Questione di tempo e velocità

Mancano poche ore al lancio di Artemis 1, visibile in diretta QUI.
Il programma Artemis, da Artemide dea della caccia e della luna, posto in essere da NASA e varie agenzie internazionali, prevede il ritorno di Homo Sapiens sulla superficie del nostro satellite. Sulla rampa di lancio, domattina ore 7:04 italiane, dal Kennedy Space Center – Cape Canaveral, il vettore Space Launch System, SLS, condurrà la capsula Orion ad orbitare attorno alla luna e proseguire anche oltre al fine di verificare tutti i sistemi per procedere poi con il lancio successivo, questa volta CON equipaggio.

Il lancio di Artemis 1 è già stato rimandato varie volte, sia per problemi tecnici che per avversità meteo. Domattina la finestra dovrebbe essere buona e se così fosse avrà inizio la missione di circa tre settimane, che fungerà da apripista per Artemis 2 che prevede presenza umana a bordo. L’ultima missione lunare è stata quella di Apollo 17, nel dicembre 1972, poiché, al contrario delle sciocche credenze complottiste, l’uomo ha messo piede sulla superficie lunare per ben sei volte con un totale di dodici astronauti. Cinquant’anni dopo, con l’avvio del programma Artemis, la NASA spera di poter compiere un giorno non lontano il settimo allunaggio…

pic by Google

Il primo allunaggio, si sa, è avvenuto il 20 luglio 1969 e poche ore dopo, già il 21 luglio, Neal Armstrong mise piede sulla superficie. Cinquantatré anni fa. E cinquantatré anni fa a guardare la diretta tv o stare col naso all’insù o comunque quaggiù, c’erano 3,607 miliardi di rappresentanti della specie Homo Sapiens. Eravamo un po’ di più di tre miliardi e mezzo. Cinquantatré anni dopo siamo più che raddoppiati.

Oggi, 15 Novembre 2022, siamo 8 miliardi.
worldOmeter

Tanti. Troppi. La Terra si salva da sola ed al momento non è questione di produzione di cibo anzi, ne produciamo più del necessario e lo spreco è allarmante. Il problema, uno dei tanti, è la distribuzione. Il sovraffollamento È un problema reale, di complicata e complessa gestione. Una delle conseguenze più drammatiche è il cambiamento climatico, figlio dell’impatto della nostra specie sull’ambiente. Il Global Footprint Network ha stabilito che il deficit ecologico del 2022 è stato a fine luglio, per l’Italia ancora prima. Il 15 maggio. Nel 1800 eravamo attorno al miliardo; nel 1900 invece 1.6 miliardi e per passare da 7 ad 8 abbiamo impiegato soltanto dodici anni. Un miliardo in dodici anni. Nonostante si continui a dire che dobbiamo fare ogni sforzo per fermare il riscaldamento globale a non più di 1,5 gradi, purtroppo siamo già oltre. La lunghissima ed estenuante estate anomala durata praticamente da febbraio a pochi giorni fa (con qualche pausa ad inizio e fine), è stata soltanto una delle tante che verranno. Le stime indicano una entrata in un periodo di rallentamento per poi raggiungere il picco attorno a fine secolo. Avremo tempo per trovare e mettere in pratica tecniche efficaci al fine di salvare la nostra presenza sulla Terra? Perché la grande sfida è questa, non salvare la Terra. Il pianeta si salva da solo, noi no. Il pianeta andrà benissimo avanti senza di noi anzi, le altre specie ne trarranno vantaggio. Non c’è alcun fine, alcuno scopo, non siamo qui per volere di alcunché. Per puro caso la nostra specie ha mostrato peculiarità che le hanno permesso di adattarsi all’ambiente, conquistarlo, modificarlo, sfruttarlo. E lo abbiamo modificato al punto da averlo reso sempre più inospitale per noi. E per le altre specie. Siamo la prima specie in grado di studiare sé stessa e tutto ciò che la circonda. Saremo in grado di trovare una soluzione per salvarci dall’oblio? I voli e le ricerche spaziali hanno utilizzo ed impatto anche nel quotidiano (avete un materasso memory foam? conoscete l’origine degli pneumatici radiali?), forse il programma Artemis non solo ci riporterà sulla Luna ed anche oltre, ma da esso potrà derivare quell’idea illuminante che ci permetterà di restare su questo pianeta per molto tempo ancora.

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Mentre fuori piove…

video by me

Piove. Ha piovuto poco tra ieri tarda serata e questa mattina presto, poi un po’ di tramontana, il sole, temperature in rialzo… e nel giro di mezz’ora, nel tardo pomeriggio, ecco l’arrivo di una seconda perturbazione che ha portato pioggia intensa, a tratti anche molto intensa. Così ho acceso la stufa nel cui fornetto ho messo a cuocere salmone e verdure.

Attendendo e cenando poi, ho ascoltato nuove puntate del podcast DOI – Denominazione Origine Inventata. Lo si può ascoltare su varie piattaforme, tra cui Spotify, Italia-Podcast, Amazon Music, Apple Podcast, Google Podcast.
Nato dall’omonimo libro, parla di cibo, ricette e la loro storia. Perché anche in un piatto di carbonara c’è Storia…


La carbonara è una ricetta americana, i tortellini bolognesi avevano il ripieno di pollo, il pomodoro di Pachino è stato creato in Israele. E ancora, fino alla metà del secolo scorso la maggior parte degli italiani non conosceva la pizza e in Sicilia il consumo di riso era pari a zero, con buona pace della disputa tra arancini e arancine. Insomma: i nostri prodotti tipici sono buonissimi, ma la loro storia è una bugia, raccontata più o meno a partire dagli anni ‘70. La ricerca storica quasi sempre smentisce le origini arcaiche delle nostre specialità culinarie, facendoci scoprire che molte ricette cui attribuiamo radici antichissime…sono in realtà invenzioni recenti. Con “DOI – Denominazione di origine inventata”, Alberto Grandi, professore di “Storia dell’alimentazione” e presidente del corso di laurea in “Economia e management” all’Università di Parma, e Daniele Soffiati, autore di libri dedicati al cinema e alla tv, vi aiuteranno a separare la verità dalle narrazioni pubblicitarie, ripercorrendo la vera storia della cucina italiana. Una produzione di Gabriele Beretta per OnePodcast

descrizione presa da QUI

Autore del libro è Alberto Grandi, mantovano classe 1967, presidente del corso di laurea in Economia e management all’Università di Parma, che tra i creduloni ed i vari consorzi ha creato un bel po’ di prurigine:

Mi indichi un piatto di sicuro italiano.
«È dura. Mi hanno crocifisso per aver scritto che le pizzerie nacquero in America, eppure fu là che si cominciò a mangiare la pizza stando seduti. Nel nostro Sud era un cibo di strada. Bravo il napoletano Raffaele Esposito a inventarsi nel 1889 d’aver ideato la Margherita in onore della regina d’Italia, giunta a Capodimonte con Umberto I. Negli Usa era un cibo per disperati, vivamente sconsigliato dai medici, al pari dei maccheroni».
Ma lei attribuisce agli yankee persino il Parmigiano, si rende conto?
«No, io dico che piaceva già a Boccaccio e che Napoleone mandò Gaspard Monge a Parma, affinché indagasse su un formaggio che si conservava bene. Solo che in questa città non c’erano le vacche da latte, per cui fu mandato a Lodi, da dove inviò all’imperatore un rapporto sul “fromage Lodezan dit aussi Parmezan”. C’è un buco di 150 anni, dal 1700 al 1850, nella storia di questo eccelso prodotto. Oggi si fa un gran parlare del parmigiano contraffatto, però fu alla fine del XIX secolo che comparve nel Wisconsin il tanto deprecato Parmesan, in forme di circa 20 chili e con la crosta nera. Chi lo produceva? Qualche casaro italiano emigrato là. Ne cito uno solo: Magnani. Un cognome molto diffuso fra Parma e Mantova. Soltanto nel 1938 spunta il primo consorzio di tutela del Parmigiano reggiano».

Intervista del Corriere -> QUI

Il libro è stato pubblicato da Mondadori nel gennaio 2018 e tra successi e lamentele ha avuto un enorme successo, tale da dar vita al podcast che ne è una interessantissima ed istruttiva costola.

Gli italiani hanno sempre la bocca fin troppo piena quando parlano della cucina italiana, ma raramente ne conoscono la Storia. Quella VERA.

Per pochissimi, ma non per tutti…

La pioggia della scorsa notte ha lasciato un piacevole venticello, le temperature sono scese di qualche grado restando tuttavia attorno ai 32/33º C. Nuvole di varie forme galleggiano nel cielo terso, muovendosi pigre verso l’Appennino. In giro tra frazioni e altri comuni ci sono feste e sagre, ma non essendo tipo da confusione e troppa gente preferisco la mia terrazza. In compagnia di tè freddo ed un paio di ascolti di quelli intelligenti, costruttivi, che solleticano le cosiddette sinapsi.

pic by me

Amedeo Balbi, professore associato di astronomia e astrofisica presso il Dipartimento di Fisica dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, racconta QUI cosa ci hanno mostrato le prime immagini giunte dal James Webb Telescope. Il video dura una dozzina di minuti ed è scorrevole e ben fatto, Balbi, classe 1971, ha uno stile esaustivo e molto fruibile. Sa come divulgare scienza.
In una lunga chiacchierata tra meteoriti e colonizzazioni marziali, clima, futuro e coscienza, Amedeo Balbi viene poi intervistato dallo scrittore e podcaster Daniele Rielli e il duo regala all’ascoltatore quasi tre ore di un flusso ricco, interessante, mai noioso, che fornisce continuamente interessanti spunti di crescita intellettuale e riflessione. L’ho trovato talmente solleticante che lo sto riascoltando, soprattutto in alcune parti, che possono collegarsi ad una delle tante annóse domande che arrovellano una gran varietà di cervelli: la nostra specie è ferma a migliaia di anni fa, sia strutturalmente che cognitivamente; oltre al fattore tempo, cosa e perché ha rallentato e quasi bloccato tale evoluzione cognitiva?