non voglio dar troppo accento al tipico sapore astringente. Trascorso questo tempo aggiungo un paio di cucchiai di latte, comunque non più di tre, faccio bollire alzando la fiamma e appena bolle spengo e allontano dal fornello. Lascio riposare un poco, con un colino filtro nella tazza e con calma mi gusto il mio chai.

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Un preparato, bustina o sfuso, è sicuramente più veloce ma il tè è un rituale, un momento di calma, di relax, una pausa zen…
Ieri nel primo pomeriggio soffiava un bel venticello che teneva il cielo limpido. I raggi del sole carezzavano i rami del mio alberello ed io me ne stavo seduta alla finestra, con il mio chai appena tolto dai fornelli ed in sottofondo il Concerto per Violino e Orchestra n° 3 di Camille Saint-Saëns (il movimento degli alberi imposto dal vento fa sempre risuonare nella mia testa il paradisiaco suono del violino…).
Un intenso momento zen.

Violin Concert n°3 – sec. mov. Andantino Quasi Allegretto

Questo post è stato, involontariamente, suggerito da Paola.

Mentre fuori piove…

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Piove. Ha piovuto poco tra ieri tarda serata e questa mattina presto, poi un po’ di tramontana, il sole, temperature in rialzo… e nel giro di mezz’ora, nel tardo pomeriggio, ecco l’arrivo di una seconda perturbazione che ha portato pioggia intensa, a tratti anche molto intensa. Così ho acceso la stufa nel cui fornetto ho messo a cuocere salmone e verdure.

Attendendo e cenando poi, ho ascoltato nuove puntate del podcast DOI – Denominazione Origine Inventata. Lo si può ascoltare su varie piattaforme, tra cui Spotify, Italia-Podcast, Amazon Music, Apple Podcast, Google Podcast.
Nato dall’omonimo libro, parla di cibo, ricette e la loro storia. Perché anche in un piatto di carbonara c’è Storia…


La carbonara è una ricetta americana, i tortellini bolognesi avevano il ripieno di pollo, il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele. E ancora, fino alla metà del secolo scorso la maggior parte degli italiani non conosceva la pizza e in Sicilia il consumo di riso era pari a zero, con buona pace della disputa tra arancini e arancine. Insomma: i nostri prodotti tipici sono buonissimi, ma la loro storia è una bugia, raccontata più o meno a partire dagli anni ‘70. La ricerca storica quasi sempre smentisce le origini arcaiche delle nostre specialità culinarie, facendoci scoprire che molte ricette cui attribuiamo radici antichissime…sono in realtà invenzioni recenti. Con “DOI – Denominazione di origine inventata”, Alberto Grandi, professore di “Storia dell’alimentazione” e presidente del corso di laurea in “Economia e management” all’Università di Parma, e Daniele Soffiati, autore di libri dedicati al cinema e alla tv, vi aiuteranno a separare la verità dalle narrazioni pubblicitarie, ripercorrendo la vera storia della cucina italiana. Una produzione di Gabriele Beretta per OnePodcast

descrizione presa da QUI

Autore del libro è Alberto Grandi, mantovano classe 1967, presidente del corso di laurea in Economia e management all’Università di Parma, che tra i creduloni ed i vari consorzi ha creato un bel po’ di prurigine:

Mi indichi un piatto di sicuro italiano.
«È dura. Mi hanno crocifisso per aver scritto che le pizzerie nacquero in America, eppure fu là che si cominciò a mangiare la pizza stando seduti. Nel nostro Sud era un cibo di strada. Bravo il napoletano Raffaele Esposito a inventarsi nel 1889 d’aver ideato la Margherita in onore della regina d’Italia, giunta a Capodimonte con Umberto I. Negli Usa era un cibo per disperati, vivamente sconsigliato dai medici, al pari dei maccheroni».
Ma lei attribuisce agli yankee persino il Parmigiano, si rende conto?
«No, io dico che piaceva già a Boccaccio e che Napoleone mandò Gaspard Monge a Parma, affinché indagasse su un formaggio che si conservava bene. Solo che in questa città non c’erano le vacche da latte, per cui fu mandato a Lodi, da dove inviò all’imperatore un rapporto sul “fromage Lodezan dit aussi Parmezan”. C’è un buco di 150 anni, dal 1700 al 1850, nella storia di questo eccelso prodotto. Oggi si fa un gran parlare del parmigiano contraffatto, però fu alla fine del XIX secolo che comparve nel Wisconsin il tanto deprecato Parmesan, in forme di circa 20 chili e con la crosta nera. Chi lo produceva? Qualche casaro italiano emigrato là. Ne cito uno solo: Magnani. Un cognome molto diffuso fra Parma e Mantova. Soltanto nel 1938 spunta il primo consorzio di tutela del Parmigiano reggiano».

Intervista del Corriere -> QUI

Il libro è stato pubblicato da Mondadori nel gennaio 2018 e tra successi e lamentele ha avuto un enorme successo, tale da dar vita al podcast che ne è una interessantissima ed istruttiva costola.

Gli italiani hanno sempre la bocca fin troppo piena quando parlano della cucina italiana, ma raramente ne conoscono la Storia. Quella VERA.

Isole nella corrente

Il 29 Ottobre 1983, al N° 1 della Billboard Hot 100, era posizionato Islands In The Stream, un duetto eseguito da Dolly Parton e Kenny Rogers.

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Con un ritmo Pop con un pizzico di R&B che ha scalato anche le classifiche Country and Adult Contemporary, prende il titolo da un romanzo di Ernest Hemingway. Certificata oro e doppio platino dalla Recording Industry Association of America, fu scritta inizialmente pensando a Marvin Gaye. Gli autori? I fratelli Barry, Robin e Maurice Gibb. The Bee Gees. Quando Kenny Rogers si ritrovò in studio per la registrazione, qualcosa non lo prendeva. Il pezzo non lo convinceva. Fortunatamente, i fratelli Gibb, sapendo della presenza di Dolly Parton nello stesso edificio per altre registrazioni sue, ebbero l’idea di raggiungerla e proporle un duetto. E successo fu. Islands in the stream ha scalato le classifiche sia Country che Pop negli USA e le classifiche Pop di mezzo mondo, compreso Spagna, Belgio, Canada, Australia, contando anche milioni di digital downloads.
I Bee Gees hanno eseguito la loro versione dal vivo allo MGM Grand di Las Vegas nel 1997, mentre la versione in studio si trova nella compilation Their Greatest Hits: The Record del 2001.

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Islands In The Stream è stato il primo dei romanzi di Ernest Hemingway pubblicati postumi, esattamente nel 1970 e venne scritto dall’autore tra il 1950 ed il 1951. La genesi fu lunga e complessa, l’autore proveniva dalle pessime recensioni di Across the River and Into the Trees. Islands in the stream è composto da tre parti il cui protagonista è Thomas Hudson in, appunto, tre periodi differenti della sua vita. Thomas Hudson lo conosciamo pittore sull’isola di Bimini, spensierato e tranquillo in attesa dell’arrivo dei tre figli. E la prima parte si svolge con essi e con il grande amico Roger Davis, un animo più dinamico e conflittuale rispetto ad Hudson. Le vicende sulla splendida e assolata isola di Bimini finiscono con un dramma e ritroviamo poi Hudson a Cuba, in una versione più cinica, quasi brutale. Ma è il dramma che lega le due parti, anzi tutte e tre poiché è subentrata la Seconda Guerra Mondiale ed il lungo racconto di Thomas Hudson termina tra ricordi, rammarichi, disperazione e rinunce…
Isole Nella Corrente è un romanzo a tratti dispersivo ed a tratti pesante, con richiami a molti altri scritti dell’autore, in particolare Per Chi Suona La Campana. Sinceramente, in molti punti, soprattutto nella prima parte che avrebbe dovuto nominarsi The Sea When Young e che poi in fase di correzione postuma divenne semplicemente Bimini, sono stata tentata di abbandonare. Eppure Hemingway mi piace, molto, ma non tutte le ciambelle escono col buco…

EP & The B

Ci sono incontri di cui poco si conosce e che rimarranno sempre avvolti in una famelica curiosità, oltre che nella popolare nebbia del mistero tranne che per i partecipanti. Come quello che avvenne il 27 agosto 1965 al 565 di Perugia Way a Bel Air. Il Colonnello Tom Parker e Brian Epstein organizzarono l’incontro, che avvenne nella serata di quello che era un venerdì. In testa alle classifiche USA e UK si trovava I Got You Babe di Sonny & Cher, mentre in Italia c’era Petula Clark con Ciao Ciao. Erano da poco nati il regista Sam Mendes e l’attrice Marlee Matlin ed era morta la scrittrice Shirley Jackson. Dopo venti mesi aveva avuto termine il secondo processo di Auschwitz, dove vennero condannate diciassette persone e presenziarono 358 testimoni. Il mondo girava ignaro di quell’incontro di cui poco si sa, non ci sono testimonianze video né immagini tranne POCHISSIME e non professionali. I Beatles, a Los Angeles per dei concerti durante la fortunata tournée statunitense, giunsero alla villa di Elvis attorno alle ventuno e la lasciarono tra le 2:30 e 3:30 della notte. Dopo un ovvio, e forse un po’ voluto, imbarazzo iniziale, Elvis prese il basso e iniziò ad intonare un pezzo di Charlie Rich. Così ebbe inizio una jam session tra The King of Rock ‘N’ Roll di Tupelo Mississippi ed i Fab Four di Liverpool.

“If you’re going to sit here all night staring at me I’m going to bed.”

Elvis to Beatles

Elvis was the thing, whatever people say, he was it. I was not competing against Elvis, rock happened to be the media I was born into – it was the one, that’s all.

John Lennon

Nothing affected me until I heard Elvis. Without Elvis, there would be no Beatles.

John Lennon

There was an advert for ‘Heartbreak Hotel’. Elvis looked so great: ‘That’s him, that’s him – the Messiah has arrived!’ Then when we heard the song, there was the proof. That was followed by his first album, which I still love the best of all his records. It was so fantastic we played it endlessly and tried to learn it all. Everything we did was based on that album.

Paul McCartney

Per pochissimi, ma non per tutti…

La pioggia della scorsa notte ha lasciato un piacevole venticello, le temperature sono scese di qualche grado restando tuttavia attorno ai 32/33º C. Nuvole di varie forme galleggiano nel cielo terso, muovendosi pigre verso l’Appennino. In giro tra frazioni e altri comuni ci sono feste e sagre, ma non essendo tipo da confusione e troppa gente preferisco la mia terrazza. In compagnia di tè freddo ed un paio di ascolti di quelli intelligenti, costruttivi, che solleticano le cosiddette sinapsi.

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Amedeo Balbi, professore associato di astronomia e astrofisica presso il Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, racconta QUI cosa ci hanno mostrato le prime immagini giunte dal James Webb Telescope. Il video dura una dozzina di minuti ed è scorrevole e ben fatto, Balbi, classe 1971, ha uno stile esaustivo e molto fruibile. Sa come divulgare scienza.
In una lunga chiacchierata tra meteoriti e colonizzazioni marziali, clima, futuro e coscienza, Amedeo Balbi viene poi intervistato dallo scrittore e podcaster Daniele Rielli e il duo regala all’ascoltatore quasi tre ore di un flusso ricco, interessante, mai noioso, che fornisce continuamente interessanti spunti di crescita intellettuale e riflessione. L’ho trovato talmente solleticante che lo sto riascoltando, soprattutto in alcune parti, che possono collegarsi ad una delle tante annóse domande che arrovellano una gran varietà di cervelli: la nostra specie è ferma a migliaia di anni fa, sia strutturalmente che cognitivamente; oltre al fattore tempo, cosa e perché ha rallentato e quasi bloccato tale evoluzione cognitiva?