16 Agosto

Il 16 agosto 2018 all’età di settantasei anni ci lasciava Aretha Franklin. Cantautrice, pianista, anche attrice ed attivista per i diritti civili. Aretha iniziò a cantare fin da piccola nel coro della chiesa, presso la New Bethel Baptist Church di Detroit (Michigan) dove il padre, noto predicatore battista, si era trasferito per divenirne ministro dopo il divorzio (matrimonio turbolento, la madre morì nel 1952). Vari tentativi, un iniziale contratto con Columbia (il primo singolo, Today I Sing the Blues, entrò nella Top Ten della classifica Billboard Hot Rhythm & Blues) con la quale incise album di generi vari tra cui vocal jazz, blues, doo-wop e rhythm and blues (Rock-a-Bye Your Baby with a Dixie Melody divenne la sua prima hit internazionale), poi nel novembre 1966 il contratto terminò e Aretha firmò con la Atlantic Records. Nonostante i primi passi verso il successo che sarebbe arrivato, con la Columbia non si era sentita realmente compresa. Nell’aprile 1967 Aretha registrò la sua versione del singolo di Otis Redding intitolato Respect; raggiunse le vette delle classifiche Pop e R&B e divenne un inno dei diritti civili e la sua signature song.
Trentotto studio album, centotrentuno singoli di cui venti al numero uno nella classifica Billboard Hot R&B, Aretha possedeva un importante strumento vocale: timbro da mezzo-soprano, gran elasticità, capacità interpretativa e d’improvvisazione, la voce era la sua firma, ciò che l’ha resa unica e che tale la farà restare nell’universo musicale.

Il 16 Agosto 1977, quarantun anni prima di Aretha, quando il di lei ventitreesimo album, Sweet Passion, si stava mostrando un fallimento di critica e commerciale (due anni più tardi, 1979, lasciò la Atlantic Records), un’altra voce di quelle uniche si spegneva. Ginger Alden, la sua compagna di quel periodo, trovò Elvis Presley riverso nel bagno. Da tempo soffriva di numerose patologie soprattutto causate dall’abuso di droghe.
La sua carriera musicale iniziò nel 1954 quando registrò alla Sun Records per poi firmare con la RCA Victor l’anno successivo. Nel gennaio 1956 arrivò Heartbreak Hotel, il singolo scalò le classifiche e lo portò al successo. Il primo vero N°1 di Elvis fu però nel 1955, I Forgot To Remember To Forget giunse in testa alla Billboard Country Charts dove rimase per cinque settimane. Sono ben quarantatré anni che di Elvis si legge e si sente di tutto e di più. Online ci sono siti su cui sapere qualunque cosa si possa sapere. Io voglio aggiungere solo un paio di cose sulla sua voce. Come per Aretha Franklin, la voce era la sua firma, la sua unicità, il suo strumento. Come Aretha, spaziava nei generi risultando sempre vincente. Qualità, potenza, estensione che copriva più di due ottave e con un registro che poteva essere definito baritono alto, una elasticità che lo portava dal falsetto al vibrato, la maestosità della sua voce veniva sottolineata soprattutto nei pezzi gospel.

King of Rock & Roll e Queen of Soul.
Tra cento anni la maestosità delle loro voci, le loro inequivocabili firme, saranno ancora riconoscibili almeno dagli estimatori della Musica, coloro che amano quest’Arte dagli albori e con tutto il suo enorme e complesso bagaglio. Tra cento anni, i prodotti musicali dell’attuale epoca saranno stati inglobati da quel vuoto cosmico paragonabile al Nulla che divora Fantàsia. Già a partire dagli anni ‘90 ma con preponderanza dal 2000, una multifattorialità ha partorito la globalizzazione di gusti letterari, musicali, di abbigliamento, culinari, di atteggiamento, di pensiero. Il nostro Nulla sta creando una società di Borg e non sto di certo parlando di cloni del vincitore di undici Grande Slam.
Solito sound, solite voci. Se in rari casi qualcuna di queste potrebbe farsi notare, viene subito soffocata dalla standardizzazione globale. Io chiamo tutto ciò cultura intensiva. Le aziende, le grandi aziende di qualsiasi campo, stanno portando avanti una inesorabile e miserevole targetizzazione. Una cultura appiattita sul consumo. Cultura Intensiva. Ritornerò su questo pensiero, ora preferisco trovare un momento di sublime pace ascoltando Elvis e Aretha, due voci da cui il Nulla sopracitato possono sicuramente salvarsi.

Chi ben comincia…

Un’abitudine è qualcosa che puoi fare senza pensare, il che spiega perché molti di noi ne hanno così tante.

Frank A. Clark.

Abitùdine. Dal latino hăbĭtŭdo/dĭnis, a sua volta derivante da hăbĭtŭs; quindi abito ma anche tendenza a ripetere determinate azioni; atteggiamento, condizione. In Filosofia qualità individuale.
Ci sono abitudini buone ed abitudini cattive, seppur tutto dipenda non molto dai propri gusti ma dalle usanze, dalle consuetudini e convenzioni della società nella quale viviamo. Tradizione ed abitudine italiana vede la giornata iniziare con la classica colazione cappuccino e brioche. Ho sempre mangiato poche brioches, troppo dolci e molto poco nutrienti, meglio una fetta di pane integrale! Sicuramente qualcuno penserà alla famosa frase di Maria Antonietta, S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche. Purtroppo la altrettanto famosa regina di Francia, moglie di Luigi XVI, è stata vittima di attacchi soprattutto postumi al fine di esautorarla agli occhi della popolazione e, perché no, del globo intero.
La frase, che sulla bocca di Maria Antonietta è un falso storico, in realtà si ritroverebbe nel Libro VI delle Confessioni di Jean-Jacques Rousseau, quando il filosofo e scrittore svizzero ricorda un aneddoto a proposito di una panetteria in cui desiderava entrare.
Infine mi ricordai il ripiego suggerito da una grande principessa a cui avevano detto che i contadini non avevano pane e che rispose: che mangino brioche. Comprai brioche.
Il Libro VI delle Confessioni rientra nella parte in cui Rousseau descrive il periodo 1712/1740-41; Maria Antonietta nacque nel 1755 e giunse in Francia soltanto nel 1770, quindi temporalmente impossibile. La frase, così o modificata in qualche termine, è stata messa su bocche di vari personaggi, da Maria Teresa d’Asburgo ad un imperatore cinese. C’è chi dice che sia invece tutta farina del sacco di Rousseau…
A proposito di farina, insieme a uova, burro, latte, zucchero, lievito, è l’ingrediente per preparare la brioche. Brioche deriva dal normanno brier, ossia impastare. Ed è proprio nella Normandia del XVI secolo che si possono ritrovare tracce certe del piccolo dolcetto somigliante ad un pandoro rovesciato che si declina in moltissime varianti. In Italia brioche viene usato come sinonimo di cornetto, ma non sono la stessa cosa. Il cornetto è la versione italiana dell’austriaco kipferl, che leggenda vuole esser stato creato da pasticceri austriaci per festeggiare la vittoria sull’esercito dell’Impero Ottomano (Vienna, 1683) dandogli proprio forma di mezzaluna. In realtà il kipferl sarebbe molto più vecchio, ma il mistero avvolge sempre pietanze così lontane… Dall’Austria il dolcetto a mezzaluna arrivò in Italia, assumendo il nome e la forma del cornetto. Più tardi, grazie alle Viennoiserie, conquista anche il territorio francese prendendo il nome croissant ed aggiungendo più burro negli ingredienti.
Tornando alla Battaglia di Vienna nel 1683, cos’altro poteva mancare dopo l’invenzione del padre del cornetto? Il cappuccino, ovviamente! Leggenda vuole che il frate Marco d’Aviano si trovasse a Vienna mandato da Papa Innocenzo XI con il delicato incarico di ricreare una coalizione cristiana; entrato in una caffetteria in cerca di una pausa di ristoro ordinò un caffè, ma trovandolo particolarmente amaro chiese qualcosa per addolcirlo. Il latte aggiunto rese la bevanda di un colore simile al saio indossato dal frate, il cameriere, notando la cosa, esclamò kapuziner!, ed il resto sarebbe storia. Sarebbe perché altra leggenda vede l’ex-soldato Franciszek Jerzy Kulczycki aprire una caffetteria con la scorta di caffè turco abbandonato dall’esercito Ottomano, ma poiché il caffè turco è molto forte ecco che il caffè servito veniva edulcorato con latte (o panna?) e miele.
Con il tempo e la diffusione si iniziò ad aggiungere spezie e panna montata, poi arrivò la schiuma che divenne parte must con l’invenzione delle macchine da espresso, all’inizio del XX secolo.
Quindi, d’ora in poi, ad ogni cappuccino con o senza cornetto ricordate che quel momento di mattutina dolcezza è frutto di una cruenta battaglia svoltasi tra l’11 e 12 settembre 1683 presso Kahlenberg, collina viennese che in italiano diventa Monte Calvo, che vide 17.000 morti (15.000 della coalizione composta da Impero ottomano, Principato di Transilvania, Khanato di Crimea, Principato di Valacchia e Principato di Moldavia).
E in quanto a me beh, niente cornetto ma sicuramente è tempo di riprendere l’abitudine di scribacchiare per il blog.

Se le formiche si mettono d’accordo… (FotoPoesia #2)

Formica, dal latino formīca/formīcŭla, dal greco mýrmēnx, il mitologico popolo greco dei Mirmidoni. Leggenda narra che Eaco, re dell’isola di Egina, chiese aiuto e grazia a Zeus, di cui era uno dei molti figli illegittimi, affinché tramutasse in uomini le formiche per poter così ripopolare l’isola decimata da una pestilenza. Quella delle formicidae è una vastissima Famiglia dell’Ordine degli imenotteri, parte della Superfamiglia delle Vespoidea; suddivisa in venti Sottofamiglie, sedicimila Specie e quattrocentosettantadue Generi. Appartiene al Sottordine degli Apocrita, con torace e addome ben separati.

Se le formiche si mettono d’accordo, possono spostare un elefante. – Proverbio del Burkina Faso

Si può sostenere che siano le formiche gli animali più aggressivi e bellicosi: esse superano di gran lunga gli esseri umani quanto a cattiveria organizzata. Al confronto la nostra specie è gentile e mite. Il programma di politica estera delle formiche può essere riassunto così: aggressione ininterrotta, conquista territoriale e genocidio fino all’annientamento delle colonie limitrofe. – Edward O. Wilson

Se le formiche possedessero armi nucleari probabilmente distruggerebbero il mondo nel giro di qualche settimana. – Edward O. Wilson

Pablo Neruda – Come dorme un gatto (FotoPoesia #1)

Come dorme bene un gatto
dorme con zampe e di peso,
dorme con unghie crudeli,
dorme con sangue sanguinario,
dorme con tutti gli anelli
che come circoli incendiati
dostruirono la geologia
d’una coda color di sabbia.

Vorrei dormire come un gatto
con tutti i peli del tempo,
con la lingua di pietra focaia,
con il sesso secco del fuoco
e, non parlando con nessuno,
stendermi sopra tutto il mondo,
sopra le tegole e la terra,
intensamente consacrato
a cacciare i topi in sogno.

Ho veduto come vibrava
il gatto nel sonno: correva
la notte in lui come acqua oscura,
e a volte pareva cadere
o magari precipitare
nei desolati ghiacciai,
forse crebbe tanto nel sonno
come un antenato di tigre
e avrebbe saltato nel buio
tetti, nuvole e vulcani.

Dormi, dormi, gatto notturno
con i tuoi riti di vescovo,
e i tuoi baffi di pietra:
ordina tutti i nostri sogni,
guida le tenebre nostre
addormentate prodezze
con il tuo cuore sanguinario
e il lungo collo della tua coda.

{poesia di Neruda, foto mia}

Se sei folle alleva lumache…

CoseDaSapere #1

Plinio il Vecchio nel suo trattato naturalistico Naturalis historia, descrive, tra le altre cose, i vari utilizzi della comune lumaca. Come rimedio per vertigini, accessi di follia, piaghe, scottature e unita al noto garum contro sanguinamenti e dolori di stomaco. Ho usato un termine scorretto da un punto di vista tassonomico; infatti se nell’uso comune lumaca e chiocciola sono sinonimi, volendo essere puntigliosamente corretti seguendo la classificazione della tassonomia biologica, i gasteropodi a cui si riferiva Plinio il Vecchio, Helix Pomatia ed Helix Aspersa, sono chiocciole mentre la lumaca è il nome comune del genere Limax. Limax e Helix sono generi di molluschi appartenenti alla già sopracitata classe dei gasteropodi; i primi, Limax presentano assenza di conchiglia al contrario dei secondi, Helix, la cui conchiglia è generalmente globulare e può presentare diverse colorazioni, dal bianco al bruno a colori brillantissimi. Arion Rufus, Arion Ater, Arion Subfuscus, specie di Limax dai colori rosso, nero, rosso/giallo, arancio, grigio, sono nocive per giardini e orti. H. Pomatia e H. Aspersa sono in genere predatrici delle uova delle sopracitate specie Arion a meno che, a loro volta, non diventino troppo invasive quando ghiotte dei freschi prodotti dell’orto. Questo è un discorso generico, tanto per mettere qualche puntino sulle proverbiali i.

Già in antichità l’Uomo utilizzava le chiocciole sia come rimedio che come nutrimento. In diversi scavi nei pressi di grotte sono stati rinvenuti gusci calcinati risalenti al Mesolitico, già allora le chiocciole venivano arrostite e mangiate. Al giorno d’oggi la bava di Helix Aspersa viene impiegata in cosmesi per i suoi poteri di idratazione e tonicità. Io invece le sposto…

L’ultima volta assieme a me, come mostra la foto qui sopra, c’era uno dei miei aiutanti… Bambina mi ritrovai per caso a calpestare un paio di chiocciole correndo per il prato, dopo un temporale. Così, da allora, quando mi capita di andar per campi sto molto attenta e imbattendomi in questi esserini li prendo delicatamente per la conchiglia e li sposto in una zona più sicura, meno a portata di calpestamento.

Cibo per la mente…

Mentre il cielo andava annuvolandosi, come un vecchio copione oramai fin troppo ripetuto è arrivato il temporale post prandium, ho pranzato con una nuova coppia secondo me azzeccatissima.

LUI, è del 2018 e con ingredienti vari che spizzicano tra Storia e archeologia, biologia e storia naturale, porta in tavola il cibo da un punto di vista evoluzionistico. La premessa pare davvero ghiotta!

LEI, è molto più datata e sa molto di storia. Rari sono i lunigianesi che non la riconoscerebbero anche solo dal profumo! La torta d’erbi fa parte della cucina povera della Lunigiana ed in particolare del pontremolese. Ogni famiglia ha la sua versione, di base però l’obbligo sono le verdure di stagione, trovate nei campi, nei prati, e l’involucro di pasta fatta con acqua, farina, un pizzico di sale. Bietole, borragine, zucchine, cipolle, cicoria… non esiste una sola ricetta, ma diverse varianti. C’è chi sbollenta le verdure prima di formare l’impasto, chi le passa finemente al coltello facendo loro poi solo perdere un po’ d’acqua mettendole sotto sale. Mia nonna paterna aggiungeva sempre un po’ di ortica, che dava un sapore amarognolo divino! Al solo ricordo sale l’acquolina… la nonna materna invece aggiungeva un poco di ricotta, a volte, abitudine presa quando mezzadra aveva campi e bestiame tra cui mucche che fornivano latte.

Torta d’Erbi/Foto Mia

Verdure, olio extravergine, parmigiano grattugiato, per il ripieno. Sfoglia fatta con olio di gomito e farina, acqua a sufficienza per ottenere una pasta liscia ed elastica che dovrà essere anche fine, un pizzico di sale. E poi via, si procede all’assemblaggio e poi alla cottura. Una volta si cuoceva nei testi, i forni di cottura famigliari con alle spalle molta storia. Potete trovare informazioni QUI.

La torta d’erbi era ovviamente buonissima, dovessi scegliere un giorno l’ultimo pasto sarebbe questo. Lei, la regina delle torte salate. Il libro, di cui parlerò prossimamente, beh, sono solo all’inizio però posso dire che si presenta fin da subito molto gustoso. E poi, per me che ho una passione per il celebre naturalista inglese e l’evoluzionismo, Darwin lo divorerei non solo a cena, ma anche a pranzo, colazione, aperitivo, spuntino di mezzanotte, tè delle cinque…

Me, myself and… Books #1

Oggi mi sono detta che è tempo di iniziare una rubrica sulle mie letture, ma dovrei innanzitutto trovarle un nome. E darle un contesto. I libri fanno parte della mia vita da che ho ricordo. Ho vissuto una situazione assai ambigua i primi anni; se da un lato osservavo mio padre aprire un libro la sera (quasi esclusivamente manuali di elettronica, poco di Storia e ancor meno di fotografia), in casa mi era impedito leggere volumi che non fossero quelli scolastici. Sgattaiolavo nella biblioteca comunale di nascosto, carezzavo le copertine quasi con voluttà, sniffavo avidamente l’odore dei tomi vecchi nella stanza relegata ai libri con moltissimi anni, mi beavo di quel silenzio carico di storie di cui volevo sapere sempre di più. Mi ritrovavo a correre sotto tetti verdi, prendevo il tè a casa di quattro sorelle spettegolando di giardini segreti e piccoli amici convocati oltreoceano e amichette che cercavano sempre il lato positivo. Indagavo assieme a Nero Wolfe, Sherlock Holmes, Miss Marple, Sam Spade e quelli dell’87º Distretto. E che brividi d’emozione sfogliare quei vecchissimi e polverosi volumi che contenevano la Storia dei miei luoghi! Arrivò la fase di cui prima o poi soffrono tutti i lettori, quella relativa al desiderio di possedere fisicamente i libri. Questa fase mi portò a comprarli tramite una vecchia amica e nasconderli in fondo all’armadio. Eccitazione e paura si rincorrevano ogni qualvolta mi accucciavo per aprirli, sempre con il cuore in gola perché se mi avessero sorpresa…! Cosa che, immancabilmente, avvenne. Fui costretta a mostrare il mio bottino, indicando titolo, contenuto, costo e come avevo fatto a pagarli. Alcuni riuscii a infilarli dietro la scrivania, recuperandoli poi una volta rimasta sola. Fu una sorta di imputazione in aula di tribunale, che mi costò urla, diversi schiaffi, le solite genitoriali umiliazioni. Alcuni libri mi furono tolti, non ho mai saputo che fine fecero. Imparata la lezione, fui molto più accorta ma venni anche salvata dal fatto che iniziarono ad entrare in casa i libri del Premio Bancarella, quindi approfittai anche di quella piccola fortuna. Ormai non mi importava più tanto il non poter tenere con me tutti i libri che avrei voluto, il feticismo libresco non mi è mai appartenuto e quella primordiale fase era passata in fretta! Certo, è bello avere i propri preferiti in presenza cartacea che ti osservano dagli scaffali, presenza costante e rassicurante, ma un libro è un libro e non conta il formato, conta ciò che ti da, che ti lascia, che ti insegna, che ti fa provare. Un libro lo porti con te, dentro di te, per tutta la vita. Finché ho potuto ho prediletto il cartaceo; mi piaceva, mi è sempre piaciuto, mi piace ancora e mi piacerà sempre (repetita iuvant) entrare in una libreria, trovare bancarelle o incappare in androni divenuti angoli per i libri e curiosare, sfogliare, giocare al Ce l’ho!… ce l’ho… mi manca! Uscire con anche solo un libriccino è una gioia immensa, anche la milionesima edizione di una minuscola casa dell’ennesimo Il Ritratto di Dorian Gray. Ma per me è ugualmente bello scartabellare sui siti delle varie case editrici o sui millemila altri dove poter acquistare libri, seguire il flusso del momento e saltare di autore in autore, di titoli in titolo, scovandone di nuovi od emozionandomi nell’imbattermi in vecchi amici. Perché è questo che sono i libri, AMICI. Amici dai quali impari, che ti fanno ridere ma anche piangere e perché no?, che ti annoiano ed esaltano, sfiniscono ed incuriosiscono, di cui non sai fare a meno e da cui vorresti fuggire, magari anche solo una oretta o due… e l’amico non lo scegli per un mero fattore estetico, non lo scegli dalla copertina ma dal contenuto. Quindi, che sia cartaceo o digitale o in formato audio, l’Amico Libro è e sempre sarà il Migliore Amico. Books are my BFF. Rileggendo questa presentazione della mia libresca rubrica, trovo che sia già fin troppo lunga! Quindi per il momento chiudo e con il prossimo articolo, di suddetta rubrica, inizierò a parlare delle mie letture.

Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso. Daniel Pennac.